“Fuori dall’emergenza!”, la sintesi della serata del 20

FUORI DALL’EMERGENZA!

Il giorno 20 luglio si è svolto presso la sala della CGIL – Treviso in via Dandolo l’incontro “Fuori dall’emergenza!”, una tavola rotonda con esperti, amministratori associazioni e cittadini incentrata sull’attuale “emergenza” immigrazione.

Luca De Marco

A introdurre la serata è stato Luca De Marco, coordinatore provinciale di Sinistra Ecologia Libertà, che ha precisato il taglio che si voleva dare alla discussione. L’obbiettivo, come dice il titolo, era raccogliere proposte e condividere informazioni per uscire dalla prospettiva emergenziale con cui al momento ci si rapporta ai profughi. Non quindi discutere se sia necessario accogliere o meno, ma come accogliere.sala 20 luglio

Al momento, infatti, alla base della gestione del problema c’è solo una serie scarna di regole che lasciano spazio a troppa discrezionalità, sia da parte dei prefetti, per quanto riguarda come e in che termini organizzare l’accoglienza, sia da parte dei comuni e delle regioni, che possono decidere se collaborare o meno. Non vengono offerte strutture, non c’è nessun ente che garantisca i diritti, non solo dei profughi, ma anche dei cittadini.

Non si può solo sperare in un prefetto bravo, ma bisogna creare un sistema ordinato che metta in rete associazioni e amministratori, che garantisca una buona diffusione dei punti di accoglienza che devono essere distribuiti quanto più omogeneamente possibile sul territorio italiano, che valorizzi i migranti come una risorsa per il territorio. Tutto questo oltre a mettere fine all’emergenza contribuirà anche e soprattutto a mettere finalmente fine alla paura.

L’accoglienza deve essere organizzata, ordinata, incardinata su strutture permanenti. Una risposta al problema in tal senso, la offre la buona pratica degli SPRAR, sistema che non solo si è dimostrato efficace ed efficiente, ma potrebbe in futuro essere una sistema di supporto al sociale utile anche per gli italiani indigenti.

Infatti gli immigrati vanno e vengono, non tutti restano stabilmente in Italia, ma quando le strutture sono avviate, quelle restano. A riprova che non è un’invasione, la Germania stessa accoglie 3 volte di più di noi.

Vengono poi presentati i relatori che daranno il via alla tavola: Erasmo Palazzotto, deputato SEL e segretario della Commissione parlamentare di inchiesta sulle strutture di accoglienza ed identificazione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti nei Centri di Accoglienza, nei Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA) e nei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE), proveniente dalla Sicilia, la regione che più accoglie in Italia e reduce da una visita alla Serena, la caserma in disuso in cui sono stati recentemente collocati i 100 profughi cacciati da Quinto di Treviso; Gianfranco Schiavone, esperto dei progetti SPRAR; Anna Caterina Cabino, assessora all’immigrazione al comune di Treviso.

Gianfranco Schiavone

Ha cominciato nel 1992 ad interessarsi della questione immigrazione a seguito del crollo dell’ex-Jugoslavia che diede inizio ai primi flussi migratori. Da quel momento infatti partirono le prime ondate migratorie che non so sono più  veramente arrestate, è seguito poi man mano tutto il resto. Al momento è nel consiglio direttivo dell’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) e presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà.

In Italia i problemi sull’immigrazione che rendono gli afflussi un’emergenza sono essenzialmente tecnici. Le domande di asilo infatti sono 64 mila domande in tutta Europa, pochissime se consideriamo i paese che ci circondano, ma in questi ultimi anni non si è mai adeguato il sistema di accoglienza agli arrivi, non è stato fatto nessun atto di programmazione.

Entrando nei dettagli, che cosa è successo in tutti questi anni?

Dal 2005 in poi, anno in cui l’Italia è stata obbligata dalla UE a farsi carico dei richiedenti asilo, si è sempre sottostimato il problema quanto l’afflusso. Il sistema ora sta crollando e diventa visibile sono perché sono tanti, ma da quando è stato creato il sistema, questo è da sempre in carenza di posti.

Le strutture di accoglienza al momento sono di 3 tipi:

  • Strutture temporanee: 37 mila ospiti
  • Strutture CARA, (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) quelle che vengono definite come al soluzione normale al problema che offre l’Italia: 9 mila ospiti
  • Strutture SPRAR (Sistema per la Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati): 20 mila ospiti

Il fattore emergenziale deriva dal fatto che la risposta tradizionale e quella innovativa all’immigrazione anche se sommate valgono a stento la metà degli ospiti in strutture temporanee.

Il sistema SPRAR

I primi centri nascono nel 2003 ma per molti anni il loro numero cresce di ben poco,  a causa della mancanza di fondi e di impegno da parte di chi doveva legiferare in materia. Solo nel 2012 si investe abbondantemente nel progetto e, con un solo provvedimento amministravo, cresce tantissimo, passando dai 3.979 ospiti del 2012 ai 20.752 del 2014.

http://www.sprar.it/images/Atlante%20Sprar%202014_completo.pdf

Il sistema SPRAR non è solo un modo per accogliere, ma anche per abituare territori all’idea che l’immigrazione è un fenomeno normale. L’unico problema dell’Italia in realtà è solo la crescita molto veloce del numero di richiedenti asilo, ma in realtà il problema viene sentito perché non ci sono strutture di accoglienza adeguate, situazione che porta ad un abuso delle  strutture temporanee e produce anche una percezione distorta della realtà. L’Italia non è piena, ma vuota di immigrati rispetto agli altri paese del mondo e d’Europa . Ancora di più è vuoto il Veneto.

Chi ha il maggior numero di  profughi in strutture di accoglienza sono Lazio, Sicilia e Puglia. Rispetto a queste tre regioni, a paragone di popolazione, il Veneto è ancora più vuoto e continua ad essere vuoto anche ora che di immigrati se ne parla, perché ci si rifiuta di affrontare il problema.

A Trieste, ad esempio, il numero degli ospiti è quintuplicato in un anno, ma i tre quarti degli arrivi sono smistati in strutture ordinarie, non emergenziali, cosa che ha consentito l’assorbimento degli arrivi senza troppi problemi.

Per quanto riguarda il sistema SPRAR, questa accoglienza implica la collocazione dei migranti in case, ma non riempiendo tutto un condominio come a Quinto, ma una unità piccola per area.

In totale in Italia ci sono 432 progetti di protezione attivi, ma osservando i dati regione per regione, il Veneto si pone come un problema grosso, in quanto non solo ospita numeri risibili rispetto ad altre regioni con molti più problemi economici, ma conta addirittura provincie totalmente mancanti all’appello, come Treviso stessa. Venezia ospita il progetto SPRAR che funziona meglio di tutta la regione, mentre Verona, Vicenza, Rovigo e Padova ospitano meno.

Ora sono in atto profondi cambiamenti del sistema di accoglienza: fondamentale è stato definito il decentramento, si pone lo SPRAR come unico modello ordinario previsto (questione che viene dal parlamento europeo e che il parlamento deve solo giudicare), ma la versione discussa in Parlamento ancora non prevede l’obbligo delle amministrazioni a partecipare alla rete SPRAR, chi non fa continua a non fare.

Il sì all’obbligatorietà ha avuto al momento parere positivo al Senato, mentre è ancora in discussione alla camera.

Lo SPRAR è un nucleo di supporto al sociale a tutti gli effetti, un supporto che oltre a poter essere spendibile anche per gli italiani, non  scarica tutto sulle spalle degli enti di prossimità (generalmente i comuni) ma viene finanziato in buona parte dalla stato.

La creazione dei centri SPRAR è infatti soggetta a bandi. Chi vuole partecipare al progetto, come amministrazione, può aderire allo SPRAR. Questa partecipazione volontaria impegna ad ospitare un tetto massimo di persone a determinate condizioni: le residenze non devono essere concentrate e inserite in un contesto di accoglienza ordinaria, attivazione dei servizi di mediazione linguistica e di integrazione, assistenza legale e sanitaria. Il progetto parte al momento con soldi per l’80% dati dallo Stato, al 20% invece dati dal comune, generalmente in strutture o servizi.  Il progetto pubblico viene poi gestito in collaborazione con enti e associazioni di provata competenza. La quota di cofinanziamento comunale verrà probabilmente ridotta al 5%.

Poiché è un sistema di protezione con referenti regionali, e poiché esiste una rendicontazione nei dettagli delle spese sostenute, il sistema è esente da ruberie come quelle avvenute a Roma, che invece interessavano essenzialmente il sistema temporaneo. Se qualcosa non viene rendicontato non vengono dati i soldi, se una parte dei soldi stanziati non viene spesa, fa cumulo per l’anno successivo.

Una volta che il progetto è stato attivato non vengono registrati casi in cui il comune si tira indietro, nemmeno con le giunte di centro-destra, perché anche loro si rendono conto non solo dell’importanza del progetto, ma anche del valore che ha per la comunità.

Anna Caterina Cabino

Ciò che si sente maggiormente a livello di amministrazione locale è la mancanza della regione, di un governo nazionale che intevenga dando indicazioni ai comuni. Da queste due mancanze è nato il problema e a causa di queste mancanze il problema si è costruito.

Come comune, ciò che si chiede è essenzialmente una regia, mentre ciò che viene offerto a livello di ente regionale è solo la rassicurazione che non arriveranno profughi. In realtà però vengono, e i sindaci o si trovano soli ad improvvisare o ne approfittano e seguono la stessa via indicata dalla regione, venendo però così meno al loro compito. In questo frangente, hanno 20 anni di veleno da sfruttare a proprio vantaggio.

Una risposta ansiosa arrabattata in fretta e furia non è risposta, al comune devono essere garantiti i mezzi per garantire non solo chi arriva, ma anche chi c’è.

Accogliere infatti non vuol solo dire dare vitto e alloggio, ma garantire l’assistenza sanitaria, che è obbligatoria, offrire corsi di lingua italiana, che sono indispensabili per permettere a queste persone di muoversi, favorire un rapporto diretto con le realtà già presenti, che impedisce il formarsi di pregiudizi e accresce le comunità locali.

L’apprendimento durante l’attesa, sia dello smistamento in case di accoglienza sia dell’accettazione delle richieste d’asilo o dei ricorsi, deve essere un punto centrale del processo di accoglienza. Questa fase necessita delle associazioni per funzionare al meglio, ma è uno snodo essenziale per contrastare l’illegalità. Infatti, è provato che dove c’è rete e dove le amministrazioni agiscono con criterio non solo il sistema funziona, ma è anche possibile consentire ai profughi di offrirsi volontari per i lavori socialmente utili, come sollecitato dalla circolare inviata dal ministro Alfano.

Come comune di Treviso, si spera che l’assegnazione del nuovo prefetto sia di buon auspicio, e che un’avanzata in questo senso sia finalmente possibile.

Erasmo Palazzotto

Secondo il deputato, ciò che manca a livello specialmente di nord Italia è la consapevolezza di vivere in un mondo che intorno a noi va a fuoco e che parte di quei focolai è stato proprio il nostro sistema economico ad innescarli. Le disuguaglianze portano automaticamente ad un aumento dell’immigrazione, ed è risaputo che le diseguaglianze tra nord e sud del mondo sono evidenti.

Secondo i dati veri dell’immigrazione, se fino a qualche anno fa avevamo circa un 70% di immigrati per motivi economici e solo un 30% di profughi, ora queste stime si sono ribaltate. Al di là della politica della propaganda, in realtà, secondo le ultime stime sono almeno 65% le persone a cui viene riconosciuta almeno una forma di protezione internazionale, confermando un fenomeno nuovo, ma anche assolutamente prevedibile.palazzotto

Attualmente, a causa della sua inadeguatezza, il sistema di accoglienza europeo stesso vacilla, ma spesso il confine tra incapacità e non volontà politica è un limite labile. Il sistema normativo europeo com’è ora tende infatti a clandestinizzare la persona, ed è difficile pensare che sia una semplice difficoltà di gestione o una svista. Essendo ben consci che il problema non si può arginare, vengono creati filtri in modo tale che solo a pochi sia concesso il diritto di asilo e fare in modo che tutti gli altri diventino manodopera da sfruttare non solo a basso prezzo, ma anche a tutele zero.

Dello stesso 20 luglio era la notizia data dalla Coldiretti che senza la manodopera immigrata buona parte della filiera Made in Italy sarebbe stata insostenibile, a riprova che l’agricoltura ha bisogno al momento dell’assenza di diritti al lavoratore per andare avanti.

La questione CARA di Mineo

Da un punto di vista mediatico, i titoloni sul grande “Esodo” e sulle “Invasioni” dal nord africa sono iniziati nel 2011. Per confermare la tesi avanzata dai quotidiani e dai telegiornali è stata appositamente creata una situazione insostenibile a Lampedusa nel momento in cui per 10 giorni sono state lasciate 6000 persone immigrate su un’isola che contava 5000 abitanti.

Tutto ciò non ha fatto altro che confermare la presunta invasione e grazie a quella scusa fu stanziato un miliardo di euro per fare fronte a 64 mila persone, persone che per la maggior parte erano Tunisini e che ora sono tornati in Tunisia, una volta terminata al rivoluzione e il loro permesso internazionale.

Ciò sta a significare che furono spesi 20 mila euro a migrante, che non può che significare speculazione ad opera di italianissimi approfittatori.

Ciò che si tende a dimenticare è che fu Maroni a firmare quello stanziamento di fondi, lo stesso che portò alla costruzione anche del CARA di Mineo, centro di accoglienza enorme nel mezzo del nulla siciliano e velocemente riempito con gli ospiti di tutti gli altri centri CARA che all’epoca erano presenti in Italia.

Con la scusa dell’emergenza profughi, venne requisita una struttura di proprietà di un uomo del nord per la cifra di 12 milioni di euro per 2 anni, una struttura di cui in realtà il privato non sapeva cosa farsene in quanto era stata costruita per gli americani, i quali poi non l’avevano più voluta per la sua costruzione in una locazione a loro non congeniale.

Infatti il CARA di Mineo è quanto di più lontano si possa immaginare dai centri SPRAR descritti in precedenza, poiché piazza 4000 profughi lontani per kilometri e kilometri dal paese più vicino, in condizioni disumane, in una situazione completamente alienante per 12 mesi, in teoria, ma a seguito del rigetto della domanda questi possono divenire anche 24.

Una struttura del genere non ha nessuna logica di efficienza, l’unica ragione è solo la speculazione economica, poiché l’intero progetto del CARA Mineo è costato 50 milioni di euro, che per il 90% è finito nelle tasche di italianissimi ladri.

E questo per un fine di doppia speculazione, sia politica sia economica.

Infatti il CARA fu aperto da Maroni per poi essere visitato periodicamente da Salvini, in modo da poter speculare sui profughi nelle villette con aria condizionata, peccato però che all’interno Salvini non ci sia mai voluto entrare.

Oltre alla speculazione sul CARA siciliano, è balzata alle cronache quella delle cooperative romane, nel cui caso si tratta di un tipo di speculazione trasversale, in cui Alemanno dal lato politico attaccava migranti e rom, mentre dal lato economico gestiva quelle stesse cooperative che ne sfruttavano la presenza.

Veneto e Sicilia

Purtroppo questo tipo di speculazione ha ormai scavato un solco culturale difficilmente colmabile.

Il Veneto ospita 5000 richiedenti asilo, di cui 300 sono collocate in strutture SPRAR, mentre la Sicilia ne ospita 1500, divisi in tre settori: 5000 vengono ospitati in strutture straordinarie, 5000 in strutture SPRAR, mente gli ultimi 5000 sono quelli del CARA di Mineo.

Il rapporto per abitante vede in Veneto 1 profugo ogni 1000 abitanti, mentre in Sicilia siamo già ad 1 migrante su 300.

In entrambe le regioni ci sono proteste, ma mentre la rabbia del Veneto si riversa contro i profughi, in Sicilia le proteste sono contro la cattiva  gestione dell’emergenza. Se un veneto nota problemi con la gestione dei profughi tende ad incolpare i migranti e la loro sola presenza, in Sicilia generalmente le proteste sono contro i gestori dei centri di accoglienza, perché si pensa che  qualcuno freghi i soldi.

Il problema più grande da affrontare è dunque quello culturale, serve istruzione e informazione per i cittadini, oltre ad amministrazioni che si attivino a favore del modello SPRAR.

Europa

Purtroppo il leghismo culturale è stato ormai tirato dentro anche nelle linee di questo governo e di quello europeo, situazione in cui persino alcuni socialdemocratici valutano positivamente i vantaggi politici dell’emergenza e del non agire.

Infatti un’Europa culla della civiltà non muore solo per la costruzione di un muro per tener fuori i profughi e per la proposta di affondare i barconi, ma anche e soprattutto a Ventimiglia e a Calais.

Quando si è sospeso Mare Nostrum, in realtà si è sospesa un’ordinaria missione umanitaria. Una soluzione al di là dell’emergenza dovrebbero essere i corridoi umanitari, cioè usare le ambasciate dei vari paesi europei nei paesi vicini per ottenere un visto, dopodiché permettere ai migranti e ai profughi che se di comprare un normalissimo biglietto aereo per dirigersi nel paese che desiderano. Questo non solo lascerebbe nelle loro mani i soldi che al momento vanno ai trafficanti di uomini, ma li rende anche liberi di fare una richiesta ordinaria di asilo nel paese di cui conoscono la lingua o in cui hanno contatti, amici o parenti.

Dopo la chiusura di Mare Nostrum abbiamo avuto uno spread alto in vite,  i 50 morti sono diventati 3000. Anche Triton, pur con una spesa maggiore (questa volta però condivisa dall’Europa) non è riuscita a fare quanto Mare Nostrum. La realtà resta che l’Italia da sola con 4 navi faceva di più dell’europeo Triton, che si avvale anche di navi commerciali e non adatte al compito.

I leader europei stanno perdendo di vista la responsabilità di governo davanti alla tragedia, fino ad arrivare alla soluzione estrema per non affrontare il problema: sparare sui barconi.

Al momento questa mozione, così com’è stata proposta ai deputati alla camera, implica un’enorme spesa per comprare altre navi che, in attesa di una futura risoluzione delle Nazioni Unite, non faranno nulla.

In realtà la battaglia è molto più complessa. Qui il vero problema altro non è che mondo che cambia, fatto che nessuno può arginare. La storia e l’esperienza dimostrano che troveranno un altro modo, invece di chiudere gli occhi il punto è come gestire questa situazione inevitabile.

Visita alla Serena

Incredibile della visita alla Serena, è stato come si è riusciti in poco tempo a rendere vivibile un edificio disabitato dal 2011. Purtroppo le informazioni riguardo a questa sistemazione provvisoria non sono altrettanto incoraggianti, perché pare probabile la sua trasformazione in un Hub, ovvero un centro di smistamento. Fin qui tutto bene, se non si considera che un Hub per funzionare correttamente necessita di un sistema di supporto collaterale, una rete di centri in cui ci siano effettivamente posti liberi in cui poter collocare i migranti.

Il rischio serio è che invece diventi l’unico grande centro di accoglienza, causando assembramenti difficilmente gestibili e poco assorbibili, oltre a creare disparità e scaricabarili tra comuni più o meno interessati alla gestione della Serena o dell’immigrazione in generale.

L’idea che i migranti possono andare dai nostri vicini, ma non da noi è fondamentalmente sbagliata, tutti devono fare qualcosa per evitare che davvero nasca l’emergenza e per impedire che il Veneto continui a “subire l’invasione”. Solo se tutti non fanno ciò che devono si finisce per subire, mentre è nell’interesse di tutti evitare un ripetersi di quanto accaduto a Quinto e il diffondersi della paura.

I bandi per l’emergenza

Erasmo Palazzotto, in qualità di deputato, riceve dal prefetto Morcone, capo del Dipartimento Immigrazione, i dati di afflusso e le previsioni per l’anno in corso. Risulta che l’anno scorso i numeri si attestassero sui 170-200 mila sbarchi, e che le previsioni per l’anno in corso fossero di 200.000 arrivi. Rispetto alle “ondate” fin qui avvenute, ci attestiamo effettivamente sulle cifre date e preventivate dal prefetto, anzi probabilmente si starà al di sotto.

Ora la questione è una sola focale: se ci si aspettava lo stesso flusso, perché non ci si è preparati per tempo a favore dell’accoglienza?

L’unico dato che rimane all’Italia è che ci sarà sempre qualcuno più leghista di te. Ora ci sono siriani, poi saranno gli zingari, poi i poveri, ma se non si agisce creando strutture pronte ad affrontare l’emergenza e se non si affronta il problema culturale alla base, si finirà ben presto a discriminarci pure tra Veneti.

Amnesty International

L’associazione ritiene positivo l’invito alla serata, in quanto lavora a favore dei diritti umani, e vede con favore la presenza del deputato Palazzotto, augurandosi che possa riportare quanto condiviso nella discussione alla camera dei deputati.

A livello globale, secondo i dati di Amnesty, i rifugiati si attestano a quota 50 milioni, ma solo il 15% è ospitato nei paesi del nord del mondo.

Qui si contano 4 milioni di rifugiati, in quanto quasi il 96% viene assorbito dai paesi limitrofi come, ad esempio, il Libano, in cui il rapporto migrante per abitante è di 1 profugo su 5 libanesi. In termini italiani, è come se noi ospitassimo nei nostri confini 11 milioni di persone. È ovvio che un rapporto così alto lascia poco spazio al rispetto dei diritti umani.

Amnesty  al momento sta concludendo la propria campagna di raccolta firme da mandare ai leder europei proprio per chiedere il loro impegno su alcuni punti già citati negli interventi precedenti:

1) Si auspica la creazione di corridoi umanitari affinché l’accesso all’Unione Europea possa avvenire anche attraverso una via sicura e legale. In troppi paesi ci sono persecuzioni, guerre, torture e povertà, tutti motivi che spingono la gente a fuggire e a diventare preda dei trafficanti di vite umane. Si valuta che, una volta legalizzato il transito e creata la legge, siano proprio quei gommoni che vogliono abbattere a rimanere vuoti.

2) Si propone una richiesta di asilo comune, ovvero mutare quella parte del trattato di Dublino che obbliga a fare richiesta di asilo unicamente nel paese in cui sei arrivato. In poche parole, si permette ad un profugo arrivato in Italia e riconosciuto come profugo in Italia di poter, eventualmente, anche emigrare in Francia senza perdere lo status di rifugiato.

3) Si chiede di non continuare a stipulare accordi con chi viola i diritti umani, per far fare ad altri stati il lavoro sporco. Agli occhi di tutti è il caso degli accordi con la Libia all’epoca di Gheddafi, per cui si stipulavano accordi e i davano soldi per non far partire i gommoni, facendo eliminare a lui i migranti scomodi come meglio credeva

Prima delle politiche 2013, Amnesty aveva chiesto l’adesione ad alcune delle cause per cui si battevano ai candidati alla camera e al senato, in modo che si facessero promotori dell’approvazione di leggi che salvaguardassero i diritti umani. Queste spaziavano dal campo LGBT, forse in via d’approdo a fine anno, all’instaurazione del reato di tortura, che al momento si sta arenando in parlamento visto che si vuole renderlo valido solo in caso di reiterazione del reato, fino ad arrivare al tema dell’immigrazione.

120 deputati eletti hanno firmato per rispettare diritti umani, l’augurio di Amnesty è che questo numero possa aumentare anche considerando situazione legata alla richiesta di eliminare il reato di immigrazione clandestina. Quest’ultima, approvata e data in delega, in realtà è stata  rimandata inizialmente ad aprile e poi a data da destinarsi. Purtroppo ormai il mandato è in scadenza e non si sa ancora che fine farà.

I Care

I Care avverte l’assemblea del rischio di schiacciare le politiche sull’immigrazione sull’emergenza profughi e ricorda che, nell’ambito dell’accoglienza, esiste anche la libertà di culto, la situazione delle seconde generazioni, troppo spesso equiparate alle prime ma con in realtà problemi totalmente diversi, ed esistono i migranti economici, troppo spesso considerati di serie B rispetto ai profughi di guerra.

Una notizia positiva che desiderano condividere è che partiranno come osservatorio regionale contro il razzismo, con lo scopo di contrastare il diffuso razzismo sotterraneo che solitamente tende a non emergere se non nascosto nella stampa e negli altri mezzi di comunicazione e relazione con gli altri.

Rete di Cittadinanza Solidale di Vittorio Veneto

La rappresentate della Rete ritiene che il discorso messo in luce da I Care sia perfettamente in linea con il taglio dato alla serata, poiché se ci fosse ragionamento alla base dal punto di vista politico, anche tutte quelle politiche sull’immigrazione potrebbero finalmente essere prese in considerazione. Le associazioni, i cittadini e i migranti tutti potrebbero vivere una situazione migliore.

A Vittorio Veneto questo legame è eclatante, infatti, dopo aver pressato il comune per poter avere informazioni sul CEIS e la sua gestione, è risultato che la struttura di accoglienza ha accordi con la sola prefettura, non con il comune, quindi fondamentalmente i cittadini sono tagliati fuori dalla questione.

Gli stessi servizi inoltre, come l’ULSS, mostrano di non avere ben chiara la situazione e nemmeno i protocolli da adottare, continuando a dare informazioni sbagliate o approssimative.

In realtà la cittadinanza potrebbe essere una risorsa, in quanto a livello di associazioni può offrire tipi di competenze diverse.

Purtroppo nel territorio comunale ci sono due tipi di accoglienza: il sistema della Caritas, che si basa su piccoli numeri, e il sistema dei grandi numeri, che vede 130 persone concentrate in un unico punto.

In quest’ultimo caso i migranti non si dimostrano più partecipativi come all’inizio, perché anche chi veniva da una situazione positiva non ha più la forza di sopportare che di tutta l’erba venga fatto un fascio indiscriminatamente e di essere continuamente additati come un problema.

Emblematica è anche la durata delle pratiche, che registrano tempi lunghissimi per il ricorso, portando la permanenza anche a 30 mesi, mesi in cui non viene offerto nemmeno il servizio fondamentale che è quello di impartire la lingua italiana.

La disinformazione fortissima e dilagante comprende in realtà anche i migranti, che sono ignoranti della base di diritto/dovere che spetta loro in queste strutture di accoglienza.

Grave è che sono spinti alla clandestinizzazione sia coloro che attendono responsi sia coloro che hanno effettivamente ottenuto la protezione sussidiaria. Non c’è infatti al momento nulla di previsto per accogliere i profughi accertati, e considerando che ci vuole un mese e mezzo prima che possano ritirare il loro certificato di essere rifugiati, se questi hanno amici o conoscenti tendono ad andarsene da altre parti e non voler tornare, entrando così, anche involontariamente, in clandestinità.

Mentre in altre province vengono garantiti almeno 6 mesi per trovare un luogo da abitare, fare le carte necessarie e prendere contatti, a Vittorio da un giorno all’altro sono buttati fuori dal centro di accoglienza e diventano a tutti gli effetti homeless, senza supporto di alcun tipo, medico o legale, senza conoscenze e senza conoscere la lingua di chi li ospita.

CGIL – Immigrazione

Oltre a gestire l’accoglienza dei profughi, c’è un altro problema che spesso viene fatto emergere proprio dalle proteste di stampo razzista. Spesso contro i profughi viene detto che in realtà pochi sono i profughi veri e stiamo perdendo tempo con clandestini normali.

Per quanto i dati offerti dagli interventi precedenti abbiano dimostrato il contrario, queste opposizioni sono l’occasione adatta per eliminare questa distinzione.

Già ora, infatti, stanno preventivando che in molti riceveranno il foglio di via e andranno rimpatriati, quindi l’eliminazione della distinzione diventa un punto cardine. Bisogna riaprire flussi regolari per l’immigrazione, flussi che non implichino trafficanti di persone quanto il rischio di finire per essere definiti clandestini e sfruttati prima da una mafia poi da un’altra.

Per quanto sia vero che ora arrivano insieme, è innegabile che le due categorie abbiano esigenze decisamente diverse. Anche qui bisogna accettare una realtà che non possiamo cambiare, solo gestire, bisogna accettare la realtà che esistono migranti che tentano di trovarsi un futuro che spesso sono stati i nostri governi a togliere. Se c’è una malavita l’unica soluzione è legalizzare, in tutti i campi.

Emergency

Emergency nasce originariamente con l’obiettivo di assistere chi soffre nei conflitti all’estero, ma da qualche anno ha creato il cosiddetto “Programma italia”, attraverso la costruzione di un ospedale a Marghera che al momento cura e offre assistenza sanitaria sia a poveri italiani sia a migranti, spesso clandestini. Clandestini per varie ragioni, perché non sono mai stati scoperti, perché non possono chiedere un rinnovo o perché hanno avuto un foglio di via.

Lavorando a Marghera capita di vedere chi sbarca a Venezia sperando una collocazione ma in realtà quel posto non c’è, e mentre chiedi l’applicazione al programma di protezione rimani allo sbando.

In Italia Emergency ha un solo progetto mobile, Maghera, che è partito 5 anni fa.

Nonostante la dilagante clandestinizzazione e la supposta invasione, sono cresciuti in maggior numero i senza dimora italiani. Alla fine dei conti, tutti sperano in un diritto di poter avere una possibilità, e questo è un diritto sancito dall’articolo 3 della costituzione.

La Regione ha delle lacune nell’assistenza sanitaria che Emergency non può riempire, un’assistenza che è garantita a tutti, anche a quei clandestini che vorrebbero l’accesso alla salute.

Miriam Poloni – Assesora a Casier

Davanti alla gestione dell’emergenza si capisce come la modernità sia per l’italia sono una serie di parole e di come in realtà abbiamo un sistema arretrato che è in continua rincorsa degli altri che sono perennemente più avanti di noi.

Questa non modernità ha portato due comuni, tra cui uno non molto grande come Casier, a gestire alle 10 di mattina una caserma disabitata dal 2011 e ad occupare tutto il personale di tutti gli uffici per le varie incombenze necessarie. Si lascia un comune con il numero di funzionari appena necessari a farlo funzionare, ma poi si decide univocamente di coinvolgerlo in un’emergenza che non erano preparati ad affrontare e il tutto senza preavviso.

È necessaria una gestione dall’alto per non essere arretrati, perché gli amministratori di tutti i livelli sono tutti chiamati all’obbligo di accogliere, ma anche di gestire, perché il lavoro del comune è anche culturale. Non è gestire l’emergenza, ma garantire il quotidiano e per garantire ciò servono anche delle risorse adeguate.

In mezzo ai rovi, alla caserma c’è monumento ai caduti, dedicato a molti soldati morti nell’affondamento di una nave per la patria, senz’altro quello sarà un punto da cui cominceranno a cercare di interagire con i nuovi arrivati e ad integrarli con il territorio, sperando che sia la loro esperienza sui gommoni un punto d’incontro con quei casieresi che hanno avuto una sorte ben peggiore della loro.

Luigi Amendola – Consigliere provinciale a Treviso

Per smontare la macchina dell’odio portata avanti dai razzisti, è necessario anche chiarire come non sia vero che si tolgono i soldi agli italiani aiutando i migranti. È necessario ammettere che con i no che in realtà non sono no si cominci a gestire il problema, è indispensabile che giunga al destinatario il messaggio dato dalla Caritas: al Veneto non serve un ottimista ma un governatore.

In questa partita un ruolo fondamentale lo giocano i sindaci, che troppo spesso si mostrano timidi per la troppa paura della perdita di consenso: ad agire bene, culturalmente ne guadagna tutta la regione, e questo avanzamento compensa in toto persino la perdita di voti.

Said Chaibi – Consigliere comunale a Treviso

Un primo passo avanti che vale quanto una vittoria è il fatto che se n’è andata via finalmente la prefetta Marrosu, la responsabile della costruzione di molti momenti di tensione nel nostro teritorio: CEIS di Vittorio veneto, la corriera abbandonata in stazione a Treviso, il centro arrabattato all’ex Mondadori, Quinto di Treviso.

Ora la speranza è che le cose vadano in meglio sia a Treviso sia in Europa, un Europa che deve fare di più, ma senza che debba prendere le decisioni per noi, perché nessuno potrà sostituirci al governo del nostro territorio.

A Quinto, Forza Nuova ogni notte ha cercato il contatto fisico coi profughi, e va dato atto ai profughi che sono stati loro ad evitarlo. Cercavano di andare a “caccia” dei migranti, quando certe persone approfittano in questa maniera dell’emergenza non si può più dire, come certi paesi europei o some il Veneto, io ne prendo solo 200 e poi gli altri li prendano gli altri.

Sarà un impegno fondamentale far entrare Treviso nel progetto SPRAR e stimolare tutti i vicini a fare rete, perché i fatti di  Quinto non sarebbero successi se semplicemente il prefetto avesse fatto una telefonata alle amministrazioni vicine.

Purtroppo si è giunti al punto che, se ZTL rivendica dei diritti umani, viene fermata dalla polizia nonostante si trattasse di semplice occupazione di suolo pubblico non autorizzata, mentre agli esponenti di Forza Nuova che hanno aizzato e provocato non viene fatto nulla, anzi ricevono il sostegno del governatore stesso.

Antonella Tocchetto – Consigliere comunale a Treviso

Nonostante il timore del resto della giunta, la consigliera è andata a trovare i residenti di Quinto, ma a dispetto dei grandi titoloni sui giornali li ha trovati piuttosto tranquilli, più che altro infastiditi dal fatto che nessuno abbia spiegato loro il sistema di accoglienza in cui erano stati coinvolti loro malgrado.

In realtà erano i leghisti, persino quelli eletti nello stesso consiglio comunale, coloro i quali passavano i pomeriggi a far gazebi e propaganda a Quinto, sperando che qualcosa potessero fare. Prova è che, al di là dei fatti di Quinto contro i profughi, proprio gli esponenti di Forza Nuova sono stati coloro i quali l’hanno assalita e insultata, altra notizia che ha occupato i giornali per un po’.

Conclusioni – Gianfranco Schiavone

Come evidenziato da tutti è il fatto che non ci sia nessuna riforma sull’immigrazione il vero problema, non volersi rendere disponibili all’accoglienza, il rischio di trasformare la Serena un un Hub senza aver prima creato una rete di SPRAR, un diritto di asilo che limita i profughi al primo paese in cui arrivano, questione che è ancora più importante considerando che ormai l’Italia non ha più attrattiva, il rischio della non modifica dell’articolo 8 comma 5 dello schema di decreto in esame alla camera, che non mettendo l’obbligo di accettazione rischia di lasciare la situazione invariata.

C’è al vaglio anche la possibilità di far gestire l’accoglienza interamente ai comuni, opzione che ha nei comuni i maggiori avversari nonostante in linea di massima potrebbe essere in realtà un vantaggio, poiché i comuni gestirebbero le risorse che arrivano da Roma per conto proprio.

Purtroppo al momento ci sono troppi posti messi a bando rispetto alle domande e le domande stesse hanno troppo squilibrio nord/sud. Il prossimo bando tra agosto e settembre potrebbe essere ottimo per Treviso perché permetterebbe un progetto SPRAR di supporto alla hub della Serena.

Generalmente un progetto SPRAR implica 15 posti per un comune di 5/6/7mila abitanti, mentre per una città come Treviso potrebbe implicare 50/60posti. Ogni unità dovrebbe essere al massimo di 5 persone, stima basata sull’idea standard di famiglia.

I prefetti prioritariamente per l’accoglienza dovrebbero chiedere ai comuni di essere i responsabili dell’accoglienza, solo a seguito di un rifiuto dovrebbe comunque mettere a bando la cosa tra privati, sia per gestire lo SPRAR sia per le strutture di emergenza che però hanno le carte in regola per diventare SPRAR.

Come comune e cittadini, bisogna mettersi in atto per evitare speculazioni, un ottimo sistema è la gestione condivisa.

Il budget non ha una quota fissa, ma in media il costo si aggira si 30/5 euro a persona, denaro che consente di gestire bene tutti i servizi, in modo che non siano tanti ma nemmeno pochi, l’assistenza legale, la formazione, le occasioni di studio.

Il progetto va in parte cofinanziato, per cui i linea di massima meglio avere delle case, così offrendo una casa su 10 è il comune ha portato il cofinanziamento. Online comunque si può scaricare il vademecum.

Deborah Marcon

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di | 29 luglio 2015 · 10:49

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