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#Svegliatitalia, SEL aderisce alla mobilitazione per i diritti

La Federazione trevigiana di Sinistra Ecologia Libertà condivide le ragioni della mobilitazione nazionale di sabato a favore dell’approvazione di una legge a favore delle unioni civili, #Svegliatitalia, promossa da varie associazioni lgbt e alla quale stanno aderendo sempre più associazioni e comitati. Per questo SEL parteciperà ai due eventi previsti in provincia di Treviso, che si terranno a Oderzo, la mattina dalle 10:00 in Piazza Grande, e a Treviso, il pomeriggio dalle 15:30 in Piazza Indipendenza.

Va ricordato che l’Italia è l’unico paese europeo a non avere alcuna forma di riconoscimento per le coppie di fatto, sia etero sia omosessuali. Da poco, infatti, anche la Grecia ha legiferato su questo tema e ci ha lasciati con questo triste primato.

Il disegno di legge all’esame del Parlamento rappresenta una forma soft di riconoscimento dei diritti ai conviventi, alle coppie omosessuali, ai bambini che devono poter crescere in un ambiente famigliare accogliente e riconosciuto. Le dichiarazioni di ostilità al provvedimento che provengono da più parti hanno spesso poco a che fare con i contenuti reali del provvedimento, e vorrebbero continuare a lasciare l’Italia nella sua eccezionalità di unico paese che si ostina a ignorare i mutamenti sociali intervenuti negli ultimi decenni e la realtà plurale nella quale si manifestano i valori della famiglia e le scelte di vita comune delle persone.

Buttare tutto a mare come si riuscì a fare anni fa con le ipotesi di PACS e DICO sarebbe una ulteriore sconfitta della politica e un passo indietro nel cammino dell’eguaglianza e della libertà. Il momento è adesso.sve

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Giornata contro la povertà: serve un cambio di rotta per combattere le diseguaglianze

Sabato 17 ottobre, è la giornata mondiale per la eradicazione della povertà. La giornata è stata indetta dalle Nazioni Unite nel 1993, ed è ancora oggi una ricorrenza utile perché le disuguaglianze e le ingiustizie planetarie devono ancora essere oggetto di attenzione e di azione per rendere più equa la distribuzione delle ricchezze e garantirie il diritto ad una vita dignitosa a tutti gli esseri umani. Anche in Italia il tema della povertà è drammaticamente attuale: si calcola che rpsiano un terzo gli italiani in povertà assoluta, relativa o a rischio povertà. Non è più sufficiente avere un lavoro per essere sollevati dal rischio povertà, anzi secondo una recente ricerca di Unimpresa sarebbero oltre 6 milioni i lavoratori in disagio sociale.

In occasione della giornata del 17 la campagna “Miseria Ladra” lancia una mobilitazione nazionale a favore di alcuni provvedimenti, in particolare il reddito di dignità, alla quale SEL ha dato la propria adesione.

L’eccezione per la quale solo l’Italia e la Grecia, in Europa, non hanno delle misure universalistiche e strutturali contro la povertà deve finire. La proposta che SEL ha depositato in Parlamento fin dall’inizio della legislatura, e sulla quale ha raccolto le firme già nel 2012 assieme a vari soggetti, è quella di un reddito minimo garantito per le persone prive di lavoro o con lavoro precario, con un reddito annuo inferiore a 7.200 euro. Gestito dai centri per l’impiego e condizionato all’accettazione di eventuali offerte di lavoro dignitose e adeguate. Oggi le proposte in campo sono moltre, e ci sarebbe probabilmente la maggioranza in Parlamento per introdurre uno strumento universale contro l’esclusione sociale e contro la precarietà. La legge di stabilità del Governo Renzi preferisce purtroppo piccoli interventi per specifiche e limitate categorie, il tema invece è quello di redifinire il welfare in senso universalistico prendendo atto delle profonde mutazioni intervenute nella società.

La povertà la si contrasta non solo e non tanto con interventi assistenzialistici e settoriali, ma con una generale rivisitazione delle politiche sociali e con una impostazione generale dell’azione di governo e legislativa che metta al centro la lotta all’ingiustizia e alla disuguaglianza. Siamo invece ancora lontani da questa necessaria impostazione e si continua a voler confermare e aumentare le distanze sociali, come avviene ora con la eliminazione totale della tassa sulla prima casa, estesa anche ai cittadini più ricchi e ad abitazioni di lusso e superlusso, e come avviene quando si sottofinanzia il sistema sanitario, non si pone rimedio alla iniquità del sistema previdenziale, si sceglie per la scuola il modello aziendalistico, si riduce la progressività del sistema fiscale, si abbassano i diritti nel mondo del lavoro e si spalleggiano le posizioni più retrive del fronte industriale. Si colpiscono così e si deprimono quei meccanismi che consentono la riduzione delle disuguaglianze e la mobilità sociale, particolarmente urgenti in un paese ad alto indice di diseguaglianza e dove le disuguaglianze si riproducono di generazione in generazione e si cristallizzano all’interno di blocchi sociali separati. E’ un paese ingiusto quello dove il figlio dell’operaio ha un destino segnato che sarà inevitabilmente diverso da quello del figlio di un ricco, indipendentemente dai meriti e demeriti e dalle qualità del singolo individuo.

La lotta alla povertà ci richiama alla necessità di un cambio di rotta delle politiche che generano la povertà, ad un cambio di verso rispetto alla linea seguita dagli ultimi governi e ai dettami dell’ideologia dell’austerità dominante nell’Unione Europea, per avviare l’Italia e l’Europa verso una fase di sviluppo sostenibile e democratico e di coesione e integrazione sociale. Non si tratta di una virtù dei buoni ma di un dovere dei giusti.

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La marcia di Selma non è finita…..

Sono stati giorni di cronache terribili quelle che hanno riguardato nei mesi passati i migranti sui barconi, cronache di morte e disperazione che nessuna politica, nessuno stato, nessuna umana pietà ha potuto o saputo fronteggiare, ha saputo dire, ha saputo risolvere…Selma/Montgomery March Leaders & Crowd

La morte è stata la grande protagonista, la paura dell’invasione dello straniero è stato il filo conduttore, la vergogna della rinuncia delle responsabilità sull’accoglienza ci ha profondamente riguardato. Non bastasse questo ci troviamo di fronte ad un cinismo nuovo, quello che dice “bisogna sparare a coloro che sono saliti sui barconi per non farli entrare qui, che ci rubano il lavoro ed il futuro dei nostri figli”… Questo è il pensiero comune, ma come si è costruito, chi lo ha instillato nei media e nel sentire collettivo?

Siamo in un’epoca di conflitti…Ma se siamo sempre stati abituati a pensare al conflitto sociale e alla lotta di classe negli anni ’60 e ’70, (ed il pensiero va all’analisi marxista della società capitalistica), oggi siamo di fronte ad un altro grande conflitto che investe la nostra società e che riguarda l’ identità. Se il conflitto economico tra classi sociali si è basato principalmente sull’avere nei termini della contrattazione sindacale (oltre ai diritti sociali), il conflitto che oggi investe la nostra società riguarda principalmente il problema dell’identità (religiosa ,culturale, di genere) che si basa sull’essere.

Quando parliamo di identità parliamo di un diritto fondamentale dell’uomo, il diritto alla propria identità.

Questo diritto, che è universale, non può essere però la spinta per il cosiddetto pregiudizio culturale, ossia il considerare centrale e universale la propria cultura di appartenenza. La radicalizzazione dell’ identità culturale posta fino al limite estremo del pensiero profuso dalla Lega e dalla destra in tutti questi anni in Italia ha di fatto creato uno scontro con la cosiddetta “alterità” cioè la presenza di persone che per provenienza, religione, cultura, sono “altro” da noi. Per anni in Italia si è usato il più importante strumento di trasmissione degli stereotipi: il linguaggio che, affiancato da giudizi e atteggiamenti , ha dato una lettura della realtà distorta e apocalittica sul tema del migrante. Si sono verificate forme di violenza verbale e oggettiva, sorte dai problemi di identità di coloro che non riconoscono le sofferenze altrui ed in questo scontiamo tutti i limiti delle istituzioni, delle agenzie educative e culturali, dei partiti politici . Anche dello Stato stesso che si è reso responsabile di leggi che sono, come dice don Ciotti, “costruite per renderci ciechi e insensibili. Leggi che parlano di “flussi” invece che di persone, che alimentano paure invece di costruire speranze. Leggi che hanno favorito indirettamente i traffici, le forme di sfruttamento e di violenza.”

I risultati si traducono nel sentimento di odio da parte di alcuni nei confronti di altri esseri umani.obama

Siamo nella logica dove l’eliminazione fisica e psicologica dell’ “altro” non è stata superata. Tale logica non comprende che questi uomini, fuggendo dalle violenze e dalla fame cercano qualcosa che noi abbiamo forse irrimediabilmente perduto: la ricerca della libertà, la ricerca della speranza, la ricerca dell’umanità.

In questi anni di forti flussi migratori è necessario pensare che con le persone arriva anche la loro cultura… Ma questa cultura viene considerata da loro stessi come un modo universale di intendere il mondo, per offrire un senso alle loro esperienze. E come lo è per i popoli che emigrano altrettanto lo è per quelli che li accolgono.

Di rilevante importanza è la comunicazione che viene rivolta   ai cittadini attraverso i media, le forme della notizia e le modalità della comunicazione. E’ proprio in questo campo, il campo della comunicazione dove atteggiamenti e comportamenti prendono forma e dove le situazioni della vita quotidiana costituiscono il vero territorio in cui si celano i meccanismi più profondi della discriminazione.

Ricordiamo che la denigrazione dei propri simili è stato il più terribile pregiudizio etnico che ha portato i nazisti all’olocausto contro gli ebrei e spesso le paure e le fragilità attuali dei cittadini messi di fronte alla crisi economica e all’incertezza sul futuro facilmente trovano nel capro espiatorio di turno, (lo straniero, il diverso) la causa di tutti i mali.

Se da un lato la pochezza intellettuale dei politici non ha fornito un approccio adeguato al problema , almeno in Italia, l’esasperazione furibonda della Lega nostrana sulle paure ed i timori dell’invasione degli immigrati ha ancor di più spalancato una valanga di odio e paura che ci rende tutti sprovveduti ed inadeguati. I linguaggi usati, la relativizzazione dei sistemi di valori che caratterizzano (o dovrebbe caratterizzare) la nostra società hanno creato stereotipi e pregiudizi dai quali arrivano i comportamenti sociali della discriminazione.

E’ scientificamente dimostrato che gli stereotipi possono essere considerati parte di un processo che permette di ridurre le energie cognitive impiegate per spiegare i fenomeni sociali; essi si radicano nelle dinamiche dei valori e della cultura e sono persistenti nel tempo.

Per questo è profondamente necessario modificare culturalmente l’approccio al problema, capire che ognuno di noi deve rendersi responsabile affinchè il razzismo e l’odio vengano sconfitti.

Quali sono le strade? E’ necessario che le persone dei diversi gruppi entrino in contatto tra di loro, condividendo momenti di incontro e di vita comunitaria. Tali incontri dovrebbero essere strutturati al fine di dare un senso positivo alle relazioni, al fine di rendere i cosiddetti “ghetti” , ossia luoghi in cui vengono relegate le minoranze , sempre più minori anche dal punto di vista intellettuale.

E’ necessaria la politica, locale, nazionale ed europea che si faccia carico responsabilmente del destino di tanti esseri umani che chiedono e cercano riparo dalle guerre, dignità, sopravvivenza. La politica deve produrre giuste leggi, ci deve essere una presa in carico di tutti gli Stati europei.

Siamo tutti presi dallo smarrimento, ma , per dirla con Umberto Eco, è proprio nei momenti di smarrimento che bisogna saper usare l’arma dell’analisi e della critica, delle nostre superstizioni come di quelle altrui.

Per concludere riporto alcune parole del Presidente Obama alla marcia per i diritti civili tenutasi qualche giorno fa a Selma, in Alabama :

Dobbiamo aprire i nostri occhi, le nostre orecchie, e i nostri cuori, e accettare che il razzismo che c’era in passato è ancora un’ombra sul nostro presente. Sappiamo che la marcia non è ancora finita, che la battaglia non è ancora stata vinta, e che entrare in un’epoca nella quale saremo giudicati solo per quello che siamo significa ammettere queste cose. Sappiamo che la marcia non è ancora conclusa, la corsa non è ancora vinta. Ma il cambiamento dipende da noi, dalle nostre azioni, da quello che insegniamo ai nostri figli».

Fiorella Fighera

 

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Dove c’è un muro c’è chiusura di cuore

Al Presidente della Provincia Leonardo Muraro,

Alla sezione della Lega Nord di Mogliano Veneto,

All’ormai ex Sindaco Giovanni Azzolini,

Alla Presidente del quartiere Mazzocco Wally Zorzi.,

Lettera  Aperta

Dove c’è un muro c’è chiusura di cuore: servono ponti, non muri

Esattamente 25 anni fa in queste ore, il mondo festeggiava con la caduta di un muro la fine di un’epoca e del mondo per come fino ad allora lo si era conosciuto: il saluto alla contrapposizione politica di due modelli economici, sociali e istituzionali da una parte e dall’altra l’abbraccio alla nuova era della globalizzazione con tutte le contraddizioni che ai giorni nostri ben conosciamo. “La storia insegna, ma non ha scolari” scriveva profeticamente Antonio Gramsci nelle sue Lettere dal Carcere, così l’umanità nella falsa convinzione che abbattendo quel muro si stesse realizzando la piena libertà dell’individuo, si scordò di conciliarla con la giustizia sociale: il risultato odierno dunque non è la scomparsa del muro, ma la sua riedizione in forma invisibile e aggiornata. La discriminante è il primato dell’avere sull’essere, che ha generato la separazione tra chi ha e chi non ha.

L’unica condizione che accomuna le due parti in causa è l’impossibilità di scegliere se nascere da una parte o dall’altra di questo nuovo muro, è infatti il caso che prende al posto loro questa decisione. Diventa poi naturale che chi si trova nella condizione dell’essere ma del non avere, cerchi di emanciparsi dal suo stadio originale combattendo in prima linea per integrarlo.

Questi sono i moti migratori, che hanno interessato la storia dell’uomo fin dalla sua nascita secondo il principio della sopravvivenza. “Se alzi un muro pensa a cosa lasci fuori” diceva il duca d’Ombrosia Cosimo Piovasco di Rondò nel romanzo di Italo Calvino “Il Barone Rampante”. A noi che stiamo dall’altra parte del muro è infatti affidato il compito di accettare o meno questa sfida, partendo dal presupposto che proprio perché si tratta di un fenomeno naturale umano, non ci possono essere modi o strumenti in grado di controllarlo o di fermarlo. Risulta infatti paradossale e comodamente illogico godere dei benefici della globalizzazione del mercato, salvo poi rispolverare principi feudali quando allo stesso benessere vogliono partecipare anche quelli che quei benefici non li hanno mai conosciuti.

La vera chiave per vincere questa sfida è opposta e l’ha donata Papa Francesco quando dopo l’ennesima strage in mare a Lampedusa ha deciso di recarsi lui stesso sull’isola per denunciare che alla “globalizzazione dell’indifferenza” si deve rispondere con quella dei diritti e della solidarietà sociale.

Chi rimprovera a questi ragionamenti un carattere utopico ignora che lo stesso ammonimento dovrebbe allora affidarlo alla Carta dei Diritti dell’Uomo e alla nostra Costituzione, la quale nei suoi principi fondamentali recita:

– all’articolo 2 “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”;

– all’articolo 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”;

– all’articolo 8 “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”;

– all’articolo 10 “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.”

L’8,33% della popolazione moglianese è costituita da residenti stranieri di diverse culture religiose (Istat). Fino a ieri gli unici che potevano esercitare un diritto- che come abbiamo appurato è costituzionalmente garantito- erano quelli che professavano un culto cristiano cattolico. Fino a ieri poiché una parte di questi che professano invece il culto islamico, hanno deciso di riunirsi in associazione per dar vita al primo centro islamico della città. L’associazione si chiama “Amici della Pace” proprio per sottolineare il carattere di apertura e accoglienza delle persone che la animano, oltre che per sfatare luoghi comuni che in questo periodo vogliono associare indiscriminatamente la loro religione al terrorismo del’ISIS. Il centro ha preso vita presso uno stabile privato e si manterrà attraverso attività di autofinanziamento.

Apprendiamo da alcuni giornali però la notizia sembrano essere le dichiarazioni del Presidente del quartiere di Mazzocco Wally Zorzi e quelle del Presidente della Provincia e esponente della Lega Nord: la prima dichiara “Se avete soldi per farvi la sede , dovete riflettere e non chiedere più i buoni mensa scolastici, il buono trasporto, gli sconti per la casa perché anche i nostri italiani e i nostri giovani sono in crisi, non trovano lavoro ed emigrano”; ben oltre va invece Muraro “Penso che anche dal punto di vista dell’ordine pubblico, proprio in coincidenza con l’avanzare dell’ISIS e del terrorismo islamico, dare autorizzazioni per un centro culturale di questo tipo, non possano che generare perplessità e timore”.

A loro si aggiunge la mozione depositata dai Consiglieri comunali della lista Azzolini Sindaco, dove si paventano infrazioni regolamentari sulla destinazione d’uso urbanistica dello stabile e si chiede la sospensione dell’apertura del centro.

Si tratta di una pessima dimostrazione della commistione tra razzismo, xenofobia, ignoranza e populismo reazionario, che riportano a ben altre epoche. Non di certo quella che stiamo vivendo che, come descritto in premessa, ci obbliga a fare un salto di qualità nell’allargare il nostro concetto identitario primario, vedendo di fatto cadere i concetti nazionalistici del secolo scorso e aprendo le porte al cosmopolitismo.

Noi da rappresentanti delle Istituzioni eletti nello Stato italiano non abbiamo fatto altro che partecipare all’inaugurazione per dare piena concretizzazione ai Principi Costituzionali esposti estendendo diritti fondamentali a chi non li aveva. E di questo ne siamo orgogliosi. Diverse sono invece le posizioni dei tre personaggi in cerca d’autore sopracitati, che non ricordano che in quanto Istituzioni avrebbero il dovere di rappresentare tutti i cittadini. In realtà fanno l’esatto contrario, facendo politica sulle paure della gente e stimolando istinti reazionari repressi per un tornaconto elettorale in vista dei prossimi appuntamenti col voto. Ennesimo esempio della politica a puntuale scadenza yogurt senza prospettive a lungo termine. Costoro però non si rendono conto che in una crisi economica, sociale e culturale come quella che stiamo vivendo, questi input irresponsabili da parte di chi dovrebbe guidare i rispettivi territori non fanno altro che provocare lacerazioni di un tessuto sociale già estremamente falcidiato con l’ennesima guerra tra poveri. La stessa risposta per uscire dalla crisi era stata data in Europa intorno agli anni trenta con i risultati che bene conosciamo.

Sempre costoro poi si devono anche rendere conto (e lo sanno anche molto bene) che la crisi economica non è assolutamente causata dalle persone che frequenteranno il centro culturale, in quanto hanno contribuito nel passato e lo faranno anche nel futuro a pagare tasse regolari, a lavorare (quando vi è il lavoro) contribuendo anche al PIL veneto di cui speso la lega e i suoi seguaci, se ne fanno un grande vanto.

Nel 2014 i nostri bambini studiano in classi multietniche, dove il marocchino conosce a mena dito il dialetto veneziano e il veneto viceversa impara a spiccicare qualche parola in arabo. Entrambi non si considerano però né veneti né marocchini ma cittadini italiani nel mondo globale. Da loro ci arriva l’esempio più bello di come la xenofobia divide e di come  l’integrazione unisce.

La delinquenza non ha colore di pelle o provenienza geografica, la delinquenza è delinquenza. Lo stesso discorso vale per il terrorismo visto che ci si dimentica che non tanti anni fa anche in Italia scoppiavano bombe innescate da italiani per uccidere italiani. Aprire luoghi come il centro islamico a Mogliano diventa assurdamente un’occasione in più a livello di trasparenza: per esempio se l’Imam di San Donà non avesse potuto tenere quell’orazione in pubblico in cui pregava Allah di uccidere tutti gli ebrei, non lo si sarebbe potuto allontanare dalla sua comunità. In questo momento non abbiamo bisogno di nemici immaginari o di allarmi e paure inesistenti. Di questo i nostri amici se ne dovranno fare una ragione perché i cittadini- come molto spesso succede- sono molto più avanti della loro classe politica e

Muro-di-Israele-2

sono pronti per far passare Mogliano dall’essere un paesotto di provincia a un fiore all’occhiello della nuova area metropolitana di Venezia. Per farlo “non servono più muri ma ponti”.

Mogliano Veneto 10/11/14.

Giacomo Nilandi- Capogruppo comunale de La Sinistra per Mogliano.

Luigi Amendola- Capogruppo Provinciale di Sinistra Ecologia Libertà.

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Ancora stragi e troppi silenzi

srebrennica

Oggi, 19 anni fa ebbe inizio il massacro di Srebrenica: un genocidio che ha visto 10000 musulmani serbo bosniaci trucidati e buttati nelle fosse comuni ed un numero che si aggira tra i 13000 ed i 15000 tra sfollati e rifugiati in una zona che avrebbe dovuto essere protetta dai caschi blu dell’ONU.

Gli anni passano inutilmente ed invece di ricordare queste vittime, giornali e telegiornali ci raccontano da anni una storia simile, ma in altri luoghi e contesti e con altri assetti geopolitici differenti alle spalle e con lo stesso denominatore comune: le vittime sono le stesse, i civili.

I massacri nella striscia di Gaza in questi giorni ci parlano di 90 morti e 600 feriti, anche in questo caso quasi tutti civili ed un numero ormai imprecisato di sfollati.

Negli ultimi 10 anni hanno perso la vita circa 7000 palestinesi ed un migliaio di israeliani: un genocidio ed uno stillicidio in contemporanea e l’unica cosa che sappiamo fare e’ tenere aggiornato quotidianamente questo stomachevole pallottoliere.

Ora come 19 anni fa e come succede ancora oggi nel colpevole silenzio generale in Siria, Ucraina, Iraq, le domande sono: dov’è l’ONU? Dov’è la politica europea nel suo senso ampio e pieno del termine?

L’Europa politica deve assolutamente avere un respiro maggiore, non può esistere solo in funzione del fiscal compact e delle questioni economiche, ma deve aprire gli occhi ed essere attiva e partecipe per fermare il più presto possibile le guerre e le rivoluzioni che ci circondano: il benessere economico è solo una parte della questione e non ci si può limitare esclusivamente a quello.

Pretendiamo che l’Europa prenda una posizione forte e netta sulle questioni aperte e che si dia realmente da fare per fermare le violenze, ovunque esse avvengano: in questo caso stiamo parlando di poche ore di aereo dalle nostre sicure case d’Occidente.

La sensazione (anzi una quasi certezza) è che queste situazioni interessino poco o nulla, in fin dei conti, o che forse, molto più semplicemente, la vendita di armi sia un business troppo importante per molti e che faccia girare l’economia sempre più di quanto la nostra immaginazione possa pensare.

Alessia Grassigli

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No al taglio dei fondi ai centri antiviolenza

La cosiddetta legge “contro il femminicidio” dello scorso ottobre (in realtà un decreto omnibus che metteva insieme i provvedimenti di contrasto alla violenza sulle donne all’inasprimento delle pene per i furti di rame, ai reati da stadio e alla militarizzazione della Val di Susa) aveva quale unico pregio uno stanziamento di 17 milioni di euro per il biennio 2013/2014 diretti a Centri antiviolenza e Case rifugio. Tuttavia solo 2 milioni e 260 mila euro saranno inviati ai Centri, cifra che ripartita tra i 352 centri non arriverà a 6.000 euro per ogni struttura; la parte più corposa degli stanziamenti andrà invece alle Regioni, che finanzieranno progetti sulla base di bandi, senza indicazioni e criteri di assegnazione precisi, come denuncia la rete Dire. viole

Dunque da un lato il Piano nazionale antiviolenza, annunciato da Renzi nove mesi fa con la consueta retorica, non è ancora stato avviato, né Renzi ha ancora assegnato la delega alle Pari opportunità, in contrasto con quanto stabilito nella Convenzione di Istanbul votata all’unanimità dal Parlamento italiano e in vigore dal prossimo primo agosto.

Dall’altro lato la Regione Veneto, che con la Legge regionale 5/2012 per la prevenzione e il contrasto alla violenza sulle donne per la prima volta nel 2013 aveva stanziato 400.000 euro distribuiti in 16 progetti territoriali, annuncia ora di voler dimezzare i fondi: appena 200.000 euro per il 2014, che porterebbero a ridurre drasticamente anziché consolidare la rete e le esperienze già avviate. Nel 2013 sono state 1.269 le donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza in Veneto, un dato impressionante che richiederebbe non tagli, ma risorse certe per la programmazione e gestione delle attività in corso, la cui sopravvivenza non può essere affidata al volontariato.

Pertanto, mentre la deputata Sel Celeste Costantino presenta una seconda interpellanza al governo Renzi per sapere dove sono finiti i fondi stanziati nel piano nazionale, Sel Veneto chiede alla Regione Veneto di ripristinare in tempi rapidi e certi i fondi necessari e invita tutte le forze della società civile che si erano mobilitate con successo per arrivare alla definizione della legge 5/2012 di sostenere l’appello del Coordinamento dei Centri Antiviolenza Veneto per il ripristino dei fondi e un impegno concreto degli enti locali nelle attività di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne.

L’attenzione sulla violenza di genere da parte delle nostre istituzioni è in calo, gli omicidi e i casi di violenza che coinvolgono donne e bambini no. #restiamovive

Mariateresa Di Riso

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Bocciata la sadica legge 40, ora ci vorrebbe un governo

L’ennesima bocciatura della legge 40 da parte della Corte Costituzionale perché non garantisce “l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, accesso alle cure e diritto a formarsi una famiglia”, la dice lunga di come questa legge sia stata pensata e fatta in modo ideologico e strumentale per accontentare e manovrare bacini elettorali politicamente vicini e nulla aveva a che spartire con le reali esigenze delle coppie che hanno problemi di sterilità. In Italia la percentuale di coppie sterili si attesta al 15% per il primo figlio, quindi non si può e non si deve far passare come marginale un tema che coinvolge un così alto numero di persone.

La legge 40 ha creato, come sottolineato dalla Corte Costituzionale, un divario tra i cittadini in salute e quelli che già sono stati messi alla prova da una diagnosi che cambia radicalmente la propria prospettiva di vita; oltre al dramma personale, le coppie sterili hanno visto lo Stato, vestito da legge 40, entrare a gamba tesa nella loro vita a decidere dei loro diritti e libertà fondamentali.

Ora davanti a se il governo ha alcuni problemi da gestire. Il primo dato politico e’ che il governo e’ presieduto dal sig. Matteo Renzi, che all’epoca del referendum disse pubblicamente che si sarebbe astenuto: già riteniamo grave il fatto che un presidente del consiglio abbia snobbato la possibilità di esprimere liberamente il proprio voto, dimostrando così che non rispetta la nostra Costituzione, che non conosce la storia e le radici della nostra Repubblica.

In effetti, l’allergia di Renzi al voto l’abbiamo rivista anche di recente con la formazione dell’attuale governo. La ministra Lorenzin dal canto suo rimanda al Parlamento le possibilità di intervento perché “in Italia non siamo ancora attrezzati dal punto di vista normativo”, mentre i medici della società italiana di fertilità e medicina della riproduzione sottolineano che le linee guida devono essere stilate da esperti del settore e che l’inseminazione eterologa è stata praticata anche prima della legge 40 con regole precise e scientifiche cui basta ritornare e dunque non è presente alcun vuoto normativo.

In tutto ciò, ed è un dato allarmante, la sanità privata fa i salti di gioia, visto che migliaia di coppie si stanno rivolgendo ai centri privati già in questi giorni ed i motivi sono fondamentalmente due. Il risvolto più semplice e’ che le coppie sterili non sono più obbligate al turismo procreativo, che ha portato molti italiani a migrare in ogni stato europeo in base alle proprie possibilità economiche (e questa è un’ulteriore discriminazione in base al reddito legata all’applicazione di questa legge).

Il motivo principale e più grave è che sul territorio i centri pubblici attrezzati per le tecniche di procreazione medicalmente assistita sono pochi, i tagli alla sanità hanno portato ad un calo del personale medico e paramedico presente con allungamento dei tempi d’attesa e l’introduzione della fecondazione eterologa farà allungare ancor di più questi tempi. L’infertilità e le cause di sterilità invece non attendono, le malattie progrediscono, peggiorano e si disinteressano della lunghezza delle liste d’attesa, obbligando le persone che se lo possono permettere a scartare a priori il settore pubblico e a rivolgersi al privato.

In questo momento sarebbe opportuno che il governo facesse scelte di campo rapide e ben definite che permettano di rispondere in tempi brevi ai bisogni di salute psicofisica dei suoi cittadini, ma i problemi più stringenti per il governo riguardano la spaccatura sulla materia all’interno del PD ed il fatto che l’intesa che tiene unita l’attuale maggioranza non prevede che si discuta di bioetica e diritti civili, temi che manderebbero in crisi equilibri già precari, considerati anche gli sproloqui di Eugenia Roccella (FI) e Giovanardi (NCD) dei giorni scorsi.

In questa vicenda l’elemento triste, a parte la grettezza ed il sadismo di chi ha stilato questa legge, ritorna in modo prepotente un elemento troppo spesso presente in materia di salute e diritti: si continua a fare politica usando il corpo delle donne.

Alessia Grassigli

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SEL partecipa al Vi.Pride di Vicenza

Sabato 15 giugno si terrà a Vicenza il Pride Veneto 2013. E’ un appuntamento importante per Vicenza e per il Veneto, perché le richieste contenute nel manifesto politico assumeranno rilevanza e diventeranno anche qui temi da inserire in agenda: dalla legge contro l’omofobia (estensione della Legge Mancino) ai matrimoni gay, all’adozione, alla tutela della salute, per un rinnovamento culturale della società.

Alla manifestazione parteciperanno numerosissime associazioni “LGBTQIAE” (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Queer, Intersessuali, Asessuali, Eterosessuali) e non, e Sinistra Ecologia Libertà vuole partecipare alla manifestazione con i propri simboli, per dimostrare il proprio impegno per i diritti civili. Il nostro deputato Alessandro Zan ha già confermato la propria presenza.

Vi invitiamo quindi alla manifestazione che si terrà a Vicenza sabato 15 giugno a Campo Marzo, concentramento

ore 16.30.

Il corteo sfilerà per le vie del centro storico per poi terminare in Campo Marzo dove interverranno le associazioni del Network del Veneto Pride, e concludere con concerti e musica.

 

Per i militanti e simpatizzanti

ci ritroveremo in sede SEL (Contrà Santa Corona n. 27 – davanti il tribunale) Sabato 15 Giugno 2013 alle ore 16.00 per recuperare le nostre bandiere e per poi andare tutti insieme al corteo del Pride.

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Accanto a “Libera la Domenica”

Il Gruppo Consiliare di SEL alla Provincia di Treviso ha presentato ieri il seguente Ordine del Giorno, a sostegno della proposta di legge presentata il giorno 14 maggio alla Camera dei Deputati per dire No alla apertura degli esercizi commerciale la domenica ed i giorni festivi.

L’iniziativa fa seguito alle decisioni prese dal Coordinamento Provinciale di SEL nella riunione di giovedì 4 aprile 2013

https://seltv.wordpress.com/2013/04/05/sel-rifiuti-zero-libera-la-domenica-no-tares-ed-altre-proposte/

libera la domenica
 
Ordine del Giorno
Libera la Domenica

Premesso che:

L’art 31 del Decreto Legge n. 201/2011 del cosiddetto “ Decreto Salva Italia” dal 1° gennaio 2012, ha liberalizzato definitivamente e senza esclusioni ed in tutto il territorio nazionale, il regime degli orari degli esercizi commerciali, superando il previgente principio generale dell’obbligo di chiusura domenicale e festiva dei negozi.
Secondo il governo Monti, questa eliminazione dei limiti e delle prescrizioni in materia degli orari, sarebbe correlata alla necessità di adeguare la disciplina nazionale ai principi previsti dall’ordinamento comunitario in tema di libera concorrenza tra gli operatori e pari opportunità di accesso al mercato;

Considerato che:

Alla Camera dei Deputati, nel mese di marzo 2012 era stato già proposto, ma non approvato, un Ordine del Giorno che avrebbe impegnato il Governo “ a rivedere” l’attuale disposizione in materia di liberalizzazioni, prevedendo la formulazione di una norma apposita e specifica, di concerto con le Associazioni di Categoria interessate e gli Enti Locali, in grado di prevedere una graduale revisione del principio delle liberalizzazioni degli orari del commercio, considerando anche e soprattutto la crisi economica del nostro paese, che colpisce in modo particolare il settore del commercio e quella della piccola e media distribuzione,
Inoltre; la liberalizzazione degli orari per gli esercizi commerciali, mette a rischio anche la sopravvivenza dei negozi al dettaglio che stanno scomparendo a vantaggio della grande distribuzione.
Non meno importante sottolineare che, la teorica spinta ad una maggiore apertura al mercato, non deve negare il diritto al giusto riposo dei lavoratori, alla partecipazione alla vita di comunità potendo anche rispettare le festività civili e religiose.
La chiusura nei giorni festivi e nelle domeniche, permetterebbe a lavoratori ed imprenditori di poter stare in famiglia, condividendo insieme anche ad amici, tempo libero ed interessi.

Il Consiglio Provinciale:

aderisce alla Campagna Nazionale “ Libera la Domenica” che ha già visto l’adesione delle Associazioni Sindacali ( CGIL CISL UIL ) di categoria, la Conferenza Episcopale Italiana e la CONFESERCENTI del nostro territorio ed invita i parlamentari veneti a sostenere la proposta di legge depositata il giorno 14 maggio 2013 presso la Camera dei Deputati volta a cambiare la normativa sulle liberalizzazioni degli orari, riportando nell’ambito delle competenze delle Regioni, le decisioni sulle aperture degli esercizi commerciali..

Il Consigliere Provinciale

Luigi Amendola


allegata la proposta di legge
http://www.liberaladomenica.it/wp-content/uploads/2012/11/Gazzetta-Ufficiale-annuncio-proposta-di-legge.jpg

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Uno strano concetto dell’ordine pubblico e dell’uso degli spazi cittadini da parte dell’Amministrazione comunale di Treviso

SEL lungo VendolaIn data 7 febbraio l’Amministrazione comunale di Treviso ha negato a SEL l’uso di uno spazio in Piazza dei Signori per un gazebo elettorale in quanto, precedentemente, avrebbe rilasciato altra autorizzazione ad altra forza politica.

A noi risulta che la sola manifestazione prevista per la stessa data è di Forza Nuova.

Il problema è dunque di ordine pubblico?

Come abbiamo sottolineato al Prefetto di Treviso nella lettera che oggi abbiamo inviato, SEL non ha mai avuto problemi nel fare iniziative in contemporanea con altre forze politiche democratiche: nemmeno quando lo spazio impiegato era assolutamente vicino.

Il problema dunque non possiamo essere noi!

E se non siamo noi il problema, perché dovremmo rinunciare a un elementare diritto di parlare con i cittadini, e di far conoscere le nostre proposte?

E’ forse possibile che nella città di Treviso,medaglia d’Oro alla Resistenza, si concedano spazi a formazioni come Forza Nuova, a evidente scapito di Altre formazioni democratiche e antifasciste?

Nella recente manifestazione provinciale dell’ANPI è stato stigmatizzato come in città, da tempo, siano troppo tollerate o, comunque, non sufficientemente osteggiate manifestazioni e segnali di matrice dichiaratamente fascista.

Noi vediamo nel divieto fatto a SEL un altro di questi segnali!

Ancora: oggi, protocollato in data 4 febbraio, pende una richiesta di SEL per lo svolgimento di un’iniziativa, con musica e recita di prosa e poesia, contro il “femminicidio” e la violenza sulle donne; la manifestazione si terrà domenica 17 nel pomeriggio sotto la Loggia dei Cavalieri; quando conosceremo il parere della giunta? Forse verso il giorno 13 o 14 quando sarà cioè impossibile organizzarla?

A noi pare che sulla utilizzazione degli spazi pubblici e sul tema dell’ordine pubblico l’Amministrazione comunale stia dimostrando o un’insufficiente capacità di gestione o una volontà antidemocratica!

La recentissima vicenda dello sgombero dell’area Telecom contro i ragazzi di ZTL, insieme alla proroga della delibera che proibisce l’attività in città agli artisti di strada, ha posto con concretezza questo problema; se un’occupazione pacifica che ha avuto l’appoggio di una parte importante della popolazione non è stata tollerata, anzi, come ormai ben noto, si è fatto di tutto da parte dell’Amministrazione per sollecitare l’intervento della forza pubblica, e se da parte della stessa Amministrazione non è stata fatta alcuna proposta per dare, quantomeno per cominciare a dare, risposte alle domande di spazio che i giovani hanno posto: chi turba l’ordine pubblico?

Ma analoga domanda possiamo farla davanti a un provvedimento come quello della sopra citata proroga , che priva la città di momenti di aggregazione e cultura.

Sinistra Ecologia Libertà pone all’attenzione di tutti i cittadini e delle forze democratiche questa situazione per costruire una risposta ampia, democratica, incisiva; da parre nostra, così come abbiamo dichiarato nella lettera al Prefetto, ribadiamo che, nel rispetto della legalità, saremo in piazza.

NOI SAREMO IN PIAZZA IL 9 E IL 17 FEBBRAIO.

Invitiamo tutti quelli che si riconoscono nella nostra battaglia a partecipare.

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