Indesit di Refrontolo: lavoratori presi in giro e lasciati soli dalla Lega

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Dalla riunione a Roma di mercoledì scorso tra sindacati, Governo e Indesit è emersa la ferrea volontà da parte dell’azienda di procedere alla chiusura dei due stabilimenti di Brembate e di Refrontolo. L’incontro è avvenuto dopo che l’azienda aveva pretestuosamente fatto saltare l’incontro previsto per il 3 settembre a causa della mobilitazione non gradita degli operai di Bergamo. Giusto il giorno prima dell’incontro, su Il Sole 24 ore l’amministratore delegato di Indesit, Marco Milani, aveva confermato la volontà di chiusura dei due stabilimenti, dando la disponibilità al confronto solo sulle modalità di attuazione del piano già deciso. Alla fine della lunga trattativa ci si è dati ancora del tempo per verificare percorsi di ricollocazione e approfondire il confronto sul piano industriale, e la produzione negli stabilimenti per ora va avanti, ma con la presa d’atto che le posizioni sulla chiusura degli stabilimenti restano lontane tra sindacati e azienda. La prossima verifica è prevista per novembre. Dunque ancora un po’ di respiro ma ancora nessuna breccia nella volontà aziendale di confermare il piano e chiudere Refrontolo e Brembate.

La chiusura si inserisce dentro il quadro di un progetto di rilancio chiamato, ovviamente, “piano Italia”, come già la Fiat con il piano industriale “Fabbrica Italia”. Indesit investirebbe 120 milioni negli stabilimenti italiani, ma non nei due del Nord destinati alla chiusura, e chiede in cambio una revisione dei diritti dei lavoratori, con riduzione delle pause, mano libera su straordinari e cambi di turno senza doverli concordare con i sindacati, azzeramento di una serie di indennità di turno per chi, ad esempio, fa i turni di notte. Oramai quando una grossa azienda annuncia, prima di farli, investimenti in Italia c’è da preoccuparsi seriamente: un tempo si investiva all’estero per sfruttare a fini di profitto le peggiori condizioni di lavoro e di salario dei lavoratori di quei paesi, ora si punta a peggiorare direttamente qui la condizione dei lavoratori italiani, attraverso il ricatto dell’investimento condizionato a licenziamenti, deroghe sui diritti e aumento della fatica del lavoro a parità di salario, se non anche riducendolo.

Appoggiamo la mobilitazione dei lavoratori indesit per chiedere una messa in discussione del piano, e chiederemo alle istituzioni e alla Provincia di studiare strumenti concreti per evitare l’ennesima crisi sociale. Ma la vicenda dello stabilimento trevigiano si presta già da ora ad alcune considerazioni sul rapporto tra i soggetti politici e il mondo del lavoro:

l primo dato è la conferma che la Lega non è in grado di garantire i lavoratori del Nord. Quando Indesit annunciò le proprie intenzioni di chiusura, alcuni lavoratori scelsero subito come interlocutore Leonardo Muraro, presidente della Provincia e leghista, al quale un impiegato della Indesit inviò una lettera aperte che ebbe molto spazio sulla stampa locale. Venne poi subito chiamato in causa Luca Zaia, il presidente della Regione, che a Refrontolo risiede, e che assicurò di aver avviato delle trattative personali con l’azienda. Da parte leghista non si perse l’occasione di prendersela con il Sud, dove verrebbero spostate le produzioni (anche se risulta che Fabriano, nelle Marche, dovrebbe in realtà rientrare nei confini della mitica Padania in cui credono i leghisti), e di fornire rassicurazioni sulla esistenza di una cordata veneta disposta a rilevare lo stabilimento. Sia il sindaco leghista di Refrontolo che il Presidente Muraro annunciarono a più riprese l’interessamento di una serie di imprenditori per la partita, ma dalle parole del ministro Sacconi all’incontro romano emerge invece come non si sia fatto avanti nessun acquirente. Dunque si sono raccontate una sacco di frottole per tener buoni gli operai, ma la presunta mobilitazione dei leghisti, che pure governano dappertutto, in Comune, Provincia, Regione e Governo, non ha sortito nessun risultato concreto.

Se la Lega intende davvero difendere la classe operaia del Nord, deve smettere di credere, o meglio di far credere, che il caso Pomigliano sia una questione che riguarda il Sud, perché è evidente la rapidità di contagio che quella forma di ricatto avrà in tutto il paese, e il caso Indesit ne è un esempio concreto. In realtà, dietro le dichiarazioni di solidarietà, i fatti sono che la Lega sostiene, assieme al governo Berlusconi di cui è ormai la vera colonna portante, le posizioni più oltranziste del fronte industriale, e sposa dunque pienamente la logica del ricatto: “io investo in Italia solo se mi lasciate abbassare i diritti e peggiorare le condizioni di lavoro dei miei operai e dei miei impiegati, e magari anche il loro numero, possibilmente pagandoli meno”.

Sulla questione Indesit anche il PD potrebbe osare di più, avendo tra i suoi parlamentari una delle proprietarie dell’azienda. Infatti Maria Paola Merloni è azionista e membro del CDA di Indesit, e deputata del PD. E’ dunque tra coloro che hanno approvato il Piano Italia e dato mandato all’ad di chiudere i due stabilimenti. Intervistata da L’Unità sabato scorso, la parlamentare rivendica il ruolo guida della famiglia Merloni nelle strategie di Indesit, difende le ragioni di Marchionne e difende il piano Italia di Indesit, compresa la chiusura dei due stabilimenti. Si dimostra dapprima comprensiva: “comprendo le critiche e le resistenze, ma si può trattare e definire un accordo come abbiamo sempre fatto. La mia famiglia, tutto il gruppo Indesit, ha una storica cultura di confronto e collaborazione con il mondo del lavoro, le comunità locali, le istituzioni”, ma poi cambia tono e chiude in modo perentorio: “e, tuttavia, per continuare a produrre in Italia abbiamo bisogno di standard diversi dal passato, di livelli più alti di organizzazione, di flessibilità e di efficienza. Questo deve essere chiaro a tutti”. Dunque, nella sostanza, piena conferma del mandato affidato all’amministratore delegato di applicare il piano industriale. E dalle colonne de L’Unità !

Quello che manca allora, è una adeguata rappresentanza politica del mondo del lavoro. I lavoratori sono così sempre più soli, relegati ai margini nella rappresentazione gaudente ed ebete della realtà fornita dai mezzi di distrazione di massa in mano ai soliti noti, privi di una rappresentanza politica autentica e non strumentale ad altri disegni, come la creazione della fantomatica Padania della cuccagna che risolverebbe i mali del mondo, con un Governo che lavora a spaccare il fronte sindacale e dividere i lavoratori, e a spalleggiare le richieste di Fiat di lavorare di più per guadagnare meno.

Ridare centralità alla reale condizione di vita e di lavoro dei cittadini, porre come proprio riferimento sociale chi lavora per vivere e non per collezionare Ferrari, deve essere allora uno degli obiettivi fondamentali che deve porsi lo schieramento progressista per ridare futuro al nostro paese, e bloccare la regressione nella quale ci stanno conducendo le forze della destra. Da questo, e da altre questioni fondamentali come l’ambiente, i diritti individuali, la pace, dovrebbe partire la costruzione dell’alternativa alla destra e al berlusconismo.

Luca De Marco

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