Diamo un nome alla casta: a cominciare da quella di Varese e dintorni

di Luca De Marco

 

E’ tornato di moda il discorso sulla casta. Benissimo, purché l’attenzione ai costi e agli sprechi della politica, e la denuncia delle condizioni di privilegio, siano una pratica costante dei media nazionali e locali e non si limitino a periodiche ondate di indignazione che alla fine risultano inutili. E purché non si faccia di tutta un’erba un fascio, e alla casta si diano nomi e cognomi. Uno dei primi nomi e cognomi che andrebbero fatti è quello di Umberto Bossi. Pochi altri come Bossi incarnano tutti i peggiori difetti che si attribuiscono alla casta.

Disprezzo delle regole e delle leggi.

Bossi è quello che ha usato contro i magistrati che hanno indagato la Lega le parole più dure, andando ben oltre il suo amico Silvio. Ai magistrati ebbe a ricordare che una pallottola costa solo 300 lire. Al magistrato Abate, affetto da problemi fisici per i postumi della poliomelite, per aver inviato un avviso di garanzia al deputato Leoni, quello che sventolò il cappio in Parlamento, Bossi promise che la schiena gliela avrebbe raddrizzata la Lega con i bastoni. Bossi fu poi condannato per quelle affermazioni a un risarcimento miliardario nei confronti del magistrato. Quando venne scoperta la tangente alla Lega data dall’Enimont, per la quale è stato condannato a sei mesi di reclusione, Bossi scaricò subito, insultandolo come “pirla”, il proprio tesoriere Patelli. I magistrati accertarono poi che era Bossi a occuparsi in prima persona dei finanziamenti alla Lega ed è stato perciò condannato a 8 mesi di reclusione.

Impunità e leggi ad personam

Nel 1996 la Camera nega l’autorizzazione a procedere contro Bossi per le affermazioni fatte nella campagna elettorale per le comunali milanesi. Aveva attaccato il candidato Nando Dalla Chiesa, figlio del generale ucciso dalla mafia a Palermo assieme alla compagna e alla scorta, chiamandolo “Nando Dalla Cosa Nostra” e definendo il suo partito, la Rete, “un partito mafioso”. Bossi è stato condannato in via definitiva a un anno e quattro mesi per vilipendio della bandiera, per aver affermato che “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Con il tricolore mi ci pulisco il c.”. Per aver invitato a mettere la bandiera tricolore nel cesso Bossi si è fatto negare nel 2002 l’autorizzazione a procedere dalla Camera. La Consulta ha poi annullato quella immunità ed è ripreso l’iter giudiziario. Nel frattempo la maggioranza di centrodestra ha depenalizzato il reato e dunque la condanna di primo grado a un anno e quattro mesi di reclusione è stata convertita in una multa di 3000 euro. Per non dover pagare la multa Bossi ha poi invocato la sua qualifica di europarlamentare. Ma la Cassazione ha confermato la multa di 3000 euro. L’iter non è ancora concluso. Bossi, assieme a un’altra quarantina di leghisti, era pure indagato per attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge, per aver costituito la Guardia Nazionale Padana. Ma i tre reati contestati sono stati tutti riformati, prima nel 2006 e poi nel 2010, quando il ministro leghista Calderoli ha eliminato l’esistenza del reato di costituzione di banda armata per il quale era in corso il processo a Verona.

Sprechi

Bossi ministro è il primo spreco della politica italiana. Viene pagato per fare il ministro delle Riforme e del Federalismo, ma tutti sanno che il lavoro lo fa tutto Calderoli, che invece dovrebbe occuparsi di semplificazione. Anche l’ultima proposta di riforma costituzionale, quella sull’art. 41, è stata elaborata e presentata al consiglio dei ministri da Calderoli. Bossi mette solo la firma e prende lo stipendio. L’ultima pagliacciata di aprire degli uffici ministeriali a Monza, vicino a casa del ministro, è un’operazione a spese dei contribuenti che non serve a nessuno se non al delirio brianzolocentrico dei padani (anche se poi i mobili per i nuovi uffici sono stati acquistati da una ditta siciliana). I commercianti che sono andati l’altro giorno a verificare la operatività dei ministeri del Nord, che dovevano aprire ai primi di settembre, hanno trovato uffici vuoti, con alle pareti la foto del Bossi accanto a quella di Napolitano, e la statuetta di Alberto da Giussano sulla scrivania. Tutto a spese nostre, ovviamente. La Lega ha fatto spendere milioni di euro alla Rai per produrre film che nessuno è andato a vedere, sulla figura del Barbarossa (nel film compariva anche il Bossi in veste medievale), e ora ne fa spendere altrettanti per un film su Marco D’Aviano. Tra l’altro i film vengono girati in Romania e dunque non vi è neanche un ritorno sul nostro territorio dei milioni fatti sborsare alla Radiotelevisione pubblica dai fanatici leghisti.

Nepotismo

Non solo il Bossi ha fatto eleggere nel Consiglio Regionale della Lombardia il tre volte bocciato alla maturità figlio Renzo, da lui stesso battezzato come “trota”, ma se lo porta dietro nei vertici con il presidente del Consiglio, dunque di fatto elevando il figlio a massimo dirigente del suo partito. Si è portato il trota anche nel sopralluogo istituzionale con il Presidente del Consiglio suoi luoghi dell’alluvione del novembre scorso in Veneto. Ad incontrare i sindaci dei Comuni, con il Presidente del Consiglio e il capo della Protezione Civile c’era anche il Trota e il padre ministro che fumava il sigaro in prefettura. Un altro figlio del Bossi, Riccardo, reso celebre da una intervista a Gianantonio Stella esilarante, da studente universitario fuori corso  è stato assistente al parlamento europeo di Francesco Speroni. Con lui lo zio Franco, fratello del Bossi e commerciante di ricambi d’auto, a fare l’assistente di Matteo Salvini. Riccardo Bossi, attualmente compagno di una allegra protagonista del noto programma cultural politico “La pupa e il secchione”, con la quale si fa fotografare sul settimanale di Berlusconi e con la quale partecipa a trasmissioni pomeridiane nelle televisioni di Berlusconi, è stato inoltre stipendiato dalle varie cooperative della galassia leghista per consulenze. Recentemente il Bossi ha imposto la riconferma a capogruppo alla Camera del genero di Speroni, Marco Reguzzoni, nonostante il parere contrario dei deputati e di Maroni. La moglie del Bossi ha ricevuto dal Parlamento, ovviamente su iniziativa del partito guidato dal marito, un contributo di 800.000,00 per la sua scuola privata “Bosina” a Varese. Manuela Marrone, insegnante in pensione dal 1992, quando aveva ben 39 anni, ha fondato la scuola nel 1998. Un bell’esempio di attaccamento ai valori familiari lo dettero due deputati leghisti qualche anno fa. Maurizio Balocchi era sottosegretario all’interno del governo Berlusconi, Eduard Ballaman era deputato e questore alla Camera. Uno assume nel suo ufficio la moglie dell’altro, l’altro assume nel suo ufficio la compagna dell’altro. L’operazione serviva ad aggirare la norma che vieta di assumere nei propri uffici i congiunti. Ballaman, finita la carriera di parlamentare, passa in Regione Friuli Venezia Giulia dove diventa presidente del Consiglio Regionale, dove si vantava di recarsi armato di pistola. Nel 2010 scoppia lo scandalo auto blu, Ballaman viene accusato di aver fatto 70 viaggi con autista e auto blu per motivi privati. Si dimette da presidente del consiglio. Di pochi giorni fa la condanna da parte della corte dei conti a risarcire 22.877 euro per l’uso improprio dell’auto blu. Gli sono stati abbuonati una serie di viaggi fatti per partecipare a manifestazione leghiste, perché comunque lì ci trovava il ministro Maroni e dunque poteva starci un minimo di scopo istituzionale. Ma il viaggio di nozze e dal notaio per firmare delle carte personali proprio non ci stavano. Interessanti le affermazioni del suo avvocato difensore, che rivendica la buona fede del Ballaman perché quel tipo di utilizzo dell’auto lo riteneva lecito data la sua precedente esperienza parlamentare. Quello dell’uso dell’automobile per fatti propri a spese del contribuente sembra una passione per i leghisti. Il presidente leghista della società di trasporto pubblico veronese ATV, Gianluigi Soardi, nonché Sindaco di Sommacampagna, è accusato di peculato, truffa aggravata e  abuso di uffici per i rimborsi spesi a carico dell’azienda pubblica. Oltre a scontrini per spese fatte alla stessa ora in città distanti chilometri, gli viene contestato l’utilizzo del telepass intestato all’azienda per le sue vacanze di famiglia al sud, o la camera d’albergo per le figlie a Roma fatta pagare alla società.

Inutilità

Bossi e la sua congrega sono un partito politico inutile, e anzi dannoso. Qui il discorso si farebbe lungo, ma limitiamoci a considerare il comportamento degli uomini verdi nei confronti della manovra economica in corso. La Lega ha dato di fatto il via libera al contributo di solidarietà, e anzi ha proposto una forma di patrimoniale, un po’ confusa e pasticciata ma comunque una patrimoniale sui più ricchi. Non solo non se né più parlato della patrimoniale ma è anche stato tolto il contributo di solidarietà. Bossi a ferragosto si è vantato di aver salvato le pensioni dal cattivo Brunetta in consiglio dei ministri: ovviamente una balla ad uso dei creduloni che ancora gli credono. Tolto il contributo di solidarietà la maggioranza mette invece mano proprio alle pensioni, con l’avvallo della Lega. Accortisi dell’indignazione popolare, poco dopo il vertice di Arcore Calderoli comincia a sparare contro il provvedimento approvato dalla Lega e fa finta di esser quello che ne chiede la modifica. Altra proposta della Lega, annunciata con enfasi dal Bossi: aumenteremo le buste paga mettendoci dentro il Tfr. In pratica una presa in giro per i lavoratori, la solita buffonata leghista, poco dopo della proposta si perdono le tracce.

I parolai leghisti sono assolutamente inutili, anzi quando agiscono sono pure dannosi. I compensi e i privilegi di cui godono sono assolutamente ingiustificati. Ci tocca pure mantenere un personaggio come Borghezio che simpatizza per i nazisti stragisti.

Che al Bossi piacciano i politicanti senza arte né parte, spregiudicati e opportunisti, insomma quelli della casta, lo ha del resto dichiarato espressamente, quando pochi giorni fa ha detto ha espresso le sue preferenze: “Meglio Scilipoti che quella scienziata, la Montalcini”.

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1 Commento

Archiviato in etica

Una risposta a “Diamo un nome alla casta: a cominciare da quella di Varese e dintorni

  1. Bel pezzo. Non tutte le malefatte le conoscevo. Poi, snocciolate di seguito fanno davvero impressione.

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