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No a questa legge di Stabilità

Le dichiarazioni di voto con le quali Sinistra Italiana -SEL ha motivato il proprio voto contrario alla Camera e al Senato alla Legge di Stabilità proposta dal Governo Renzi.

Loredana De Petris dichiarazione di voto sulla Legge di Stabilità, Senato 22 dicembre 2015depetris

“Voteremo contro la fiducia, non soltanto perché, come forza d’opposizione, siamo contrari a questo Governo, ma perché siamo totalmente e convintamente contrari alla legge di stabilità. Certamente la legge di stabilità è stata modificata alla Camera dei deputati, ma ciò non ha in alcun modo cambiato verso alla manovra.

Sin dall’inizio avevamo definito questa manovra come assolutamente iniqua e soprattutto non in grado, nonostante la propaganda, di essere definita espansiva; i dati sono inesorabili da questo punto di vista. La manovra, anche sul fronte delle tasse e per quanto riguarda IMU e TASI sulla prima casa, non ci ha visto assolutamente d’accordo, perché ha in sé le negazione della radice della progressività.

Come è noto, era possibile certamente eliminare l’IMU per le famiglie meno abbienti ed ovviamente per i redditi catastali più bassi, ma vi era una fascia, che corrisponde al 10 per cento dei contribuenti, che era portatrice quasi del 40 per cento del gettito, che si poteva utilizzare per affrontare non soltanto alcune emergenze sociali. Le misure di questa manovra e le modifiche apportate alla Camera sono più di natura elettorale che di carattere effettivamente di lunga durata e strutturale per affrontare quella che ormai è l’emergenza povertà.

Noi continueremo la nostra battaglia in quest’Aula per l’istituzione del reddito di dignità e diffido il Governo a voler spacciare le norme inserite in questa legge di stabilità contro la povertà o altre card per le famiglie con almeno tre figli come l’inizio di un percorso sui redditi di dignità, perché non hanno assolutamente a che vedere con quello che invece noi riteniamo sia assolutamente necessario e che darebbe anche la possibilità di un ammodernamento del nostro sistema del welfare e una sua caratterizzazione in senso più universalistico.

La manovra quindi non cambia verso: è iniqua e non certamente espansiva. Non è certamente con la diminuzione delle tasse che si induce una ripresa del Paese: è una teoria economica ampiamente utilizzata anche nel passato con i Governi Berlusconi, che fa riferimento anche alla scuola di Chicago, ma sappiamo che dovunque è stata sperimentata non ha prodotto i risultati che evocava.

Oggi per uscire dalla crisi – dentro la quale ci troviamo ancora – sarebbe stato necessario mettere in campo un piano vero di investimenti. Anche gli investimenti privati, nonostante gli incentivi – poi tornerò su questo punto – , non riescono ad avere alcun effetto virtuoso se non sono in simbiosi e quindi se non vengono accelerati e stimolati attraverso un piano vero di investimenti pubblici nei settori cruciali per questo Paese, per una sostenibilità ambientale. Firmiamo l’Accordo di Parigi e quindi dovremmo ricordarci di come poi lo implementiamo, di come mettiamo in campo le azioni rigorose perché si arrivi a quegli obiettivi e quindi ad un’economia completamente decarbonizzata, non solo sostenibile, ma molto di più: una sorta di riconversione ecologica.

Quindi investimenti sul territorio, sulle infrastrutture sostenibili, sul trasporto, sulla mobilità, sulla scuola, sulla cultura, sulla valorizzazione vera (non nel senso di consumo di altro territorio) e sulla riqualificazione del territorio: questi erano gli assi su cui era necessario mettere in campo un piano vero di rigenerazione del territorio e di rigenerazione urbana che cominciasse a mettere le basi della conversione ecologica assolutamente necessaria se davvero crediamo a quell’Accordo firmato a Parigi che anche il nostro Governo ha sottoscritto.

La manovra si è concentrata molto alla Camera sulle cosiddette emergenze esterne: da una parte la sicurezza che si è articolata su due interventi, uno più specifico di sicurezza e l’altro cosiddetto di cultura. Noi concordiamo sul fatto che era necessario mettere in campo misure sul piano culturale e sul piano del sostegno sociale, ma le misure scelte non ci trova concordi: hanno un sapore elettorale e tra l’altro la famosa card di 500 euro non si capisce neanche come sia coperta.

Quelle risorse, tutte insieme, sarebbero state molto più utili se fossero state investite nel Fondo per il diritto allo studio – questo certamente sarebbe stato un ulteriore passo – invece che essere utilizzate per interventi per i diciottenni per manovre elettorali, visto che ci sono le elezioni amministrative.

Per quanto riguarda gli interventi sulla riqualificazione sulle periferie, siamo d’accordo e parlavo, infatti, di un piano di rigenerazione urbana, ma tutto è accentrato nella Presidenza del Consiglio e anche qui abbiamo dubbi che non vengono utilizzate sempre a fini di manovre elettorali. Le misure previste sull’IMU, gli interventi spot e la card di questa legge di stabilità hanno molto il sapore di manovre elettorali. Francamente è ancora una volta un’occasione persa. Avendo aumentato il deficit dal 2,2 al 2,4, abbiamo messo in campo circa quattro miliardi di euro in più. Noi siamo assolutamente d’accordo sullo sfidare e rompere la flessibilità, ma pensiamo che le risorse debbano essere utilizzate per rimettere in campo una ripresa del Paese e, quindi, per quel piano di investimenti pubblici di cui parlavo all’inizio nei settori cruciali per il futuro del Paese.

L’altra manovra per motivi esterni è stata il salva banche. Ma qui vorrei dire con molta chiarezza che, tra l’altro, anche lo stanziamento di 100 milioni di euro, che è stato inserito sempre sul fondo che dovrebbe essere di garanzia per i depositi bancari delle famiglie, potrà coprire solo perdite pari a un quinto di quelle dei risparmiatori coinvolti. Di queste misure – stiamo molto attenti – si avvantaggerà ancora una volta lo stesso sistema bancario in quanto potrà riacquistare azioni delle banche di nuova costituzione per 1,8 miliardi di euro. Noi dovremmo davvero – ne ho parlato varie volte – fare una discussione molto seria – si spera ciò avverrà alla ripresa – non solo sulla Commissione d’inchiesta, ma anche prendere delle decisioni vere sul sistema bancario nel nostro Paese. In sintesi, ci sono molti micro interventi e molti interventi spot di natura elettorale, ma anche l’insieme delle modifiche apportate alla Camera non sono state assolutamente in grado di cambiare verso a questa manovra il cui giudizio rimane assolutamente negativo.

Faccio l’ultima osservazione che riguarda l’intervento per evitare il referendum sulle trivellazioni. Anche lì non è esattamente quello che viene annunciato. Vi è un tentativo quasi truffaldino perché gli interventi anche più pesanti di trivellazione sono solo sospesi e non cancellati. Ricordo a tutti che abbiamo l’esigenza per il futuro, se si vuole essere veramente degli innovatori e non conservatori e guardare al passato, di mettere in campo una strategia per un’economia con basse emissioni con la decarbonizzazione e l’uscita dai fossili. È assolutamente necessario un piano energetico che abbandoni definitivamente l’idea delle trivellazioni che in modo francamente molto conservatore e quasi di sfida alla modernità questo Governo sta portando avanti. Per questo noi voteremo contro la fiducia e la legge di stabilità.”

Giulio Marcon, dichiarazione di voto finale alla Camera sulla Legge di Stabilità, 19 dicembre:

“Signora Presidente, signori del Governo, colleghi e colleghe, due marcon cameraautorevoli esponenti della maggioranza, il Ministro Alfano e Renato Schifani, hanno dichiarato che questa legge di stabilità è stata scritta con la mano destra. Noi crediamo a questi due esponenti, e pensiamo infatti che di destra è l’impianto di questa legge: un impianto liberista e mercantilista. Un impianto che realizzando – abbiamo appena ascoltato quello che ha detto la collega Bianchi – il sogno di Giulio Tremonti, mette al centro il taglio delle tasse a scapito degli investimenti e della spesa pubblica, quella buona. È un impianto neoliberista e di destra, che guarda a destra, che privilegia gli investimenti privati al posto di quelli pubblici: questa è la filosofia del Piano Junker, che ormai è una comprovata bufala. Un impianto neoliberista che apre la strada a nuove privatizzazioni, deprimendo il patrimonio pubblico.

Con questa legge di stabilità si fa una scelta di campo: si dà praticamente tutto alle imprese e niente ai lavoratori. Alle imprese date crediti d’imposta e agevolazioni fiscali in quantità industriale, è il caso di dire; e date niente ai lavoratori, 5, 6 euro di aumento ai dipendenti pubblici e un po’di polvere in mano agli esodati, ai supplenti delle scuole, ai macchinisti ferrovieri, al personale della scuola di «quota 96», anzi a loro nemmeno quella. Con questa legge di stabilità si salvano le banche e i loro amministratori, ma si lasciano sul lastrico migliaia di risparmiatori, come è stato più volte ricordato. Con l’aumento dell’uso del contante a 3 mila euro fate un favore a riciclatori e ad evasori, e non ai pensionati e agli operai, che quando riescono a girare con 150 o 200 euro di contanti in tasca, magari solo per le feste di Natale, è grasso che cola.

È una scelta, questa, a favore dei ricchi e non dei poveri; come, con la scusa della crisi del settore nautico, come oggi abbiamo visto, è una scelta a favore dei ricchi l’abolizione della tassa sugli yacht, misura più degna di Ronald Reagan che di una forza di sinistra. Un operaio, un pensionato paga 2-300 euro di tassa sul possesso della sua utilitaria, mentre il magnate che ha uno yacht da 3-400.000 euro non paga niente (Applausi dei deputati del gruppo Sinistra Italiana – Sinistra Ecologia Libertà). Sarebbe questo il senso della giustizia di una forza progressista ?

Ed è una scelta a favore della illegalità e dell’evasione la misura scandalosa della maxi-sanatoria sulle spiagge, un favore a chi non paga le tasse. Queste non sono scelte di sinistra !

Inoltre questa legge di stabilità non favorisce la crescita: le previsioni macroeconomiche, come meglio di noi voi sapete, della legge di stabilità – e sono anche previsioni sbagliate, come ci ricordano i dati del Fondo monetario – si appigliano da alcuni fattori esogeni come il quantitative easing della BCE e il calo del prezzo del petrolio. Sono invece sconfortanti i dati dell’economia nazionale: la disoccupazione che quasi sfiora il 12 per cento, la riduzione di un quarto del sistema industriale, la drammatica condizione del Mezzogiorno; e le misure contenute nella legge di stabilità non cambieranno direzione a questi dati sconfortanti, perché hanno una impostazione sbagliata.

Il taglio delle tasse produce molto meno crescita degli investimenti pubblici: magari dà consenso elettorale, ma non fa aumentare il PIL. Gli sconti fiscali alle imprese non fanno ripartire il sistema industriale: le imprese spesso gli sconti se li mettono in tasca, e non li investono. Le misure-spot, come l’abolizione della TASI o la card della cultura, vanno bene per le elezioni, ma non per la crescita economica.

Questo è un Paese che tra i dati sconfortanti registra un aumento della povertà assoluta e relativa. Poco di realmente significativo c’è in questa legge di stabilità, il finanziamento del Fondo nazionale per la lotta alla povertà è assolutamente insufficiente. Di reddito minimo di cittadinanza non c’è traccia. Verso la povertà continuate ad avere un atteggiamento insufficiente, appunto, residuale e compassionevole. Certo 600 milioni di euro nel 2016 e un miliardo nel 2017 sono già qualcosa, ma sono delle cifre insufficienti di fronte alla drammaticità del problema della povertà. Ricordo che Romano Prodi, dieci anni fa, metteva un miliardo e seicento milioni sul Fondo nazionale per le politiche sociali e senza tante slide; Prodi, dieci anni fa, faceva più di voi e comunque ricordo che per il Fondo contro la povertà quest’anno mettete gli stessi soldi che date per il 2016 per due F-35, quindi, 4 milioni di poveri assoluti sono importanti come due cacciabombardieri.

Ma c’è un altro problema che non affrontate: le diseguaglianze inaccettabili in questo Paese. Un secolo fa Richard Henry Tawney, fabiano, che allora sarebbe stato un uomo considerato molto più di destra dei miglioristi e del viceministro Enrico Morando, diceva: quello che i ricchi chiamano il problema della povertà, per i poveri è il problema della ricchezza, e voi con questa legge di stabilità il problema della ricchezza, ovvero delle diseguaglianze, non ve lo ponete, anzi, favorite i ricchi e le diseguaglianze non introducendo mai, per nessuna delle misure, un principio di progressività. Non lo fate per l’abolizione della TASI e non lo fate per la card della cultura. 500 euro a tutti, ai ragazzi dei Parioli, come ai ragazzi di Scampia, ma che c’è di sinistra nel trattare in modo uguale chi è povero e chi è ricco ? E sarebbe questo il welfare delle opportunità ? Sì, l’opportunità di rimanere diseguali. Sì, ai potenti le tasse non le fate pagare, non le fate pagare alle multinazionali del web, ai vari Google e a tutti gli altri e vi siete opposti alla tassa sul commercio digitale, anche a un emendamento proposto da deputati del PD. Non fate pagare le tasse agli speculatori e alla finanza creativa, vi siete opposti a una Tobin tax degna di questo nome. Non fate pagare le tasse ai nababbi, vi siete opposti agli emendamenti per far pagare un po’ più di tasse agli ereditieri milionari e ai grandi patrimoni. Che c’è di progressista in tutto questo ? Non è di sinistra, viceministro Morando, dare la card della cultura ai ragazzi italiani e negarla ai ragazzi immigrati con permesso di soggiorno. Pensate che bella scena: nella stessa quarta classe di un liceo il ragazzo italiano con i 500 euro che va ai concerti con i soldi del bonus e il ragazzo immigrato, con i genitori in Italia da più di dieci anni, senza bonus a giocare col suo smartphone. Salvini ringrazia.

Non è di sinistra continuare a buttare soldi negli F-35 e a far mancare le risorse al servizio civile, i 49.000 giovani in servizio nel 2015 diventeranno 38.000 nel 2016. Voi dite che la scuola è importante, che il lavoro è importante, ma è da settembre che lasciate 30.000 supplenti senza stipendio. Sarebbe questa la buona scuola, lasciare i supplenti senza stipendio ? E in questa legge voi parlate, dite di parlare di sviluppo sostenibile, ma quale ? Quello della maxi sanatoria sulle spiagge, quello dei soldi a lumicino per la difesa del suolo o quello dell’emendamento furbetto sulle trivellazioni che pur ripristinando positivamente il limite delle 12 miglia non dà risposte ai quesiti referendari e lascia intatto l’obbrobrio delle trivelle esistenti a poche miglia dalle coste.

Per noi, la sinistra, una sinistra capace di fare una legge di stabilità ispirata a principi di giustizia e di crescita è un’altra cosa. Ve l’abbiamo detto in tutte le salse, con le nostre proposte a questa legge di stabilità, proposte che ci avete rifiutato. Per noi, di sinistra sarebbe stato fare un piano del lavoro, non dare incentivi alle imprese per delle assunzioni finte e temporanee. Per noi, di sinistra sarebbe stato non tagliare le risorse alla sanità e alle regioni, come voi avete fatto in questa legge, ma tagliarle alle spese militari e alla TAV. Per noi, di sinistra sarebbe stato continuare a far pagare la tassa sulla prima casa a Briatore, a Berlusconi a Carrai e non trattare i milionari come i pensionati al minimo e gli operai. Per noi di sinistra sarebbe stato far pagare le tasse alle multinazionali e agli speculatori e ridurre veramente le tasse al lavoro dipendente, non dargli l’obolo elettorale. Per noi, di sinistra sarebbe stata una legge di stabilità che prefigurasse una politica industriale e un robusto intervento a favore del Mezzogiorno e non solamente sconti e mance senza costrutto, regalie a corporazioni varie. Per noi di sinistra sarebbe stato un reddito minimo di cittadinanza degno di questo nome, non il welfare compassionevole che proponete con le vostre misure insufficienti e residuali.

Ma tutto questo nella legge di stabilità non c’è; vi siete affidati alle solite ricette, avete abdicato a una impostazione neoliberista che è fallita in Europa e non ha portato a niente in Italia. Un’impostazione, quella del paradigma dell’austerità, della riduzione della spesa, dell’umiliazione del lavoro che ci sta portando a sbattere.

Mi avvio a concludere, questa non è una legge di stabilità con il segno più, come ha detto Renzi alla presentazione della legge di stabilità, ma è una legge con il segno meno. Meno soldi alla sanità, meno politiche pubbliche, meno soldi al servizio civile, meno lavoro stabile, meno investimenti pubblici. Questa legge di stabilità è un mostro giuridico e uno zibaldone imbarazzante: si fanno favori alle lobby, ai gruppi di potere, alla Confindustria. Al popolo, ai lavoratori distribuite qualche spicciolo e date qualche spot elettorale. Sì, voi avete ragione, bisogna cambiare verso, ma allora incominciate a farlo voi. Tornate a mettere in campo politiche espansive, di giustizia sociale, del lavoro, dei diritti, politiche che servano alla crescita, alle imprese e al rilancio dell’economia. La legge di stabilità del 2016 è un’occasione persa. Noi, una legge di stabilità scritta con la mano destra e che non serve al Paese, che non dà risposte al lavoro, ai giovani, che taglia la sanità e il welfare, noi una legge così non la votiamo.”

 

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di | 22 dicembre 2015 · 23:57

Nuova coordinatrice per il Circolo di Conegliano

Martedì scorso si è riunito il circolo di Sinistra Ecologia Libertà di Conegliano e ha provveduto alla elezione del nuovo coordinatore. Alla carica è stata eletta, all’unanimità, Deborah Marcon, 28enne laureanda in lettere.

La nuova coordinatrice prende il posto di Marco Baldo, al quale sono stati rivolti i ringraziamenti da parte del circolo per il lavoro svolto, e che ha lasciato l’incarico per favorire un ricambio nel circolo e la partecipazione di una nuova generazione alla vita politica.

Il Circolo di Sel intende rinnovare il proprio impegno, a partire dal sostegno ai referendum contro l’austerità promossi da una serie di economisti, sindacalisti, intellettuali, parlamentari di tutti gli schieramenti politici. E che ha come scopo quello di colpire il meccanismo del pareggio di bilancio inserito in Costituzione, che fissa come obbligatori per le politiche di bilancio italiane gli obiettivi fissati dalla Commissione Europea, rinunciando di fatto alla possibilità di attuare politiche di investimento.

I temi della sanità, dell’ambiente, del lavoro, saranno oggetto delle successive iniziative che il Circolo intende promuovere.marcon vendola

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Bocciata la fusione Villorba-Povegliano, ora si torni alla razionalità

I cittadini di Villorba e Povegliano hanno bocciato la proposta di fusione e di creazione di Terralta Veneta. Dopo la bocciatura della fusione di San Polo di Piave e Ormelle nel “Lia Piave”, siamo di fronte ad un dato  oggettivo: le proposte di fusione scarsamente motivate, spinte e animate da intese personali tra i sindaci, non convincono e non persuadono, anche quando si tirano in campo argomenti propagandistici rozzi e strumentali come quelli relativi a eventuali nuovi finanziamenti, e la minaccia di nuove tasse per le popolazioni che non si adeguano alle scelte dei sindaci.

Si tratta di un segno di maturità dell’elettorato e non di una arretratezza di chi non comprenderebbe, e anzi ostacolerebbe, il cammino della storia. Sel si è impegnata nel fronte del no e registra con soddisfazione questo risultato.

L’idea che i problemi di politica sociale ed economica si risolvano eliminando le istituzioni rappresentative, tagliando la democrazia, abolendo le elezioni, è una idea fuorviante e che ha come fine ultimo la verticalizzazione estrema del potere, magari per far passare più agevolmente le tanto invocate “riforme”, che oggi si traducono purtroppo in tagli ai diritti e peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini.

Il riordino dell’architettura democratica sulla quale si regge il paese non può essere affrontato con intereferendumrventi frammentari, al di fuori di un disegno complessivo e razionale. Per noi ha un senso avviare un ragionamento serio attorno alla prospettiva di una grande Treviso (un solo Comune con dieci Municipi), e all’articolazione della dimensione comunale secondo una logica di aggregazione che tenga conto delle reali connessioni e relazioni di vita, di studio, di lavoro e di mobilità dei cittadini che animano le nostre comunità. Esistono in provincia dei poli ospedalieri, commerciali, scolastici, industriali, che si addensano o coincidono con i comuni a valenza mandamentale. Porsi il problema di una possibile nuova forma di governo democratico e rappresentativo che possa effettivamente comportare un miglioramento e una possibilità di controllo da parte dei cittadini sulle scelte che riguardano il territorio e i servizi che vengono erogati in quel territorio, servirebbe anche a proporre scelte comprensibili ai cittadini, slegate dalle personali simpatie e consonanze reciproche tra quel sindaco e quell’altro.

Luca De Marco, coordinatore provinciale SEL

Marco Pedretti, coordinatore circolo SEL di Treviso

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Cari Forconi, la vostra protesta non disturba i potenti ma solo chi lavora

Cari “Forconi”, le vostre ragioni possono anche essere, forse, condivise. Il dramma sociale che attraversa l’Italia ci è ben chiaro e presente. Prima però queste ragioni dovrebbero essere comprensibili, e non è che sia particolarmente chiaro il contenuto delle richieste che avanzate. “Tutti a casa”, “Dimettetevi tutti” ? Queste sono evidentemente baggianate inconcludenti. Del resto, il 9 dicembre si è visto che il popolo italiano non ha raccolto il vostro appello a bloccare il paese. E senza la televisione, che rilancia in continuazione, dalla mattina alla sera, le dichiarazioni dei vostri litigiosi leader, la cosa si sarebbe spenta ben presto. Se l’unica richiesta che avanzate è “via tutti i politici”, voi che i vostri leader sono tutti militanti politici che hanno tentato di entrare nelle istituzioni per diventare appunto dei “politici”, allora ne traiamo due considerazioni. La prima è che non avete le idee chiare su come risolvere i tanti problemi che confusamente sollevate: eccesso di tassazione, povertà dilagante, disoccupazione galoppante, deindustrializzazione e recessione economica. La seconda è che vi ponete un obiettivo politico generale, nella convinzione che la soluzione sia comunque affidarsi fideisticamente a una nuova classe politica alla quale lasciar fare. Così come ha fatto del resto il Veneto, e certamente la stragrande maggioranza di voi, prima affidandosi acriticamente alla classe politica democristiana, poi a quella forzaleghista, infine magari ai fanciulleschi adepti del comico urlatore. Sarebbe forse corretto assumersi una quota parte di responsabilità per dove siamo, da parte di chi ha pensato che il mix tra il secessionismo leghista e il liberismo all’amatriciana berlusconiano potessero essere i binari per lo sviluppo del paese e del Veneto. E invece vi lasciate ancora blandire dai politici della Lega, forse ancora non paghi della dimostrazione di totale inaffidabilità e incapacità dimostrata dal partito della famiglia Bossi nel corso di questi lunghi anni di inutili blateramenti padani.forconi

Noi riteniamo invece che ciò che va messo in discussione radicalmente sono le scelte di politica economica degli ultimi anni, il modo nel quale l’Europa a guida Merkel e l’Italia di Tremonti, Monti e Letta hanno reagito e stanno reagendo alla crisi, senza risolverla ma anzi assecondandola e aggravandola. Le politiche di austerità vanno messe radicalmente in discussione, e invece l’Italia ha avvallato il fiscal compact, ha inserito per prima in Europa il pareggio di bilancio in Costituzione, ha elevato l’età pensionabile alla più alta d’Europa, ha inasprito le tasse a tutti per non sciegliere un fisco più progressivo e forme di patrimoniale per la parte più ricca del paese. Siamo stati come paese i primi della classe nell’applicare ricette sbagliate, e oggi come conseguenza siamo al record di disoccupazione giovanile, il 41,8%. L’ultima delle innumerevoli statistiche che raccontano il nostro declino ci dice che un milione di minori, 1 su 10, sono sotto la soglia di povertà assoluta. Il 30% degli italiani secondo l’Istat è a rischio povertà o esclusione sociale. Di fronte a questa situazione drammatica non serve a nulla la cancellazione totale della politica, serve invece più politica e meno finanza. E una politica diversa, non supina alle logiche ragionieristiche fallimentari ma che sappia indicare una strada e sappia dire da che parte stare. Serve un nuovo intervento pubblico in economia, perché lasciar fare al mercato in questa fase è delirante; recuperando risorse dal taglio alle spese militari, applicando una patrimoniale sui grandi patrimoni e tassando adeguatamente le rendite finanziarie, si può lanciare un piano del lavoro verde, per rimettere a posto il territorio, rimettere in sicurezza gli edifici, riqualificare la nostra produzione industriale collocandola su settori innovativi e sostenibili. Si deve investire sull’enorme patrimonio culturale e artistico che ci contraddistingue come nazione a livello planetario, e invece assistiamo all’incredibile venir meno dell’insegnamento della storia dell’arte nelle nostre scuole. Bisogna pensare a forme innovative di welfare, introducendo un reddito minimo per tutti coloro che perdono il lavoro o non lo trovano e non abbiano già altre coperture sociali. Bisogna insomma che la politica cambi passo, si emancipi dalla sudditanza totale alle logiche finanziarie e indichi una via di uscita dal dramma attuale e una nuova possibile via di sviluppo. Non che la politica si suicidi per lasciar scorrazzare per i paese improbabili personaggi in Jaguar. O per lasciar la guida del paese a chi, come Chiavegato della Life, dichiara che “l’evasione fiscale ha salvato questo paese”; o a Mariano Ferro dei Forconi siciliani, per il quale il cancro dell’Italia non è la mafia o la corruzione ma la CGIL. Ecco, se abbandonaste questi proclami e l’immensa visibilità mediatica che avete assunto e la rete di mobilitazione che avete messo in atto le voleste usare per chiedere un cambio di rotta delle politiche nazionali ed europee all’insegna della giustizia sociale, della redistribuzione del reddito e della ricchezza, della legalità e dello sviluppo sostenibile, fareste davvero un servizio al paese e alle sofferenze che dite di voler rappresentare. Se invece vi assumete il compito di dare corpo e visibilità a quanto paventato da Letta nel suo discorso in Parlamento per la fiducia: “senza questo governo c’è solo il caos”, allora diventate un solido puntello per chi afferma che non ci sono alternative al modo attuale di gestire il paese e l’Europa.

Per venire invece al metodo, le vostre manifestazioni danneggiano solo la gente che ancora lavora e le imprese ancora attive. La condiscendenza che le forze dell’ordine dimostrano nei vostri confronti non ricordiamo abbia molti precedenti; segno che quello stato e quel governo che tanto dite di voler contestare, in realtà non pare temere particolarmente le vostre mobilitazioni ma di fatto le sta consentendo e agevolando, in un modo che ad altre categorie di manifestanti è invece precluso. Non è per niente bello, in uno stato democratico, avere delle forme di milizia che si sostituiscono a chi è legittimato a governare il traffico e l’ordine pubblico.

L’adesione entusiastica e immediata al vostro appuntamento del 9 e ai seguenti da parte delle formazioni politiche della destra estrema, di ascendenza fascista, dovrebbe farvi riflettere. Non si tratta infatti di infiltrati, ma di movimenti che avvertono la consonanza delle vostre “ricette” con le ricette di chi non ha mai digerito il fatto che l’Italia sia passata da un regime autoritario a un regime democratico. E anche nei metodi, l’idea di costituire un ordine alternativo a quello costituito della Repubblica è da sempre nelle corde della destra estrema. Il vostro movimento è il terreno sul quale i movimenti neofascisti giocano il tentativo di crearsi un blocco sociale di riferimento, per spingere il paese verso una ulteriore regressione civile e morale e una svolta autoritaria.

Insomma, cari Forconi, la vostra mobilitazione, sappiatelo, rischia di essere nel migliore dei casi l’ennesima manovra diversiva, la valvola di sfogo abilmente manovrata, per consentire ai detentori del potere di non cambiare nulla. Nel peggiore dei casi, un serio attacco alla già acciaccata democrazia del nostro paese e un lasciapassare offerto a nostalgie nefaste. E’ vero, avete approfittato di un vuoto, perché le forme di resistenza e di protesta rispetto alle politiche governative degli ultimi anni sono state molto al di sotto del necessario. Ma non lo avete riempito, perché ancora non si vede nel paese un ampio e deciso schieramento sociale che si batta per un’altra Europa e per un’altra Italia, e il vostro tintinnar di forche va proprio nella direzione opposta.

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Lettera aperta per le elezioni comunali di Vittorio Veneto

LETTERA APERTA AI CITTADINI, ALLE FORZE POLITICHE DELLLA SINISTRA E DEL CENTRO, ALLE CIVICHE, ALLE ASSOCIAZIONI E AI GRUPPPI

toioetoNegli ultimi 15 anni la lega  e la destra sua alleata hanno fatto gli interessi di pochi e hanno impoverito la città, indebitandoci  e dilapidando i nostri beni ambientali, patrimoniali e finanziari.

Le prossime elezioni  bisogna vincerle.

Non possiamo fare errori, se non vogliamo che la decadenza della nostra città, già avanzata, diventi irreversibile.

Ma per vincere e costruire un progetto di rinascita, serve oggi, così come in passato nei momenti difficili, un nuovo slancio unitario.

Ci rivolgiamo a tutti coloro che in questi anni hanno lavorato in alternativa alle giunte della lega e della destra, nelle istituzioni e nel territorio, in forma organizzata o individuale, e chiediamo loro se  oggi sono disponibili a stare insieme per dare una speranza alla nostra città.

Davanti a noi c’è  la sfida di mettere a  valore le nostre diversità e  di rinunciare ciascuno a un poco della propria identità per realizzare un progetto di ricostruzione e di rilancio, difficile ma non impossibile.

Siamo già in ritardo.

Perciò chiamiamo forze politiche, associazioni e  gruppi alla responsabilità di dire al più presto, senza prudenze o tatticismi, se intendono impegnarsi direttamente o  sostenere un’alleanza alternativa che voglia vincere e voltare pagina.

Proponiamo di fare entro gennaio le  primarie  di coalizione con percorso aperto (sul modello di Mogliano) per costruire il programma insieme ai cittadini e  per consentire la candidatura a sindaco a chiunque si riconosca nei valori della partecipazione, della trasparenza, della solidarietà, della cultura, del rispetto dei beni comuni e del territorio.

Uscendo dai recinti dei partiti e trasformando le primarie in un grande momento di  confronto e di cittadinanza attiva, sarà possibile  trovare le  idee più efficaci e il candidato migliore per scrivere un altro destino per Vittorio Veneto.

Per confrontarci su queste proposte, vi chiediamo un incontro, da svolgersi non appena i vostri impegni lo consentiranno.

Sinistra Ecologia Libertà

Gruppo Civico

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LA MAGISTRATURA FACCIA PRESTO CHIAREZZA SUGLI INTRECCI TRA SIRAM E LEGA, RIGUARDA ANCHE MOGLIANO

La Siram spa è specializzata nella gestione dei servizi energetici, e ha moltissime Usl nel Veneto fra i propri clienti nella gestione dei servizi energia e calore, riscaldamento e condizionamento delle strutture sanitarie. In questo settore è praticamente dominante, così dominante da battere gli altri concorrenti nei controversi appalti di quelle “aree vaste” volute dalla Regione qualche anno fa.

Ben prima che a Galan venisse in mente, nel 2007, di fare appalti unici per aree vaste, la Siram gestiva il servizio calore in parecchie Ulss. Quello che  fa discutere è stato il controverso iter degli appalti delle aree vaste. E le curiose aggregazioni di imprese, tra aziende che avevano tutte le caratteristiche per correre da sole.
Tra gare annullate, ricorsi e aggiudicazioni “forzate” dalle carte bollate, la Siram si è presa l’area vasta Venezia-Rovigo (240 milioni di euro) e Treviso-Belluno (la base d’asta era 289 milioni). La Manutencoop ha vinto a Verona (oltre 100 milioni). E le altre aree? A Vicenza solo due offerte sono state ritenute valide (una era della Siram), ma l’appalto non è stato assegnato, così ogni Ulss è andata per conto suo. Idem a Padova dove, per irregolarità, il bando è stato annullato. Chi fornisce lì il “calore”? In un posto Gemmo, in un altro Gemmo e Siram. Siram ha di recente vinto l’appalto, assieme a una cordata di imprese, per la costruzione in project financing del nuovo Ospedale di Treviso. La Siram risulta anche tra i finanziatori dell’assessore regionale Marino Finozzi per la campagna elettorale del 2010.
L’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito, dopo il suo arresto per appropriazione indebita di denaro pubblico e truffa, ha deciso di collaborare con i magistrati. Tra le tante vicende che vedono al centro la Siram, dalla inchiesta milanese  a quella calabrese, Belsito riferisce di una tangente da un milione di euro versata da una multinazionale francese, la Siram appunto (che è di proprietà della multinazionale francese Veolia), alla Lega veneta per poter continuare a lavorare in questa regione nell’ambito sanitario.
Perché questa tangente? Verosimilmente questa richiesta di denaro serviva a non avere problemi da parte di Siram per gli affari in Veneto, e comunque per avere i favori della politica locale. Anche Zaia e Tosi, secondo Belsito, furono informati di tale pagamento. Zaia ha reagito annunciando querela a Belsito.
La Siram ha vinto i maggiori appalti per ” scaldare” i malati in tutto il Veneto. Ma lo sapete anche chi è il maggiore creditore dell’Ipab GRIS? la SIRAM S.p.A. cioè la stessa azienda che, sempre secondo Belsito, ha versato la tangente alla Lega.
La SIRAM Spa è la stessa società che qualche anno fa aveva bloccato gli stipendi dei dipendenti dell’Ipab Gris , mettendo alla fame centinaia di lavoratori.
A quei tempi Sinistra Ecologia Libertà aveva manifestato la solidarietà ai lavoratori e denunciato il loro disagio alla stampa. Ci auguriamo che le varie inchieste in corso facciano presto chiarezza e chiariscano i dubbi in merito ai legami e intrecci perversi tra politica e impresa che sembrano emergere. I soldi pubblici vanno gestiti con trasparenza e onestà, senza privilegiare gli amici e gli amici degli amici.
INSOMMA, UNA GRAN BRUTTA STORIA CHE MERITA CHIAREZZA E CHE I CITTADINI DI MOGLIANO DEVONO POTER CONOSCERE FINO IN FONDO
Circolo SEL Mogliano Veneto

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Aperti. Verso un congresso.

congresso

Relazione introduttiva di Ciccio Ferrara* alla Presidenza Nazionale del 29/07/2013 che avvia il percorso congressuale di SEL

La relazione introduttiva di Ciccio Ferrara è disponibile per il download in formato PDF

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Due strade maestre: conversione e contaminazione

Levare lo sguardo sulle reali condizioni dell’Italia di oggi vuol dire compiere la lettura più diretta e cruda del senso che ha assunto la parola crisi a cinque anni ormai dal suo inizio. Spesso essa viene paragonata a quella storica del 1929, ma sta già durando di più e non si intravvede, almeno in Europa dove ristagna producendo una lunga recessione e un’alta disoccupazione, nessun New Deal alle porte. Dopo che il mito delle politiche di austerità, innalzato come bandiera salvifica dal governo dei tecnici, è stato sottoposto ad una revisione critica persino dal tardivo pentimento del Fondo Monetario, ci si esercita adesso sull’altro corno del problema, quello della crescita. Se il risultato delle politiche di austerità è stato quello che tutti gli indicatori interni e internazionali ci segnalano – perdita di qualità e quantità di lavoro, impoverimento della vita reale delle famiglie, smantellamento del settore pubblico dell’economia e del patrimonio, fino al punto di portare l’Italia per la prima volta nella sua storia moderna ad essere il primo paese in Europa (secondo i dati congiunti Ocse ed Istat) per indici di povertà e di diseguaglianza sociale -, se il risultato dunque delle politiche di austerità è questo, quello delle politiche di crescita è ancora pari a zero. Con il serio rischio che anche quello della crescita italiana diventi sempre più un discorso retorico, un luogo comune dove nulla si dice di chiaro di quale crescita parliamo, di come e di dove deve crescere il Paese, cioè secondo quale modello sociale, né di quando inizierà effettivamente a crescere, visto che prima dal governo Monti e ora dal governo Letta, l’inizio della crescita viene via via posticipato di semestre in semestre, e secondo tutte le previsioni di crescita non si vedrà l’ombra per tutto il 2014.

Come possa tenere, sul piano sociale e su quello democratico, un grande paese che resta pur sempre la terza o quarta economia europea: è questa la grande questione politica che abbiamo davanti a noi. Del resto continuiamo a chiamare con la parola crisi una situazione economica e sociale, e insieme democratica e civile, che si protrae da un arco così lungo di tempo da essere ormai diventata una condizione strutturale dell’attuale fase. Meglio sarebbe portare la nostra analisi fino al punto di usare la parola crisi al plurale. Se vogliamo essere, come forza politica, all’altezza di una proposta generale di cambiamento, dobbiamo risultare netti e profondi nell’analisi delle condizioni in cui realmente ci troviamo. Se ci pensiamo bene, questo lungo lavoro di ricognizione, di ricerca, di indagine sociale – il primo vero passo verso la strada del cambiamento che vogliamo – è esattamente quel che manca da troppo tempo alla politica. Con il risultato che si allarga il divario tra politica e conoscenza reale del Paese e la politica finisce per navigare a vista e in superficie, non produce un pensiero né lungo né autonomo sulla società e diventa anche per questa via subalterna.

Dobbiamo avere allora la capacità di prendere in esame le diverse crisi che in questa fase si intrecciano tra di loro e si condizionano. La crisi sociale, economica, finanziaria ha certo una dimensione rilevante in Italia, ben più che in altri paesi dell’Europa, Grecia a parte. Vorrei ricordare la recente analisi di Mediobanca (una fonte che non possiamo certo dire della nostra parte) secondo cui l’Italia è, delle grandi economie europee, il paese dove il profitto netto è il più alto in assoluto, i salari i più bassi in assoluto e gli investimenti sono uguali a zero, e di politiche industriali nel paese che le aveva tutte e le ha una ad una perdute non si parla più, la vicenda delle nomine del gruppo dirigente di Finmeccanica è emblematica da questo punto di vista. Ed è questa una situazione che si registra, secondo Mediobanca, da ben dieci anni. Questo vuol dire che il nostro Paese entra nel vortice della crisi globale, importata dall’America e scaricata sull’Europa, avendo già quegli squilibri strutturali del proprio tessuto economico e sociale che spiegano perché, ad esempio, conosceremo quest’anno un tasso di recessione del 2% mentre nell’area dell’euro è di poco sopra lo zero. Squilibri strutturali che spiegano, anche, perché sempre quest’anno la borsa chiuderà con una crescita del 35% mentre le banche avranno tolto, nello stesso periodo, 44 miliardi di euro di finanziamenti alle nostre imprese e gli indici di povertà e diseguaglianza ci consegnano, come ho già ricordato, il più amaro dei primati in tutta Europa. Se prendiamo tre parametri fondamentali dell’economia politica – costo del lavoro, tasse e capitale – e li paragoniamo alle altre due economie che hanno peso in Europa, cioè Francia e Germania, vediamo come le cifre fornite da Mediobanca smontino e anzi rovescino tanti luoghi comuni che alimentano il circuito mediatico e determinano un dibattito pubblico italiano su questi temi distante dalla realtà e dalla verità. Infatti Mediobanca ci dice, in uno studio, che in Italia da almeno dieci anni a questa parte il tema non è il costo del lavoro, ma il costo del capitale. Al lavoro infatti non arriva nulla della maggiore ricchezza prodotta, ricchezza che va tutta ad alimentare i profitti. Il tema è chiaro: è quello del capitale contro il lavoro, dei profitti contro i salari. E’ il tema di una classe imprenditoriale che, al netto di quelle imprese virtuose strozzate dalle tasse e dalle banche che chiudono ogni accesso al credito, quel profitto se l’è tenuto fino all’ultimo euro. Nessun investimento in innovazione, nessun investimento in ricerca, nessun investimento verso un’economia ecologicamente sostenibile. E mentre questo accadeva sul piano reale dell’economia, sull’altro piano, quello del senso comune, siamo stati ideologicamente bombardati – e continuiamo anche in questi giorni ad esserlo – dal grido di dolore di quella stessa imprenditorialità sulla “necessità di ridurre il costo del lavoro”, di “agire sulla flessibilità del lavoro”, di sostenere le imprese “sull’orlo del baratro” perché “non c’è più tempo”. E’ un’imprenditorialità espressione tipica di quel capitalismo capace di inneggiare alla libertà piena e totale del mercato e alla fine dell’intervento dello Stato nell’economia quando il ciclo economico è al riparo dalla crisi e che diventa immediatamente statalista quando si profila invece il crollo economico del sistema.
Di fronte a questo quadro la nostra proposta politica è chiara: occorre mettere mano immediatamente a politiche macroeconomiche, nel ruolo dello Stato e del settore pubblico, nella redistribuzione e nelle politiche dell’occupazione e del lavoro. Occorre reperire risorse nuove. Risorse nuove, non risorse che si mettono da una parte dopo essere state tolte dall’altra. Risorse nuove da immettere subito nell’economia reale per contrastare adesso la recessione italiana, la più alta in tutta Europa. Se l’economia tedesca è al riparo della crisi è anche perché la terza banca tedesca, il corrispettivo della nostra Cassa Depositi e Prestiti, sostiene con il suo capitale pubblico di 500 miliardi di euro crediti e investimenti di imprese e aziende. E se l’indice di recessione francese è appena sopra lo zero è anche perché pochi mesi dopo il suo insediamento Hollande ha avviato la Banca Pubblica di Investimenti riversando 40 miliardi di euro per la crescita. La scorsa settimana il ministro francese dell’economia Benoit Hamon ha portato in consiglio dei ministri un disegno di legge per l’economia sociale e solidale, che punta su nuovi posti di lavoro, che coinvolge 200 mila imprese che avranno un accesso diretto al credito e che svilupperanno una produzione cooperativa o mutualistica o associativa nella quale la decisione del lavoratore è parte del processo democratico dell’impresa. Sono, in tutte e due i casi, risorse nuove. Quelle risorse nuove che ancora non mette nel circuito economico italiano la nostra Cassa Depositi e Prestiti che gestisce gran parte del suo patrimonio di 230 miliardi di euro, frutto del risparmio postale degli italiani, per produrre utili per gli azionisti privati anziché finanziare gli investimenti degli enti locali. Come risorse nuove ci possono essere con la volontà politica di riaprire il capitolo dei capitali scudati e come risorse nuove ci possono essere riaprendo l’altro capitolo, quello della tassazione del patrimonio e della rendita finanziaria semplicemente portando l’Italia alla media europea (che è, lo ricordo, del 23%).
La fase in cui siamo, quella che ci viene descritta e presentata come la fase della infinita emergenza utile a legittimare politiche e governi delle compatibilità date, è proprio quella invece che più esige la capacità di mettere in campo qui e ora un progetto forte e nuovo di trasformazione e di cambiamento del nostro Paese. Qui c’è lo snodo vero di ciò che siamo e vogliamo essere, della qualità e del merito del fare opposizione, della prospettiva politica che sappiamo indicare a partire dalla fondamentale domanda: che cosa serve non prima di tutto a noi, alla sinistra, ma cosa serve al Paese.

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PaTreVe e città metropolitane, un progetto centralistico e autoritario

dal governastro di larghe intese si prepara una offensiva centralistica e autoritaria sul governo locale

di Luca De Marco

Si fa un gran parlare, nel dibattito pubblico locale, del progetto della città metropolitana PaTreVe, visto come il baluardo della modernità contro i conservatorismi. Se ne fa un gran parlare che forse è un troppo parlare. Troppo per non pensare che, forse, tante dichiarazioni entusiastiche a favore del nuovo ente nascondano la difficoltà di articolare proposte e idee per fronteggiare la crisi, e quindi ce la si prenda con il sistema istituzionale per sviare l’attenzione critica dagli attori politici che quelle istituzioni hanno governato. Con lo stesso meccanismo diversivo, a livello nazionale si invoca la necessità di una riforma delle istituzioni e della Costituzione, come se risiedesse lì l’origine delle difficoltà del paese e non invece nell’utilizzo che della Costituzione e delle istituzioni hanno fatto le classi politiche che hanno governato negli ultimi anni.

https://i1.wp.com/img201.imageshack.us/img201/624/patreve.jpgIl Governo Monti aveva imposto per decreto, all’interno del “SalvaItalia” e della “Spending Review”, una riforma delle Province e delle città metropolitane che fissava anche delle scadenze temporali precise. La riforma prevedeva la diminuzione del numero di province per accorpamento, la eliminazione degli assessori e delle elezioni provinciali (le province sarebbero diventate enti di secondo livello ma non sarebbero state abolite), la sostituzione delle province relative ai 10 maggiori comuni italiani (all’incirca) con le rispettive città metropolitane a partire dal 1 gennaio 2014. La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale, lo scorso 3 luglio, tutta la normativa introdotta in materia da Monti e dalla sua maggioranza, perché è un utilizzo illegittimo dello strumento del decreto d’urgenza quello di inserirvi delle riforme istituzionali.

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Cambiamo noi! Con i referendum.

https://i2.wp.com/www.sinistraecologialiberta.it/wp-content/themes/sel2011/img/referendum2013/logo-referendum.png

Cambiamo noi! Mentre il Palazzo è immobile e paralizzato, noi ci muoviamo. Praticando e attivando la vita democratica di un Paese che non ha mai avuto riforme vere se non quelle che il popolo italiano ha imposto con i referendum.

DIVORZIO BREVE
Per eliminare l’inutile obbligo di tre anni
di separazione prima di poter chiedere il
divorzio. Vogliamo ridurre il carico
sociale e giudiziario che grava sulle
famiglie e sui tribunali a causa della
durata dei procedimenti di divorzio. Oggi
servono 4 anni per un divorzio consensuale
e oltre 10 per uno giudiziale. Con il
Referendum, i tempi saranno più rapidi,
le famiglie spenderanno di meno e lo
Stato risparmierà 100 milioni di euro
l’anno.
LAVORO
E IMMIGRAZIONE
Vogliamo abrogare quelle norme
discriminatorie che ostacolano il lavoro
ed il soggiorno regolare dei cittadini
stranieri, spingendoli a lavorare in nero o
ad accettare condizioni infime. Non servono
a controllare chi delinque ma
impediscono a 500 mila lavoratori in nero
di versare allo Stato contributi per 3
miliardi di euro l’anno. Vogliamo abrogare
il reato di clandestinità, inutile e dannoso.
DROGHE: NIENTE
CARCERE PER FATTI
DI LIEVE ENTITA’
Per eliminare quelle norme che riempiono
inutilmente le carceri, paralizzano la
giustizia, distraggono le forza dell’ordine e
indeboliscono la lotta contro i reati gravi.
Vogliamo abolire la pena detentiva per
fatti di lieve entità ed aprire la strada ad
una politica sulle droghe finalmente
ragionevole. Il proibizionismo regala alle
mafie 30 miliardi di euro l’anno.
OTTOXMILLE
Ogni anno 1,2 miliardi di euro delle nostre
tasse viene ripartito tra le confessioni
religiose. Anche chi non firma l’8 x mille
(circa il 60% dei contribuenti) è costretto
comunque a finanziarle. Vogliamo
lasciare allo Stato le quote di chi non
esprime una scelta: si tratta di oltre 600
milioni di euro l’anno che potrebbero
essere spesi per finalità generali e a
sostegno dell’economia.

Ecco le 5 riforme che possiamo
realizzare
per CAMBIARE NOI
per un’Italia più LIBERA, LAICA e CIVILE

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Treviso, ci siamo!

Dopo le due tornate elettorali e la meritata vittoria la coalizione Treviso Bene Comune ha definito la squadra che sosterrà in Giunta il lavoro del Sindaco Giovanni Manildo.

Oltre ai due neoleletti Consiglieri Said Chaibi e Pretty Raffaella Gorza, la rappresentanza della Lista La Sinistra Unita per Treviso si arricchisce della nuova Assessora Anna Caterina Cabino.

Auguri di buon lavoro a loro, al Sindaco, alla Giunta e a tutto il Consiglio Comunale.

Said Chaibi

said

Cittadino Italiano ed orgogliosamente trevigiano, Consigliere Comunale di Treviso.

 

Mi chiamo Said Chaibi e sono un “nuovo cittadino” o come preferisco, un ragazzo italiano come tanti. Mi sono da sempre impegnato in prima persona per il cambiamento in positivo della mia, NOSTRA, città.

Ho deciso di mettermi in gioco per potere dare il mio contributo al cambiamento reale perché NOI tutti trevigiani meritiamo di meglio.

Pretty Raffaella Gorza

pretty

Avvocato del foro di Treviso sono Consigliere Comunale di tutti i cittadini trevigiani. Diritti. Ambiente. Lavoro. Sviluppo. Cultura.

Ha la delega per le Pari Opportunità e l’Integrazione.

Anna Caterina Cabino

Anna Caterina Cabino_Amministrative (1)

Generalità: 59 anni, nata a Rieti, residente a Treviso.

Studi: Laurea in Filosofia.

Professione: insegnante di storia e filosofia presso il Liceo Statale “A. Canova”.

Treviso, Anna Cabino assessore alla scuola, al personale e demografia
„Ha le deleghe
Ha le deleghe  per le politiche all’istruzione nelle materie demografiche e cimiteriali, le politiche per l’immigrazione ed emigrazione della popolazione, le politiche per l’organizzazione della struttura comunale (risorse umane e strumentali, logistica, informatizzazione, dati statistici) e per l’approvvigionamento dei beni e servizi.

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