Scuola-azienda all’americana o scuola-comunità democratica?
Qualche giorno fa, e precisamente il 27 gennaio, il Corriere della Sera ha riportato la sintesi di un intervento di Bassanini che su Astrid insieme a Vittorio Campione ha curato un testo sulla scuola dal titolo “Istruzione bene comune”. Il Corriere riportava alcune proposte, tra queste quella di dare alle scuole la facoltà di assumere i loro insegnanti.
Per valutare appieno la portata della suddetta proposta devo però fare una premessa.
Da diversi anni molti lavorano per imporre definitivamente la logica del mercato come valore di riferimento generale e puntano a rendere la scuola un luogo nel quale si forma il cittadino di domani coerentemente con questa impostazione. E dunque da un lato si cerca di imporre la competizione tra insegnanti e tra scuole sulla base di risultati “misurabili”, come gli ormai famosi (o famigerati) test Invalsi; dall’altro si cerca di rendere sempre più aziendale e autoritaria la vita interna alle scuole: da tanti anni i presidi sono diventati dirigenti scolastici ed i loro poteri si vorrebbero ora aumentati dalla legge 150/’09 “Brunetta” sul Pubblico Impiego.
E di fatto in tante scuole si vanno svuotando i poteri reali degli organismi collegiali come il Consiglio di Istituto o il Collegio dei Docenti, ridotti già oggi da parte di dirigenti “energici” ad enti di ratifica di decisioni prese in solitaria dai dirigenti stessi e svuotati quindi del loro più autentico significato, che sarebbe quello di organi dell’autogoverno della scuola nei diversi campi di competenza.
E’ un processo iniziato ai tempi del governo dell’Ulivo nei secondi anni ’90 e proseguito negli anni successivi: allora ad un lato si inventò l’Autonomia scolastica, che doveva essere l’avvio di una nuova fase democratica della scuola, ma dall’altro si trasformò il preside in dirigente scolastico, ponendo in realtà le premesse per quella svolta autoritaria e tecnocratica che ha poi preso corpo.
Negli anni successivi, entrati nel periodo dei governi berlusconiani, il dibattito si è “arricchito” della proposta di legge nota come “Proposta Aprea” che, prendendo come modello la scuola americana, tra le altre cose tende a trasformare il dirigente scolastico in un manager simile al capo di un’azienda, dando alla scuola (cioè a chi, in realtà?) il potere di assumere direttamente gli insegnanti e trasformando questi definitivamente da attori dell’azione educativa in bassa manovalanza, per non parlare dei possibili esiti clientelari. E senza pensare al naturale esito successivo, mai dichiarato ma che in futuro si concretizzerebbe sicuramente, di sommare al potere di assumere quello di licenziare, rendendo gli insegnanti degli obbedienti esecutori, senza più quell’autentica libertà di insegnamento che certo non si sposa con la sudditanza. Ma la Aprea è una parlamentare del PDL, nulla di strano se vede l’azienda come un modello per tutto.
Ora abbiamo questa novità da cui partivo. Franco Bassanini, esponente democratico di grande rilievo intellettuale ed importante ministro all’epoca dei governi ulivisti, nel suo “Istruzione bene comune” ( che sottile inganno con queste parole! ) sposa la tesi che siano le scuole a scegliere direttamente gli insegnanti da assumere. Non solo, il Corriere nella sua sintesi ricordava che si propone la riduzione degli anni di scuola da 13 a 12 complessivi; cioè si ripropone quello che avevano tentato di fare prima il ministro ulivista Berlinguer e poi la ministra berlusconiana Moratti.
C’è da stupirsi se oggi il PDL ed il Partito democratico (oltre al Terzo Polo “centrista”) sostengono insieme il governo “tecnico” di Monti, un governo la cui maggioranza assume sempre di più le sembianze di una maggioranza politica, seppur ancora ufficialmente negata? Spero di poter essere smentito dai fatti, ma mi sembra di poter dire che sul piano della visione generale della società e della scuola la Destra ed il Pd appaiono purtroppo troppo simili, nonostante le forze autenticamente progressiste e democratiche che certamente vivono nel Pd e alle quali facciamo appello affinché non diano il loro contributo all’ultimo colpo alla scuola dopo l’era Gelmini. Ma c’è purtroppo da temere che il pensiero di Bassanini sia il possibile preludio di una prossima svolta del Pd in materia. Se ciò si concretizzasse vedremmo iniziare presto l’ultima battaglia, quella finale, sulla scuola italiana: dopo i tagli, i princìpi di fondo.
Noi dobbiamo salvare la scuola italiana proponendo una visione diversa della società proprio a partire dalla scuola; dobbiamo formare in senso autenticamente democratico i cittadini del futuro, tenendo la scuola lontana dai valori del mercato: non la competizione, la tecnocrazia e l’arrivismo devono essere i valori di riferimento, bensì la conoscenza, la solidarietà e la democrazia. Dobbiamo quindi fermare la deriva autoritaria ed aziendalista nella scuola ridando vitalità alla democrazia interna alle scuole, all’autogoverno; con ciò potremo dare un contributo a fermare quella stessa spirale autoritaria e tecnocratica che ormai stringe e soffoca la società italiana nel suo complesso.
Lasciando perdere le suggestioni americane, un modo per farlo è superare la figura del dirigente scolastico di nomina amministrativa ed arrivare all’elezione del Preside per la Didattica, scelto tra gli insegnanti della scuola. Sarebbe un grande segnale di avvio di una riflessione nuova e la scuola riprenderebbe il cammino interrotto verso una comunità democratica della cultura, cammino interrotto negli ultimi anni.
Un’altra strada, del tutto diversa.
Stefano Fumarola



