Meno sanità, più disuguaglianza

Ancora tagli alla sanità, annuncia il Governo, chiamandoli “razionalizzazioni” o “riduzione di sprechi”. Ma ci sono davvero questi grandi spazi di efficientamento per realizzare miliardi di euro di risparmio nella gestione della sanità pubblica del nostro paese? Bene, allora quei risparmi sarebbe il caso di utilizzarli per ridurre le disuguaglianze di salute. Chi è povero oggi risparmia sulle analisi e sui farmaci, questo comporta che ancor più di prima, banalmente, chi è più ricco vive di più e meglio, chi è più povero muore prima. In concreto, significa rivedere le quote di “compartecipazione alla spesa sanitaria”, riducendo i ticket anche in maniera selettiva, e aumentare le prestazioni coperte dal Servizio Nazionale, si pensi all’assistenza domiciliare, si pensi a tutto il settore dell’impiantistica dentale, si pensi al tema dei farmaci a carico del paziente e delle cure per malattie rare. Insomma, se ci sono tanti soldi da risparmiare, con quelli facciamo spendere meno ai cittadini per curarsi e diamoli più servizi.

Vogliamo davvero credere che si possono risparmiare miliardi dalla sanità e che dobbiamo continuare a ringraziare Emergency per l’ambulatorio mobile di Marghera che assiste i pazienti poveri?

Come la pone invece il Governo, tramite Gutgled, addetto alla spending review, si tratta di risparmiare sulla sanità per permettere al propagandista che sta a Palazzo Chigi di mantener fede alle promesse che fa al popolo per acquisire consenso. Spostare risorse da un servizio fondamentale, probabilmente il più importante per la vita delle persone, per destinarle a una riduzione delle tasse che vada a favore dei ricchi e dei poveri, e che anzi tagliando le imposte sulla casa avvantaggerà di più proprio i più ricchi, è una manovra che aumenta le disuguaglianze nel paese, quando invece la priorità è ridurre la crescente disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e del reddito.

Perché poi risparmiare su una voce di spesa che non è fuori controllo, che non è a livelli maggiori rispetto a quanto spendono gli altri paesi, che è appena stata ridotta (è di oggi l’approvazione del taglio di 2,3 miliardi) dopo che lo scorso anno si era promesso alle Regioni di non procedere ad alcun taglio. Ma è arrivata poi la promessa della “più grande riduzione delle tasse della Storia della Repubblica”, e si sono dovuti trovare i soldi per diminuire in modo generalizzato l’Irap alle imprese, quelle virtuose e quelle no, tagliare i contributi alle assunzioni, quelle nuove e quelle già programmate e che sarebbero state fatte anche senza la decontribuzione, confermare gli 80 euro di bonus ai lavoratori a basso reddito, escludendo quelli a reddito molto basso e i pensionati e i poveri. Si sono perciò massacrate le finanze degli enti locali, i comuni hanno dovuto tagliare i servizi e calare la mano sulla tassazione locale, le province non sono in grado di chiudere i bilanci perché non solo non ricevono contributi dallo Stato ma devono dare le proprie risorse al governo, e alle Regioni sono stati chiesti 4 miliardi, di cui appunto 2,3 sono stati reperiti dal settore della sanità, con un taglio dal Fondo Sanitario Nazionale. Il provvedimento è stato approvato dal Senato con voto di fiducia, ma già la Ragioneria dello Stato ha segnalato come il conseguimento effettivo dei risparmi previsti per l’anno in corso sia a rischio visto che siamo a fine luglio, e ha segnalato il rischio che a fronte del taglio delle spese vengano forniti dalle aziende “prodotti di minore qualità”. Ma i tagli al sociale non bastano mai, e ancor prima di approvare il taglio dei 2,3 miliardi in tre anni per coprire la legge di stabilità in corso, si annunciano nuovi tagli alla sanità per la prossima legge di stabilità

Quest’anno quindi il meccanismo si ripete. Il Governo non ha convinto nessuno di aver realizzato “la più grande riduzione di tasse mai fatta da un governo nella storia della Repubblica”, come definì Renzi la legge di stabilità 2015, e oggi rilancia aumentando la posta e con la stessa logica perversa: una riduzione non selettiva della pressione fiscale che avvantaggia chi ha di più e non dà niente ai più poveri, finanziata con il massacro della finanza locale e dello stato sociale. E’ una impostazione di politica economica organica alle peggiori versioni dell’austerità, che a parole tutti dicono di rifiutare, e che nemmeno sana i conti pubblici perché si basa anche sulla famosa “flessibilità”, cioè sulla possibilità di chiudere i bilanci in leggero deficit, andando ad aumentare lo stock del debito pubblico, che infatti ha raggiunto il massimo storicmaramo, ma senza avere la forza di innescare un ciclo economico espansivo. Una politica, quindi, che non ci fa uscire dalla logica del rigore ma anzi la rafforzerà, che riduce i servizi ai cittadini, che taglia i diritti, che non tocca minimamente il tema della povertà.

Il Governo riprenda invece l’impostazione che aveva annunciato ad aprile, quando aveva inventato di sana pianta l’esistenza di un tesoretto, in realtà uno spazio di aumento della spesa in deficit, e aveva annunciato un provvedimento contro la povertà, con evidenti finalità elettoralistiche in vista delle regionali di maggio, poi sfumato per la sentenza della Corte Costituzionale che ha obbligato a restituire in parte i soldi sottratti ai pensionati negli ultimi con il blocco degli adeguamenti annuali, che ha comportato lo stanziamento di 1,6 miliardi. Il ministro Poletti parlava allora di “un piano anti-povertà entro giugno”, obiettivo poi scomparso dall’orizzonte per lasciar posto al remake del berlusconiano taglio dell’Ici. Sarebbe invece ora che si prendesse seriamente in considerazione la possibilità di misure strutturali di riduzione della povertà assoluta e della povertà relativa, magari forme di reddito minimo garantito, come accade negli altri paesi d’Europa.

Luca De Marco

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