Dove c’è un muro c’è chiusura di cuore

Al Presidente della Provincia Leonardo Muraro,

Alla sezione della Lega Nord di Mogliano Veneto,

All’ormai ex Sindaco Giovanni Azzolini,

Alla Presidente del quartiere Mazzocco Wally Zorzi.,

Lettera  Aperta

Dove c’è un muro c’è chiusura di cuore: servono ponti, non muri

Esattamente 25 anni fa in queste ore, il mondo festeggiava con la caduta di un muro la fine di un’epoca e del mondo per come fino ad allora lo si era conosciuto: il saluto alla contrapposizione politica di due modelli economici, sociali e istituzionali da una parte e dall’altra l’abbraccio alla nuova era della globalizzazione con tutte le contraddizioni che ai giorni nostri ben conosciamo. “La storia insegna, ma non ha scolari” scriveva profeticamente Antonio Gramsci nelle sue Lettere dal Carcere, così l’umanità nella falsa convinzione che abbattendo quel muro si stesse realizzando la piena libertà dell’individuo, si scordò di conciliarla con la giustizia sociale: il risultato odierno dunque non è la scomparsa del muro, ma la sua riedizione in forma invisibile e aggiornata. La discriminante è il primato dell’avere sull’essere, che ha generato la separazione tra chi ha e chi non ha.

L’unica condizione che accomuna le due parti in causa è l’impossibilità di scegliere se nascere da una parte o dall’altra di questo nuovo muro, è infatti il caso che prende al posto loro questa decisione. Diventa poi naturale che chi si trova nella condizione dell’essere ma del non avere, cerchi di emanciparsi dal suo stadio originale combattendo in prima linea per integrarlo.

Questi sono i moti migratori, che hanno interessato la storia dell’uomo fin dalla sua nascita secondo il principio della sopravvivenza. “Se alzi un muro pensa a cosa lasci fuori” diceva il duca d’Ombrosia Cosimo Piovasco di Rondò nel romanzo di Italo Calvino “Il Barone Rampante”. A noi che stiamo dall’altra parte del muro è infatti affidato il compito di accettare o meno questa sfida, partendo dal presupposto che proprio perché si tratta di un fenomeno naturale umano, non ci possono essere modi o strumenti in grado di controllarlo o di fermarlo. Risulta infatti paradossale e comodamente illogico godere dei benefici della globalizzazione del mercato, salvo poi rispolverare principi feudali quando allo stesso benessere vogliono partecipare anche quelli che quei benefici non li hanno mai conosciuti.

La vera chiave per vincere questa sfida è opposta e l’ha donata Papa Francesco quando dopo l’ennesima strage in mare a Lampedusa ha deciso di recarsi lui stesso sull’isola per denunciare che alla “globalizzazione dell’indifferenza” si deve rispondere con quella dei diritti e della solidarietà sociale.

Chi rimprovera a questi ragionamenti un carattere utopico ignora che lo stesso ammonimento dovrebbe allora affidarlo alla Carta dei Diritti dell’Uomo e alla nostra Costituzione, la quale nei suoi principi fondamentali recita:

– all’articolo 2 “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”;

– all’articolo 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”;

– all’articolo 8 “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”;

– all’articolo 10 “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.”

L’8,33% della popolazione moglianese è costituita da residenti stranieri di diverse culture religiose (Istat). Fino a ieri gli unici che potevano esercitare un diritto- che come abbiamo appurato è costituzionalmente garantito- erano quelli che professavano un culto cristiano cattolico. Fino a ieri poiché una parte di questi che professano invece il culto islamico, hanno deciso di riunirsi in associazione per dar vita al primo centro islamico della città. L’associazione si chiama “Amici della Pace” proprio per sottolineare il carattere di apertura e accoglienza delle persone che la animano, oltre che per sfatare luoghi comuni che in questo periodo vogliono associare indiscriminatamente la loro religione al terrorismo del’ISIS. Il centro ha preso vita presso uno stabile privato e si manterrà attraverso attività di autofinanziamento.

Apprendiamo da alcuni giornali però la notizia sembrano essere le dichiarazioni del Presidente del quartiere di Mazzocco Wally Zorzi e quelle del Presidente della Provincia e esponente della Lega Nord: la prima dichiara “Se avete soldi per farvi la sede , dovete riflettere e non chiedere più i buoni mensa scolastici, il buono trasporto, gli sconti per la casa perché anche i nostri italiani e i nostri giovani sono in crisi, non trovano lavoro ed emigrano”; ben oltre va invece Muraro “Penso che anche dal punto di vista dell’ordine pubblico, proprio in coincidenza con l’avanzare dell’ISIS e del terrorismo islamico, dare autorizzazioni per un centro culturale di questo tipo, non possano che generare perplessità e timore”.

A loro si aggiunge la mozione depositata dai Consiglieri comunali della lista Azzolini Sindaco, dove si paventano infrazioni regolamentari sulla destinazione d’uso urbanistica dello stabile e si chiede la sospensione dell’apertura del centro.

Si tratta di una pessima dimostrazione della commistione tra razzismo, xenofobia, ignoranza e populismo reazionario, che riportano a ben altre epoche. Non di certo quella che stiamo vivendo che, come descritto in premessa, ci obbliga a fare un salto di qualità nell’allargare il nostro concetto identitario primario, vedendo di fatto cadere i concetti nazionalistici del secolo scorso e aprendo le porte al cosmopolitismo.

Noi da rappresentanti delle Istituzioni eletti nello Stato italiano non abbiamo fatto altro che partecipare all’inaugurazione per dare piena concretizzazione ai Principi Costituzionali esposti estendendo diritti fondamentali a chi non li aveva. E di questo ne siamo orgogliosi. Diverse sono invece le posizioni dei tre personaggi in cerca d’autore sopracitati, che non ricordano che in quanto Istituzioni avrebbero il dovere di rappresentare tutti i cittadini. In realtà fanno l’esatto contrario, facendo politica sulle paure della gente e stimolando istinti reazionari repressi per un tornaconto elettorale in vista dei prossimi appuntamenti col voto. Ennesimo esempio della politica a puntuale scadenza yogurt senza prospettive a lungo termine. Costoro però non si rendono conto che in una crisi economica, sociale e culturale come quella che stiamo vivendo, questi input irresponsabili da parte di chi dovrebbe guidare i rispettivi territori non fanno altro che provocare lacerazioni di un tessuto sociale già estremamente falcidiato con l’ennesima guerra tra poveri. La stessa risposta per uscire dalla crisi era stata data in Europa intorno agli anni trenta con i risultati che bene conosciamo.

Sempre costoro poi si devono anche rendere conto (e lo sanno anche molto bene) che la crisi economica non è assolutamente causata dalle persone che frequenteranno il centro culturale, in quanto hanno contribuito nel passato e lo faranno anche nel futuro a pagare tasse regolari, a lavorare (quando vi è il lavoro) contribuendo anche al PIL veneto di cui speso la lega e i suoi seguaci, se ne fanno un grande vanto.

Nel 2014 i nostri bambini studiano in classi multietniche, dove il marocchino conosce a mena dito il dialetto veneziano e il veneto viceversa impara a spiccicare qualche parola in arabo. Entrambi non si considerano però né veneti né marocchini ma cittadini italiani nel mondo globale. Da loro ci arriva l’esempio più bello di come la xenofobia divide e di come  l’integrazione unisce.

La delinquenza non ha colore di pelle o provenienza geografica, la delinquenza è delinquenza. Lo stesso discorso vale per il terrorismo visto che ci si dimentica che non tanti anni fa anche in Italia scoppiavano bombe innescate da italiani per uccidere italiani. Aprire luoghi come il centro islamico a Mogliano diventa assurdamente un’occasione in più a livello di trasparenza: per esempio se l’Imam di San Donà non avesse potuto tenere quell’orazione in pubblico in cui pregava Allah di uccidere tutti gli ebrei, non lo si sarebbe potuto allontanare dalla sua comunità. In questo momento non abbiamo bisogno di nemici immaginari o di allarmi e paure inesistenti. Di questo i nostri amici se ne dovranno fare una ragione perché i cittadini- come molto spesso succede- sono molto più avanti della loro classe politica e

Muro-di-Israele-2

sono pronti per far passare Mogliano dall’essere un paesotto di provincia a un fiore all’occhiello della nuova area metropolitana di Venezia. Per farlo “non servono più muri ma ponti”.

Mogliano Veneto 10/11/14.

Giacomo Nilandi- Capogruppo comunale de La Sinistra per Mogliano.

Luigi Amendola- Capogruppo Provinciale di Sinistra Ecologia Libertà.

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