1° Congresso Regionale Veneto di Sinistra Ecologia Libertà – Relazione introduttiva di Dino Facchini

Sabato 29 Gennaio 2011

Padova – Ex Sinagoga

1° Congresso Regionale Veneto di

Sinistra Ecologia Libertà

Relazione introduttiva di

Dino Facchini

Coordinatore Regionale

Siamo tutti contenti che il nostro Congresso si svolga dopo la importante giornata di lotta di ieri. In Piazza c’era la Fiom, ma c’era anche l’Italia e il Veneto che resistono, uniti, lavoratori, giovani studenti, tanti intellettuali. I mass media –come era prevedibile- hanno parzialmente snobbato l’avvenimento.

C’è una consapevolezza alta che siamo in gioco per la resa dei conti.

Se la cancellazione dei diritti sindacali passasse alla Fiat, sarebbe come una malattia che lentamente ma inesorabilmente si estende nella società interna.

Giorgio Cremaschi, a Verona la sera prima dello sciopero e della manifestazione di Padova, ci raccontava di una cooperativa del circuito ufficiale cooperativo bianco di Reggio Emilia (Reggio Emilia! non Reggio Calabria), dove i dirigenti hanno imposto – sulla falsariga della via indicata da Marchionne – ai 500 lavoratori la costituzione di una nuova società – una sorta di newco – per ridurre salari e diritti.

Ma quanti sono i casi simili nel Veneto e nella “Padania”?

Qui ci sono operai stranieri, ma soprattutto locali, padani, bianchi.

La Lega Nord che pure prende voti anche nelle fabbriche, tace vergognosamente. Zaia, come Cota in Piemonte, è schierato con Marchionne, accomunato purtroppo anche a una parte non trascurabile del centro sinistra.

Per Marchionne, Berlusconi comincia a costituire un peso, in termini di immagine e di costi, perché i vizi costano e Berlusconi – come riferisce la sua collaboratrice Nicole Minetti – li scarica a spese dello Stato.

SEL è tutta dalla parte della Fiom, a difesa dei diritti e della Costituzione.

La scelta è discriminate, non c’è più spazio per “l’anchismo” (sto un po’ con Marchionne, un po’ con gli operai).

Lo hanno capito bene i lavoratori di Mirafiori, che – a dispetto dei rapporti di forza e delle previsioni – hanno votato contro la propostaccia e il ricatto di Marchionne.

Per questo la partita è ancora aperta e si sta giocando in queste settimane, in questi mesi, con la possibilità in campo di essere vinta dal blocco di forze che si è raggruppato attorno alla Fiom.

Due giorni fa è stato il giorno della memoria; vi è una frase della grande intellettuale ebrea Hannah Arendt che fotografa esattamente la situazione in cui siamo e incita le coscienze a scegliere con coraggio e nettezza: “l’azione senza un nome, senza un “chi” che le sia annesso è priva di significato. Il fatto che gli uomini siano capaci di azioni significa che da loro ci si può aspettare l’inatteso e che sono in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile”.

Credo – compagni – che proclamarsi di sinistra e fare politica in questo momento significhi appunto schierarsi con decisione dalla parte dei diritti di cittadinanza e dalla parte del lavoro, che reclama dignità e rappresentanza politica e istituzionale.

Lavoro e scuola sono temi indisponibili ad essere posti in trattativa per alleanze politiche – come Vendola ha detto chiaramente davanti ai cancelli della FIAT.

Così come nessun Governo di centro-sinistra potrebbe eludere la scelta inderogabile di cancellare la riforma Gelmini.

Alcuni anni fa sull’onda degli accordi di Partenariato euro-mediterraneo tra Unione Europea e Paesi arabi del Mediterraneo, che valorizzavano il libero commercio tra le due sponde per garantire la stabilità politica della Regione, molte imprese italiane hanno delocalizzato le proprie sedi in Egitto, Giordania, Libano, Marocco e Tunisia.

Tra di loro c’erano anche imprese del Nord Est e del Veneto, che vedevano in Mubarak, Bouteflika, Ben Alì dei fari sicuri sull’altra sponda del mare e che hanno proiettato là le politiche di liberalizzazione e di privatizzazione dei beni comuni, la flessibilizzazione del mercato del lavoro, la richiesta pressante di manodopera a basso costo e senza diritti, la progressiva mutazione dei sistemi educativi in meccanismi di costo respiro al servizio del mercato del lavoro.

Oggi quegli imprenditori sono stati costretti a tornare in Italia, perché hanno loro distrutto fabbriche e macchinari.

Le prime rivolte in Tunisia, Libano, Egitto, Albania hanno messo a nudo la miopia dell’Unione Europea nel promuovere l’espansione della finanza e delle loro merci, dietro la propaganda della protezione dei diritti dell’uomo e come strumento di difesa dell’immigrazione.

Anzi, tutti quegli assetti politici e sociali che si volevano relegare alla sponda africana del Mediterraneo, oggi coinvolgono direttamente i cittadini di tutta l’Europa meridionale, della Grecia alla Spagna, al Portogallo, all’Italia e alla stessa Francia.

La crescita scarsa (concentrata nei settori. privilegiati della popolazione che si arricchiscono sempre di più) e la disoccupazione giovanile nordafricana è la stessa di tutti i Paesi della sponda meridionale dell’Unione europea. I processi di privatizzazione o di disinvestimento nei beni pubblici, dall’acqua alle scuole e università, sono gli stessi in Algeria così come in Italia, Grecia, e fino alla Gran Bretagna. Il trattamento dei lavoratori immigrati, senza diritti e
con salari da fame, si diffonde inesorabilmente anche ai lavoratori più garantiti in Italia con la possibile estensione del “modello Marchionne”
, ma anche in Spagna e in Grecia con le nuove normative sul lavoro. L’Unione europea come fortezza mercantilista che tesse solidi legami politici e economici con sistemi autoritari vede minate le sue stesse strutture democratiche con il peso crescente di apparati politici sempre meno partecipati, gestiti da leader carismatici come accade in Italia, ma anche in Francia.

Non tutto questo processo è inevitabile e i segnali che ci vengono dalle manifestazioni dei movimenti studenteschi, da quelle dei lavoratori nei paesi dell’Europa meridionale, così come dalle rivolte nel Maghreb, sono incoraggianti e incitano ad invocare un cambio di rotta sia nelle politiche economiche e sociali interne all’Unione europea mettendo al centro la difesa dei beni pubblici e di rapporti di lavori dignitosi, sia nel modo in cui ci rapportiamo ai nostri vicini.

E qui entriamo nel cuore del problema: come si rapportano il Veneto e il Nord Est con l’economia globalizzata?

Sono due veneti irriconoscibili l’uno all’altro quello degli anni 80, l’ultima fase della prima Repubblica, e quello attuale segnato dalla crisi; il primo era si una regione congestionata dallo sviluppo, intensamente sfruttata e degradata nell’ambiente.

Già allora la sua vocazione turistica di 1° regione italiana era contraddetta dal degrado urbanistico e ambientale, come una perdita secca di reddito non tollerabile.

Lo rimarcava lo storico Emilio Franzina; erano scomparsi i grandi scrittori del passato prossimo, la crisi culturale era già evidente, accompagnata da primati criminali (il parricidio di Montecchia di Crosara, i sassi sull’autostrada, il rapporto della “mala” del Piovese e della Riviera del Brenta con la mafia) e dal costante accrescimento degli episodi di intolleranza contro gli immigrati.

Ma l’economia era solidissima, le esportazioni fiorenti, la ricchezza generalizzata e – caso mai – si riscontrava che categorie economiche numerose e potenti come l’artigianato, la piccola e media industria, il commercio e il turismo erano dei giganti economici, ma dei nani sul piano politico.

Il Veneto aveva contato di più politicamente quando meno aveva pesato nella vita economica del paese, cioè nei 45 anni di primato indiscusso della DC.

Il “modello veneto” caratterizzato dal localismo spontaneo, dalla iniziativa individuale, dalla religione del lavoro e della impresa è caduto a fronte di sfide nuove, quali la globalizzazione dei mercati e l’avvio dell’unione monetaria europea.

Il modello non ha retto ai nuovi assetti produttivi, basati sulla centralità della innovazione e della conoscenza, sulla sua organizzazione.

Mario Carraro, l’imprenditore ulivista, insisteva in maniera asfissiante sulla necessità dell’innovazione di processo, di prodotto, di formazione professionale e di spesa per la formazione.

Il localismo veneto negli anni 80 si era risolto nella formula “ognuno fa quello che gli pare, come gli pare, dove gli pare, se ci riesce”, ma oggi nessuno ci riesce più perché occorre un governo dello sviluppo, una politica industriale per la piccola e piccolissima impresa fondata appunto su investimenti per la ricerca e sulla alta tecnologia.

La Lega Nord – invece, come sempre – semplifica il messaggio e fa demagogia, utile a prendere voti ma non a risolvere i problemi.

Vi è un malessere palpabile di tanta parte della società; si protesta contro le troppe leggi e contro l’ottusità della burocrazia, ma quale sburocratizzazione (senza i vantaggi non più recuperabili delle svalutazioni monetarie per esportare), quale federalismo possono realisticamente assicurare il ritorno allo sviluppo trascorso?

La Lega Nord non ha esitato a inserirsi nelle pieghe dello spirito antistatalista che caratterizza tradizionalmente una notevole parte della popolazione veneta, ha indicato come nemici (processo indispensabile per rispondere alla rabbia dell’impotenza) Roma ladrona, altri soggetti deboli, di comodo, come gli immigrati, i Rom ed è cresciuta politicamente sino ad insediarsi alla testa delle Regioni del Nord.

Guardate: Dalle elezioni politiche del 1996 – dopo il successo leghista del 1992 e quello di Berlusconi nel 1994 – era scaturito in Veneto un perfetto tripolarismo Polo-Lega-Ulivo a tutti gli Enti locali più importanti, le città ma anche i centri medi della Regione, erano governati dal centro-sinistra.

Oggi la situazione è pressoché ribaltata a livello amministrativo e –mentre il centro sinistra è nettamente minoritario e in difficoltà- la Lega ha risolto a proprio vantaggio il confronto–scontro con il Popolo delle Libertà dentro il centro-destra e, con una famelica politica di occupazione del potere, si è insediata ai vertici della Regione e dei suoi centri di potere, delle altre Regioni del Nord e anche dello Stato.

Ma la crisi economica e sociale del Veneto si è – lo stesso – aggravata e anche i decreti attuativi del federalismo, come quello municipale, appaiono solo dei pannicelli caldi, totalmente inefficaci ad aggredire i nodi della crisi economica del cosiddetto “modello Veneto”.

La posta in gioco per le comunità locali è altissima e la fretta serve solo a soddisfare nel breve periodo le smanie propagandistiche della Lega.

Il nodo reale – invece – è quello dell’impianto stesso del decreto, che mantiene caratteristiche di rigidità lesive dell’autonomia finanziaria e impositiva dei comuni.

Manca una imposizione fiscale sui servizi erogati dagli Enti locali che ricada su tutti i residenti e non tanto sui turisti o sulle seconde case.

Inoltre sulla quantificazione delle risorse che si intendono fiscalizzare siamo ancora fermi ai tagli operati con la manovra stroncante dell’estate scorsa, che sta mettendo in crisi i bilanci di Comuni e Province.

A Treviso, Venezia, Padova e Vicenza, 12 Comuni che avrebbero le risorse, ma non possono utilizzarle, causa il patto di stabilità, hanno chiuso sino a tutto il mese di gennaio le proprie sedi un giorno la settimana.

Non si comprende perché anche all’interno del centro-sinistra vi sia chi pensa di patteggiare con la Lega Nord piccoli ritocchi su di un provvedimento che dovrebbe avere una portata storica in materia istituzionale e autonomistica.

Ma poi in pochi anni verrebbe a galla il carattere esclusivamente demagogico del provvedimento: un federalismo labile e senza qualità responsabile di nuove tasse a fronte di una riduzione di servizi non farebbe che aggravare la sfiducia della gente e delle categorie economiche nella politica (definita per assioma parolaia e inconcludente).

La sinistra tradizionalmente ha nutrito sospetti e diffidenza sulla forma istituzionale del federalismo.

Oggi credo che l’insistenza con cui la Lega lo propone in versione egoistica e separatista, smentendolo poi con pratiche centralistiche sia statali che regionali, ci offra l’opportunità di accettare questa sfida, in chiave autonomistica, perequativa e solidaristica, essendo la struttura federalista dello stato entrata nella Costituzione italiana con il famoso titolo V che equiordina sullo stesso livello Enti locali, Regioni e Stato.

Si può cercare una risposta affermativa alla domanda se possa esserci una versione democratica e di sinistra del federalismo, in primo luogo contrastando le tendenze contemporanee alla manipolazione della partecipazione, allo smottamento delle assemblee elettive in favore del decisionismo dei governatori o degli esecutivi, all’allontanamento dei cittadini dalle istituzioni.

Vi sono pratiche ed esperienze quali i bilanci partecipativi che trasformano la democrazia urbana, limitando il peso dei poteri forti (banche, finanza) e delle disuguaglianze sociali nelle decisioni pubbliche.

Non è un caso che a Verona il leghista Tosi, il cosiddetto “sindaco più amato dagli italiani”, si opponga con accanimento alla proposta di referendum su grandi opere inutili e dannose, quali il traforo della collina veronese o l’inceneritore di Cà del Bue.

Nel Nord Est del paese essere di sinistra viene inevitabilmente verificato dalla capacità di fare i conti e di confliggere con la Lega Nord.

Questo partito – sempre più egemone nello schieramento di centro destra – si è affermato stabilmente nel contesto della crisi economica del Nord e anche della acuta crisi della politica.

La ideologia della sicurezza, indirizzata a senso unico contro strati deboli emarginati o discriminati della popolazione risponde semplificatamente alle paure dei cittadini e dei giovani , alla precarietà e all’incertezza generalizzata per il futuro, ma non è solo odiosa e portatrice di lacerazioni sociali, è anche propagandistica e – in fondo – inefficacie.

Anche nel Nord-Est, nell’era leghista, è cresciuto e sta crescendo ancora il numero dei migranti regolari o clandestini.

Che fine hanno fatto anche in Veneto le tanto reclamizzate ronde padane?

Ciò nonostante la Lega Nord è forte elettoralmente, Marco Ravelli parla di un suo “regno del Nord”, ci si illude se si spera in una sua vita effimera, perché le sue radici sono nella crisi e la fuoriuscita dalla crisi è tutta da costruire.

Ma la Lega Nord non è invincibile; Mario Agostinelli in un suo saggio documenta come nelle cosiddette regioni creditrici (quelle che hanno un gettito fiscale tanto elevato da contribuire ai servizi essenziali nelle regioni debitrici (Lombardia – Piemonte – Veneto – Emilia), la Lega rappresenti non più di 10 elettori su 100, mentre 39 su 100 aventi diritto non partecipano al voto.

La sua forza sta nell’indice altissimo di fedeltà del suo elettorato. Nelle ultime elezioni regionali in Lombardia, Piemonte e Veneto, la Lega ha raggiunto i voti del PDL (circa 2.300.000 voti), ma in termini assoluti ha perso 80.000 voti rispetto alle vicinissime elezioni Europee.

Per contrastare efficacemente la Lega e il blocco sociale del centro destra, credo che il punto di partenza sia il ritorno della sinistra a rappresentare il mondo del lavoro.

Dalla imponente manifestazione della Fiom del 16 ottobre scorso al referendum di Mirafiori, alle lotte coraggiose e forti di questi giorni, la Lega Nord ha incredibilmente sempre taciuto, benché un 20% di lavoratori iscritti alla Fiom voti per questo partito.

La ragione è che la Lega non si schiererà mai contro i poteri forti dell’economia; Cota, il presidente della Regione Piemonte, si è sdraiato sulla Fiat e nel Veneto i diritti messi in discussione da Marchionne sono già stati cancellati in tanta parte dell’apparato produttivo.

Il Veneto è secondo solo alla Lombardia per morti sul lavoro, nel 2010 si sono registrate 8 vittime al mese, 2 alla settimana, fatta eccezione per i decessi avvenuti lungo la strada da casa al lavoro e viceversa.

Eppure Berlusconi e la Lega avevano incentrato il loro potere proprio sullo schieramento di imprese minori e relativi lavoratori che non si sentiva tutelato dalla concertazione tra governo – grande impresa e sindacati e proprio la Lega si era distinta nel denunciare “l’alleanza tra CGIL e FIAT”, che accusava di danneggiare i titolari e i dipendenti delle piccole imprese del Nord.

Oggi i tempi sono cambiati: l’imprenditoria del Nord-Est e i milioni di partite IVA hanno misurato tutta la propria debolezza di fronte alla crescita della conoscenza globale; “Il piccolo è bello” del sociologo Giuseppe Di Rita è diventato “Il piccolo è debole” così come la “Milano da bere” degli anni 80 è diventata la “Milano in crisi”.

Una previsione realistica e veritiera indica per il Veneto – oltre ai 65.000 posti di lavoro persi nel 2009, la perdita secca a oggi di altri 60.000 posti di lavoro a seguito dell’esaurimento della Cassa Integrazione ordinaria e speciale e nuove chiusure di aziende, che non utilizzeranno neppure la Cassa integrazione.

Un recente rapporto di Union Camere del Veneto denuncia che anche nella nostra regione 1 giovane sotto i 25 anni su 4 è disoccupato; nel 2009 il numero delle imprese registrate è di 506.000, in diminuzione di 3.300 unità sull’anno precedente e la crisi accentua la polverizzazione delle unità industriali, rendendole ancora più deboli e senza autonomia sul mercato.

Anche ipotizzando la fuoriuscita dalla fase acuta della crisi, nulla – però – tornerà mai più come prima.

La riproposizione del sistema produttivo e del modello dei consumi attuali si scontrerà sempre più con l’emergere delle nuove potenze industriali del mondo e con i limiti dello sviluppo, imposti dallo stato di sofferenza del nostro pianeta e della natura.

La Lega Nord non ha un progetto di cambiamento; è una forza di conservazione, si illude con il federalismo di difendere gli assetti attuali, così come sono; nel Veneto, che sempre più sta ridimensionandosi come regione manifatturiera, Lega Nord e Confindustria stanno tentando di saldare una nuova alleanza, tutta incentrata sulla predicazione della fine del conflitto sociale e sulla individuazione del nemico –come dice Zaia– nei non-Veneti, negli stranieri e nei migranti, che debbono essere respinti. In sostanza si ripropone stancamente la gestione dell’esistente, del vecchio modello economico fondato sulle esportazioni, ma anche sull’accentuazione dello sfruttamento del lavoro.

Su questo terreno la Lega Nord è battibile; la recente alluvione e gli allagamenti molto ampi hanno prodotto danni terribili alle abitazioni, alle attività economiche, ci sono stati migliaia di sfollati, persino alcuni morti.

Zaia ha parlato di 1 miliardo di Euro di danni.

Le cause sono naturali, ma anche antropiche, conseguenza di una dilagante cementificazione, del disboscamento selvaggio lungo i fiumi, della mancanza di una manutenzione geologica.

Sia il pubblico che i privati hanno abusato della natura con operazioni immobiliari in corso d’opera che dovrebbero – per questo solo motivo – essere interrotte, da Veneto city al Quadrante Tessera, dalla città della Moda al Motor city della Bassa Veronese, sino alla base USA di Vicenza.

E invece si parla anche del nucleare in Provincia di Rovigo e – quotidianamente – come funghi nascono progetti e speculazioni che consumano il territorio, oltrechè essere sospettate, talora, di utilizzazione di denaro illecito.

Per noi di SEL la questione dirimente è che l’ambiente non è più un elemento subordinato dello sviluppo, né il limite dello sviluppo, ma la forma stessa dello sviluppo futuro.

Serve una riconversione ecologica che contemporaneamente crei nuove, massicce, opportunità di lavoro quali potrebbero produrre l’investimento in energie rinnovabili, in progetti di mobilità sostenibile (con la prevalenza della rotaia sulla gomma), nel restauro di edifici caratterizzato dall’isolamento termico e dell’efficienza energetica.

La sfida per noi consisterà nell’opera di unificare lotte che sembravano tra loro distanti e che oggi possono e debbono integrarsi reciprocamente, quali quelle contro il lavoro precario e quelle contro l’attuale meccanismo di smaltimento dei rifiuti, quelle per la ricerca e la formazione con quelle – già in corso e in fase di espansione – per la difesa dell’acqua come bene comune.

E’ stata stimolante la discussione tra Fiom e Centri Sociali, movimenti e associazioni, svoltasi a tale proposito sabato e domenica scorsa a Marghera.

Dobbiamo cioè accelerare la fuoriuscita da una fase prettamente propagandistica e mass-mediatica, per aprire nei territori della nostra regione vertenze per l’innovazione del tessuto produttivo, ricercando alleanze con nuova intellettualità, comitati e associazioni “dell’altra economia”, imprenditori dinamici, terzo settore e volontariato, Enti Locali rivitalizzati da pratiche democratiche nuove, sull’esperienza tipo dei bilanci partecipativi.

Così si collega il territorio al lavoro e si apre la strada dell’alternativa politica alla Lega e al centro destra.

Abbiamo già deciso di istituire (subito dopo il congresso) il Forum sul lavoro nel Veneto e l’osservatorio permanente su tutte le nefandezze contenute nelle ordinanze che la Lega promulga, facendole passare come senso comune e cariche – invece – di veleno e di messaggi di odio che compromettono la civile convivenza e la stessa ripresa di senso generale della nostra Regione.

La Lega Nord è oramai a tutti gli effetti un partito romano, centralista e immerso nella trattativa politica del centro-destra, sul quale cominciano a pesare una corposa questione morale (a Brescia la chiamano “Carrocciopoli”) e una morbosa occupazione del potere a tutti i livelli.

Si professano cristiani quando debbono schierarsi contro la laicità dello stato e delle istituzioni o quando esprimono una rozza intolleranza su questioni di costume contro i gay e le conquiste delle donne; se ne infischiano della Chiesa e del suo messaggio, quando incitano alla discriminazione verso gli immigrati.

Sono ostili e diffidenti verso tutte le istituzioni culturali, dalle Università alle Fondazioni musicali.

Ma hanno superato ogni limite con l’ultima trovata di un assessore della Provincia di Venezia che –in compagnia di un’assessore regionale e con il silenzio del governatore Zaia– ha dato indicazione di togliere i libri di Saviano e di alcuni autori veneti dalle biblioteche scolastiche e pubbliche.

Abbiamo denunciato con forza l’incredibile censura, sollecitando l’intervento dei Rettori delle Università, dei responsabili delle istituzioni culturali venete e delle scuole, perché la storia ci insegna che atteggiamenti di indifferenza e sottovalutazione possono progressivamente avvicinare grandi tragedie.

In conclusione ci prefiggiamo di organizzare prima delle elezioni amministrative di maggio un’importante convegno sui valori costitutivi del rilancio vero e alternativo della nostra regione in Europa e a livello nazionale.

Stiamo avvicinandoci ad una importante campagna elettorale amministrativa.

Lo schieramento di centro sinistra nel corso degli ultimi anni ha perso posizioni importanti, soprattutto i comuni medio-grandi che rappresentano il tessuto connettivo della regione.

Perderemo ancora? Dobbiamo difendere alcune amministrazioni (Rovigo – Montebelluna) e riconquistare altre (Adria, Chioggia) che la sinistra ha lungamente amministrato.

Il metodo delle primarie si è unanimemente confermato come il più adatto a risolvere le contraddizioni interne ai partiti e interpartitiche.

Ma vi è una tendenza a utilizzarle senza criteri univoci e secondo – invece – opportunità contingenti.

Lo dico senza vena polemica o addirittura ironica: siamo preoccupati seriamente per lo stato di difficoltà e per i rischi di implosione, presenti nel Partito Democratico, che è la forza principale collocata nel centro-sinistra.

Il PD nelle ultime consultazioni regionali è stato pesantemente sconfitto nel Nord e nel Veneto.

Andrea Causin, dimettendosi da vice segretario regionale qualche mese fa, ha rimarcato i soli 450.000 voti ottenuti nelle regionali rispetto agli 800.000 voti di un anno prima nelle elezioni politiche.

Per il PD, ma anche per noi e per la sinistra, parlare di disaffezione è solo ipocrisia.

Si tratta di qualcosa di più grave: una volontà punitiva verso i gruppi dirigenti di tutti i partiti dell’opposizione.

Sinistra, Ecologia, Libertà si è dotata oggi di una posizione politica chiara, autonoma ma non autosufficiente, nell’ambito delle alleanze di centro sinistra.

Il PD veneto ha subito ulteriori erosioni nei gruppi dirigenti a vantaggio di formazioni centriste quali quella facente capo a Rutelli e quella denominata “Verso il Nord”; nelle alleanze, le opinioni e le scuole di pensiero sono molto numerose e vi è il rischio reale di tatticismi e manovre che appaiono confuse e incerte all’elettorato di riferimento.

Lo stesso strumento delle primarie, che è il marchio di fabbrica del PD, è stato messo in discussione e SEL avverte il pericolo di risultati elettorali negativi per il Centro-Sinistra anche in aree tradizionalmente di sinistra, come Rovigo.

Questo anche perché sulle questioni di fondo del lavoro, del federalismo, dei beni comuni non vi è univocità di orientamento politico nei gruppi dirigenti del PD.

Basti pensare ai prossimi referendum sull’acqua e sul nucleare che dovrebbero svolgersi nella primavera e su cui – invece – l’impegno di SEL è stato e sarà totale e inequivocabile.

In una regione dove Galan e la Lega hanno prodotto nella sanità oltre 500 milioni di deficit, con una riduzione dei servizi alla persona e in cui tutto il sistema di welfare è in discussione per i tagli pesantissimi agli Enti Locali, SEL sta discutendo su idee innovative dello Stato Sociale.

Anche a livello nazionale e con alcune proposte di legge nelle regioni del centro Italia, pensiamo alla istituzione di un nuovo strumento, il reddito di cittadinanza, sostitutivo di molti degli attuali ammortizzatori sociali, sganciato da produttività e da contribuzione, strumento universalistico, ma preferibilmente finalizzato a innestare nuovi percorsi di formazione e di avviamento al lavoro.

Il reddito minimo di cittadinanza può divenire un obiettivo carico di significati ideali, che contrasta il ricatto del lavoro purchessia, precario e senza dignità, capace di riunificare il mondo del lavoro (oggi frammentato), dal lavoratore dipendente al precario, al cassaintegrato, dal migrante al possessore di partita IVA sino all’artigiano, primo nucleo di un blocco sociale alternativo a quello cementatosi su Lega Nord e centro destra.

Il ruolo del sindacato stesso potrebbe ampliarsi e interessare la contrattazione nel territorio oltrechè nella fabbrica, interloquendo con chi è stato frammentato o espulso dal mercato del lavoro, in una grande vertenza sociale come sono state nel passato quelle per il salario differito su temi quali la casa, i trasporti, la sanità pubblica.

Con il primo Congresso Nazionale di Firenze dello scorso ottobre, SEL si è costituita in partito.

Ci stiamo radicando sul territorio anche nel Veneto, che è forse la regione più difficile d’Italia.

Siamo sempre stati generosi, senza fare calcoli elettoralistici alla ricerca di posti istituzionali, contribuendo con i nostri voti a fare eleggere parecchi amministratori di sinistra e di centro-sinistra.

Oggi sentiamo che è importante avere anche una presenza nelle istituzioni per costruire l’alternativa al centro destra e alla Lega Nord e sappiamo che tanti giovani e tanti cittadini che si sono astenuti nelle ultime tornate elettorali guardano a noi con interesse e crescente attesa.

Lo ha dimostrato la recente venuta di Vendola a Venezia, Vicenza e Padova, che ha visto una partecipazione numerosissima ed entusiasta.

E’ stata la conferma che anche nel Veneto c’è bisogno di una politica nuova nei metodi e nei contenuti, di aria fresca e pulita e che c’è bisogno di sinistra.

SEL deve fare riunioni e telefonate, ma soprattutto tanta iniziativa e pratica sociale, trovando lì gli interlocutori principali, i compagni di strada e di avventura.

Parafrasando un bel film americano del 1985 “Cercasi Susan disperatamente”, direi “Cercasi Sinistra, disperatamente” in Italia e nel Veneto.

Noi siamo nati e vogliamo lavorare per dare risposta a questa domanda.


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