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Ora ascoltiamo gli elettori, costruiamo l’alternativa

Il risultato dei referendum in Provincia è straordinario. L’affluenza alle urne ha superato quella delle recenti elezioni provinciali e si è avvvicinata al 60%. Hanno votato per il sì ai quesiti referendari più elettori di quelli che hanno scelto Muraro o Casellato alle ultime provinciali.

Gli elettori non hanno seguito l’esempio di Bossi e Berlusconi e hanno dato un ulteriore segnale di voglia di cambiamento.

Sarebbe eccessivo leggere il risultato del referendum solo in termini di schieramento politico. Si tratta di una battaglia, quella referendaria, che è nata in buona parte nella società civile. L’ondata di firme che chiedevano il referendum contro la privatizzazione dell’acqua, e al quale hanno partecipato i partiti della sinistra come il nostro senza chiedere alcuna visibilità ma ponendosi al fianco di cittadini e comitati, ha saputo mobilitare i cittadini in maniera trasversale e travolgere le resistenze e gli ostacoli posti anche dal centrosinistra.

Lo strumento del referendum più volte dato per morto, dimostra invece la propria vitalità e necessarietà. Solo con il referendum era possibile bloccare un processo di cessione in monopolio ai privati della gestione dell’acqua pubblica, perché su questo l’intera classe politica parlamentare condivideva l’impostazione privatistica.

Solo con il referendum era possibile bloccare la smodata voglia di nucleare di Berlusconi, pronto ad aggirare furbescamente il referendum e far calmare le acque dopo i fatti giapponesi, per poi ripartire da capo con i progetti atomici.

Solo con il referendum era possibile far cambiare idea a tanti onorevoli e dirigenti leghisti, i quali hanno tutti contribuito ad approvare quelle stesse leggi che poi hanno chiesto di abrogare con i referendum.

Sicuramente c’è anche dell’altro, in questo voto. Dopo l’aria nuova che si respira a Milano e Napoli, dopo le ultime provinciali che hanno visto una perdita di 55.000 voti della Lega Nord in provincia rispetto alle ultime regionali, e l’aumento di Sinistra Ecologia Libertà di quasi 10.000 voti, che ha consentito al centrosinistra di tenere le posizioni e di avanzare, è chiaro che i referendum sono stati anche il veicolo che in molti hanno voluto utilizzare per dire basta a questa politica ignobile, fatta di escort e leggi ad personam, e a una classe politica che non riesce a risolvere alcun problema ma lascia il paese alla deriva sociale, economica e civile. Compresi i leghisti che, volenti o nolenti, si sono ridotti a fare gli scudieri servili dell’imperatore a cui tutto è permesso.

 

Ora si apre una fase nuova per il centrosinistra. Il successo dei referendum dimostra che si può ripartire dai contenuti, la tutela dell’acqua pubblica e il ruolo dei servizi pubblici, le energie pulite e la riconversione ecologica dell’economia, la giustizia uguale per tutti, per costruire una alleanza che punti a vincere e a cambiare questo paese. Si parta da qui e non dal pallottoliere parlamentare per mettere in piedi l’alternativa alla destra, perché l’alleato più importante non possono che essere i milioni di cittadini che hanno fatto vincere i referendum. E’ chiaro che continuare a proporre da parte dei dirigenti democratici, anche trevigiani, un rapporto privilegiato del loro partito con chi su tutti e tre i quesiti referendari stava dall’altra parte, come l’UDC, dimostra l’esistenza di una preclusione meramente ideologica e irrazionale. Questa volta non c’è una Macerata da contrapporre al risultato delle due metropoli, il risultato è chiaro e inequivocabile. I cittadini si sono espressi, ascoltiamoli.

Luca De Marco

Coordinatore Provinciale

Sinistra Ecologia Libertà Treviso

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Referendum: una grande occasione per produrre il cambiamento

Una settimana fa si è svolta la riunione di costituzione del comitato provinciale per il sì al referendum contro il nucleare. Una riunione molto partecipata, convocata prima e senza alcun collegamento con quanto avvenuto poi in Giappone nella centrale di Fukushima. Perché, fortunamente, c’è ancora gente che lavora sulle questioni importanti, al di là delle contingenze e dei titoli dei telegiornali, e produce così buona politica e vera partecipazione.

Ora di nucleare si è ripreso a parlare in televisione, quindi la questione è “entrata nell’agenda del dibattito pubblico”, come dicono gli esperti di comunicazione. A giugno si terrà un referendum e dunque gli italiani potranno esprimersi sulla scelta con la quale Bossi e Berlusconi hanno deciso di riportare il nucleare in Italia. Si tratta di una opportunità democratica straordinaria, visto che ben poca voce in capitolo hanno i cittadini su quanto decide quella ristrettissima cerchia dei capi di Lega e PDL che hanno in mano le sorti del paese. Teoricamente dovrebbero essere i parlamentari a rappresentare il popolo e a portarne la voce e le volontà nelle istituzioni, ma a causa della legge elettorale di Calderoli e del disprezzo del Parlamento di Berlusconi essi non sono altro che proni ratificatori delle scelte del Governo, privi di qualsiasi autonomia e anche oramai privati di autorevolezza dal disgustoso comportamento di alcuni voltagabbana in vendita al miglior offerente. Ben venga allora l’utilizzo del referendum, di questo strumento di democrazia diretta che in tanti continuano a dare per defunto e sorpassato, nella speranza che non intervenga l’opinione e il voto diretto dei cittadini a intralciare i disegni dei potenti o i difficili equilibri interni ai partiti su questioni sulle quali non si riesce a scegliere.

Va dato merito a Italia dei Valori di avere intrapreso la via referendaria sul nucleare e contro il legittimo impedimento; e ai comitati per l’acqua pubblica, sostenuti anche da Sinistra Ecologia Libertà e Federazione della Sinistra, di aver lanciato la campagna referendaria sull’acqua. Oggi si prospetta dunque una tornata referendaria importante e su temi cruciali: fermare il nucleare, bloccare la privatizzazione dell’acqua, ribadire che la legge è uguale per tutti attraverso l’abolizione della legge sul legittimo impedimento scritta dai legali del premier.

La capacità di affrontare le questioni e di prendere su queste iniziative importanti al di là delle priorità che indica la cronachetta quotidiana, dovrebbe essere una caratteristica delle forze politiche serie. Oggi evidentemente è molto più facile prendere posizione sul nucleare, tanto che il PD, che non aveva sostenuto il referendum né preso posizione su come votare, si è poi espresso martedì scorso, a reattore esploso, con una intervista di Bersani a favore del sì al referendum, scontando subito il dissenso di Marco Follini, favorevole al nucleare come i suoi ex compagni di partito dell’UDC.

Ora la battaglia referendaria diventa più forte, e lo sarà ancor più se il PD scioglierà le proprie riserve anche sui referendum per l’acqua pubblica. Quando fu avviata la raccolta delle sottoscrizioni per chiedere il referendum, Bersani annunciò una operazione alternativa del PD, preparare una proposta di legge sulla gestione dell’acqua sulla quale raccogliere un milione di firme. Perché, disse Bersani, “il referendum non è la strada giusta”. La proposta di legge fu preparata solo sei mesi dopo e non venne raccolta nessuna firma, per il referendum invece si è verificata la più larga adesione tra tutti i referendum della storia della Repubblica, anche grazie alla grande partecipazione e mobilitazione di elettori e militanti del PD che non dettero particolarmente retta alla posizione ufficiale del loro partito. Ora, auspichiamo che il fatto che sia stato l’allora ministro e oggi finiano Andrea Ronchi il promotore della privatizzazione dell’acqua, non renda tiepido il sostegno del PD a questa fondamentale battaglia.

Sui prossimi referendum si può giocare una partita importante, di merito e di metodo. Di merito, perché le questioni trattate impattano direttamente sulla vita dei cittadini e sulla qualità del nostro sistema democratico. E, da un punto di vista politico, potrebbero ben rappresentare un nucleo di tematiche sul quale ricostruire una coalizione di cittadini e di forze politiche alternativa alle politiche dominanti della destra. Di metodo, perché grazie all’importanza del merito si può tentare un rilancio dello strumento referendario, che è stato in Italia un potentissimo motore di progresso e di cambiamento e può tornare ad esserlo, se solo si faccia fiducia ai cittadini e alla loro voglia di partecipazione. Il fattore innovativo di questi referendum è il protagonismo di una amplissima rete di comitati, gruppi, associazioni, individui, che si sono da anni mobilitati sull’acqua pubblica e da mesi sul nucleare. Come dimostrano anche le grandi manifestazioni degli ultimi mesi, da quelle degli studenti a quella delle donne a quelle in difesa della Costituzione a quelle per celebrare l’unità d’Italia in sostituzione di istituzioni inadempienti, se i partiti comprendono di non poter esaurire in sé né la mobilitazione democratica né la rappresentanza di quanto di positivo circola nella società italiana, e viene lasciato il giusto spazio e dato il giusto ascolto alle istanze civiche, allora si può produrre davvero un cambiamento reale nel paese. E’ una occasione da non farsi sfuggire, perché passa anche di qui il superamento della sottocultura berlusconiana.

Per i suoi prossimi 150 anni l’Italia ha bisogno di cittadini, non di telespettatori.

Luca De Marco

Coordinatore provinciale Sinistra Ecologia Libertà

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Contro i dittatori e i loro compari. Stiamo con i ribelli e non con i complici di Gheddafi

di Luca De Marco

Sul caso Libia il governo italiano ha dato il peggio di sé.

Il caso Libia dimostra in modo inequivocabile che l’Italia è retta da governanti che hanno poco a che fare con l’Occidente e con la democrazia. Il miscuglio di populismo e razzismo, tenuto assieme dal potere economico e mediatico nelle mani di una personalità maniacale, che fa da collante alla attuale una maggioranza, rischia di renderci complici dei regimi dittatoriali, ai quali ci lega purtroppo una profonda affinità politica. E in primis del regime del colonnello Gheddafi.

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Il silenzio dei padri per le notti di Arcore

da L’Unità e dal sito di SEL Nazionale
Non solo il cavaliere, non solo le ragazzine, non solo le maitresse e gli adulatori, non solo gli amici travestiti da maggiordomi, le procacciatrici di sesso, i dischi di Apicella e la lap dance in cantina: in questa storia da basso impero ci sono anche i padri. E sono l’evocazione più sfrontata, più malinconica di cosa sia rimasto dell’Italia ai tempi di Berlusconi. I padri che amministrano le figlie, che le introducono alla corte del drago, le istruiscono, le accompagnano all’imbocco della notte. I padri che chiedono meticoloso conto e ragione delle loro performance, che si lagnano perché la nomination del Berlusca le ha escluse, che chiedono a quelle loro figlie di non sfigurare, di impegnarsi di più a letto, di meritarsi i favori del vecchio sultano. I padri un po’ prosseneti, un po’ procuratori che smanacciano la vita di quelle ragazze come se fossero biglietti della lotteria e si aggrappano alle fregole del capo del governo come si farebbe con la leva di una slot machine… Insomma questi padri ci sono, esistono, li abbiamo sentiti sospirare in attesa del verdetto, abbiamo letto nei verbali delle intercettazioni i loro pensieri, li abbiamo sentiti ragionare di arricchimenti e di case e di esistenze cambiate in cambio di una sveltina delle loro figlie con un uomo di settantaquattro anni: sono loro, più del drago, più delle sue ancelle, i veri sconfitti di questa storia. Perché con loro, con i padri, viene meno l’ultimo tassello di italianissima normalità, con loro tutto assume definitivamente un prezzo, una convenienza, un’opportunità.Ecco perché accanto ai dieci milioni di firme contro Berlusconi andrebbero raccolti altri dieci milioni di firme contro noi italiani. Quelle notti ad Arcore sono lo specchio del paese. Di ragazzine invecchiate in fretta e di padri ottusi e contenti. Convinti che per le loro figlie, grande fratello o grande bordello, l’importante sia essere scelte, essere annusate, essere comprate. Dici: colpa della periferia, della televisione, della povertà che pesa come un cilicio, della ricchezza di pochi che offende come uno sputo e autorizza pensieri impuri. Balle. Bernardo Viola, voi non vi ricordate chi sia stato. Ve lo racconto io. Era il padre di Franca Viola, la ragazzina di diciassette anni di Alcamo che, a metà degli anni sessanta, fu rapita per ordine del suo corteggiatore respinto, tenuta prigioniera per una settimana in un casolare di campagna e a lungo violentata. Era un preludio alle nozze, nell’Italia e nel codice penale di quei tempi. Se ti piaceva una ragazza, e tu a quella ragazza non piacevi, avevi due strade: o ti rassegnavi o te la prendevi. La sequestravi, la stupravi, la sposavi. Secondo le leggi dell’epoca, il matrimonio sanava ogni reato: era l’amore che trionfava, era il senso buono della famiglia e pazienza se per arrivarci dovevi passare sul corpo e sulla dignità di una donna.

A Franca Viola
fu riservato lo stesso trattamento. Lui, Filippo Melodia, un picciotto di paese, ricco e figlio di gente dal cognome pesante, aveva offerto in dote a Franca la spider, la terra e il rispetto degli amici. Tutto quello che una ragazza di paese poteva desiderare da un uomo e da un matrimonio nella Sicilia degli anni sessanta. E quando Franca gli disse di no, lui se l’andò a prendere, com’era costume dei tempi. Solo che Franca gli disse di no anche dopo, glielo disse quando fece arrestare lui e i suoi amici, glielo urlò il giorno della sentenza, quando Filippo si sentì condannare a dodici anni di galera.

Il costume morale e sessuale dell’Italia cominciò a cambiare quel giorno, cambiò anche il codice penale, venne cancellato il diritto di rapire e violentare all’ombra di un matrimonio riparatore. Fu per il coraggio di quella ragazzina siciliana. E per suo padre: Bernardo, appunto. Un contadino semianalfabeta, cresciuto a pane e fame zappando la terra degli altri. Gli tagliarono gli alberi, gli ammazzarono le bestie, gli tolsero il lavoro: convinci tua figlia a sposarsi, gli fecero sapere. E lui invece la convinse a tener duro, a denunziare, a pretendere il rispetto della verità. Tu gli metti una mano e io gliene metto altre cento, disse Bernardo a sua figlia Franca. Atto d’amore, più che di coraggio. Era povero, Bernardo, più povero dei padri di alcune squinzie di Arcore, quelli che s’informano se le loro figlie sono state prescelte per il letto del drago. Ma forse era solo un’altra Italia.

Claudio Fava

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Università e Ricerca: la riforma insufficiente

La riforma Gelmini è diventata legge. Che succederà adesso? Niente. Ed è proprio questo il grosso problema. L’Università Italiana è un sistema complesso, con problemi endemici, evidenti inefficienze ed altissima qualità didattica e scientifica che non viene valorizzata. Su questi aspetti cruciali, la tanto sbandierata e progressiva riforma del centro destra non cambierà nulla. La riforma Gelmini interviene in maniera superficiale sul sistema universitario italiano operando cambiamenti di facciata, e non strutturali, che non fanno altro che ratificare lo status-quo degli ultimi anni. L’università in Italia, con questa riforma, rimarrà al palo nei confronti del resto d’Europa. Rimarrà sotto-finanziata, sovraffollata, con le consuete inefficienze e con i baroni sempre al loro posto.

tagliNel nostro paese viene speso appena l’1,1% del PIL in ricerca e università, al contrario di altri paesi d’Europa in cui si  spende il doppio (Germania, Danimarca e Francia spendono più del 2% del loro PIL), o addirittura il triplo (Finlandia e Svezia).

Il ministro Gelmini non è apparso mai in grado di poter migliorare questa tragica performance paurosamente ferma a metà degli anni ’80.

Con l’Italia che non spende un centesimo in più in Università e Ricerca rispetto a 25 anni fa come può pensare dunque un ministro di poter migliorare, valorizzare ed incentivare Atenei e Facoltà se non in maniera del tutto retorica e palesemente propagandistica? Come possiamo immaginare Università più efficienti, corsi di laurea meno affollati ed amministrazioni degli atenei più snelle quando lo Stato spende un terzo rispetto all’obbiettivo dell’Unione Europea per l’ Università e Ricerca?

I contenuti stessi della riforma riflettono la palese superficialità e l’insufficienza strutturale dell’intervento. La riforma vuole intervenire sull’efficienza degli atenei, premiando i più virtuosi in termini amministrativo/contabili ed in termini scientifici. L’intenzione sarebbe, in se, ottima. Ma la messa in pratica che emerge dalla legge Gelmini non è altro che una mera classificazione quantitativa degli atenei italiani. Vengono premiati i più efficienti “quantitativamente”, promuovendo l’accorpamento e la fusione di atenei vicini geograficamente e scientificamente. In questo modo si rischiano di perdere le eccellenze sommerse, presenti nelle università italiane, e le si sacrificano sull’altare dell’efficienza quantitativa. Corsi di laurea altamente qualificanti e didatticamente eccellenti potrebbero sparire da un giorno all’altro in questa foga classificatoria. Non solo, ma gruppi di ricerca eccellenti, che proprio a causa dell’inefficienza amministrativa degli atenei non riescono ad emergere nelle classifiche nazionali e internazionali, rischiano di passare totalmente inosservati dalla riforma.

L’eccellenza va cercata e valorizzata, la riforma Gelmini stabilisce criteri per classificare l’eccellenza e ridistribuisce le risorse esistenti in base a questo. Senza aggiungere niente allo status-quo.

Il ministro Gelmini, poi, spaccia la sua riforma come soluzione definitiva al problema del baronato all’interno dell’università. Arriva addirittura ad accusare gli studenti che giustamente protestano contro la riforma, di fare il gioco dei baroni. Niente di più falso. Leggendo il testo della legge davvero non si riesce a capire in che modo essa possa costituire una minaccia al sistema clientelare del baronato universitario.

La valutazione dell’attività dei singoli docenti viene lasciata ai regolamenti interni degli atenei (magari governati del barone di turno), e di nuovo la riforma prevede che le relazioni triennali dei docenti sulla propria attività vengano valutate anch’esse dagli atenei stessi tramite regolamenti interni. Viene inoltre istituito un “fondo di premialità” di professori e ricercatori, ma sull’uso e sui criteri di attribuzione di tale fondo nulla viene specificato. In ultimo, in nome della tanto sbandierata lotta al baronato la riforma crea l’abilitazione scientifica nazionale, il cui funzionamento non viene specificato ma demandato a successivi regolamenti ministeriali tutti da scoprire, e a commissioni concorsuali composte dal corpo docente nazionale suddiviso per settori concorsuali, con un unico esperto esterno al sistema universitario italiano.

Come possano queste norme, basate su una valutazione dei professori e dei ricercatori tutta interna al sistema universitario, e quindi viziata ancora una volta dalle baronie, scardinare le inefficienze ed inettitudini del corpo accademico italiano proprio non si capisce. Come può un sistema autoreferenziale come quello italiano valutare oggettivamente se stesso? Come posso garantire l’indipendenza di giudizio tra colleghi delle stesse discipline?

Su questi punti la riforma Gelmini è nettamente insufficiente, e rappresenta un tentativo retorico e francamente goffo di modernizzazione di un sistema clientelare quale è il fenomeno dei baroni universitari, che ha ricadute enormi sulla qualità scientifica e didattica degli atenei italiani. Esistono sistemi collaudati di valutazione dei prodotti scientifici e di performance dei singoli docenti, basati su metodi trasparenti ed oggettivi, ne sono un esempio i panel di valutazione dell’ European Research Council oppure il Research Assessment Exercise a cui si sottopone il corpo accademico inglese a cadenza quinquennale. Finché non si adotterà anche in Italia un sistema trasparente ed indipendente per una valutazione efficace della ricerca si potranno fare ben pochi passi avanti nel contrastare il fenomeno del baronato universitario. La legge Gelmini, lo ripeto, non si muove affatto in questa direzione.

Anche sul problema dei precari della ricerca la riforma appare inconsistente, insufficiente e vuota. Il problema dei ricercatori precari, per altro fortemente connesso con il problema del baronato, è un nervo scoperto non solo nel sistema universitario italiano ma nell’intero sistema Italia. La riforma non prevede nessuna stabilizzazione per i ricercatori precari di oggi, e nessuna garanzia in più per i ricercatori di domani. Vengono riviste alcune regole sull’assegnazione degli assegni di ricerca, ma niente di strutturale viene posto in essere per garantire una carriere trasparente e, ancora una volta, una valutazione seria della qualità scientifica dei ricercatori. Niente viene messo in campo per valorizzare la carriera di ricercatore, nessuno strumento viene creato per frenare la fuga dei nostri cervelli migliori verso paesi in cui la ricerca scientifica è considerata come una risorsa e non uno spreco. Ed è proprio questo il punto critico della riforma Gelmini.

Questa riforma, purtroppo, è il frutto coerente delle politiche disastrose di questo governo, e della gestione economica autoritaria, reazionaria e francamente antiquata del ministro Tremonti. Il significato ultimo della riforma Gelmini ricalca scolasticamente il posto che l’egemonia culturale della destra al governo (ed in cui l’Italia è pericolosamente scivolata) ha assegnato all’istruzione ed alla cultura: la ricerca è uno spreco di denaro pubblico che va tagliato.

Una vera riforma progressista della ricerca dovrebbe invece partire dal presupposto che quest’ultima sia una risorsa preziosa per il paese, per l’economia, per l’occupazione e per il benessere di tutti. La ricerca scientifica è ovunque intorno a noi ed è un bene di cui usufruiscono gratuitamente tutti i cittadini. Questa è la necessità primaria dell’Italia: ridare alla ricerca il posto che le spetta all’interno della società. Rinfacciare ai ministri Gelmini e Tremonti che la ricerca è una risorsa alla quale il paese non può rinunciare, che la ricerca fa crescere umanamente, civicamente ed economicamente la società, e che le prove sono davanti agli occhi di tutti quotidianamente. Basta guardare. Basta pensare a quante vite vengono salvate dagli Airbag montati sulle automobili, o dai vaccini anti-influenzali; basta pensare a quanti bambini vengono salvati tutti i giorni dalle terapie e degli interventi pre-natali. E’ merito della ricerca scientifica.

Tutto il mondo che ci circonda e tutte le nostre attività sono collegate indissolubilmente alla ricerca: quando usiamo il telefonino; quando cuciniamo ad induzione; quando scaldiamo la pizza al microonde; quando facciamo sesso protetto; quando navighiamo in rete; quando prendiamo un aereo; quando installiamo un pannello solare o cambiamo un pannolino. Tutto questo è frutto della ricerca. Vogliamo davvero credere che sia uno spreco? Ma soprattutto vogliamo lasciare che il governo, le destre e l’egemonia culturale berlusconiana educhi i nostri figli a pensarla così?

La risposta non può che essere negativa. L’investimento in ricerca scientifica è un investimento doveroso sul futuro del nostro paese e su quello delle prossime generazioni.

Dobbiamo assolutamente restituire dignità e prestigio alle università. Dare al sistema universitario italiano il posto che esso stesso merita. E’ un dato di fatto che i ricercatori italiani sono trai migliori d’Europa e del mondo. Investire su queste risorse umane non può e non deve essere considerato superfluo. Ecco perché la riforma Gelmini è una farsa. Non è un intervento sistematico sull’innovazione e la ricerca, bensì un accorpamento di interventi di facciata scritti sotto dettatura del ministro Tremonti e di qualche altro burocrate del ministero. La riforma Gelmini non pone le basi per il cambiamento e per la modernizzazione delle università italiane, al contrario ne consolida una visione reazionaria apportando minime ed insignificanti variazioni all’esistente.

Una vera riforma dell’Università, la riforma che vogliamo, non può che partire dalla valorizzazione della ricerca e dell’innovazione come fondamento del progresso economico e sociale. Non può che tradursi in un significativo aumento dell’investimento da parte dello stato in università e ricerca, ancora fermo alla metà degli anni ottanta. Non può che prevedere carriere certe con passaggi trasparenti all’interno delle Università e degli istituti di ricerca. Dovrebbe dotare il sistema Universitario di strumenti trasparenti ed affidabili per la valutazione dei prodotti scientifici, sia degli atenei che dei singoli professori e ricercatori, avvalendosi dei board dell’European Research Council e del sistema delle peer review. Dovrebbe infine pensare di fornire alle amministrazioni universitarie strumenti e regolamenti chiari, in grado di snellirne il funzionamento e chiarine gli obbiettivi.

Questi dovrebbero essere i principi ispiratori per un intervento che miri a valorizzare le eccellenze dell’università italiana. Questi dovrebbero essere i veri obbiettivi di una vera riforma che miri a fare dell’università un’opportunità di sviluppo per tutto il paese e per le generazioni future. Trovo francamente degradante che un tema così alto come la conoscenza e la cultura, di cui l’università è fatta, venga soffocato in una logica populista, reazionaria e gretta qual è l’egemonia culturale di questo governo. Parlo di egemonia culturale perché ormai mi sento in grado (e dobbiamo esserlo tutti) di guardare il mostro negli occhi, e sono consapevole che il mondo retorico berlusconiano ha fatto breccia nella cultura popolare italiana, proprio perché in parte figlio di questa cultura. L’unico modo per sconfiggere il mostro e per riprendere un cammino di modernità e di progresso è quello di affrontarlo con questa consapevolezza. Dobbiamo dimostrare che il racconto della destra, che vuole una ricerca scientifica marginale ed inutile, è un racconto sbagliato nella sostanza; è un racconto funzionale all’asservimento delle generazioni presenti e future ad un potere arbitrario e clientelare superato ed obsoleto. Dobbiamo raccontare un’altra storia, una storia che, per ciò che riguarda la conoscenza e la cultura, restituisca a queste ultime un valore positivo, radicale ed universale di forze moderne, positive e progressiste.

L’università è nata in Italia quasi mille anni fa, un primato culturale che l’intero mondo ci invidia, la prova tangibile che la nostra cultura ha contribuito a fondare e formare la società occidentale, e fa parte della storia dell’intera umanità. Non possiamo lasciarla morire lentamente nello stesso posto che l’ha vista muovere i primi passi, è una questione di dignità, della dignità di tutti.

Davide Buldrini

Coordinamento Provinciale SEL Treviso

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“C’è un’Italia Migliore”. La campagna per Nichi Vendola Presidente.

 

C’è qualcuno che crede nelle bacchette magiche, c’è qualcuno che pensa alla rivoluzione, c’è chi, sconfortato, si è già arreso da tempo. E invece noi sappiamo che basta saperla trovare, basta darle fiducia, basta aiutarla ad alzare la testa, ma per fortuna, un’Italia migliore c’è.
C’è un’Italia migliore sui tetti delle università, nelle aule delle scuole pubbliche, accanto a una culla, in coda a un supermercato, in un laboratorio di ricerca male illuminato, in una piazza piena di persone e di speranze, in case di fortuna, nelle librerie, nel lavoro quotidiano di tante associazioni, persino nei bar.

C’è un’Italia migliore fatta di cittadini che hanno preferito la fatica dell’onestà al comfort della furbizia.

Da questa certezza nasce la campagna nazionale per Nichi Vendola Presidente, a partire da cinque temi fondamentali che però da soli non bastano a descrivere l’idea di Paese, di società, di modello di sviluppo che vorremmo. Per questo vi invitiamo ad una gara di creatività e di partecipazione: tra qualche giorno su nichivendola.it ognuno potrà proporre la sua idea e creare il suo slogan per contribuire, insieme a tante e a tanti, con passione e coraggio, a costruire un’Italia migliore.

Ecco il sito della campagna

https://i0.wp.com/www.ceunitaliamigliore.it/wp-content/themes/italia-migliore/img/italia_migliore.gif

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la combriccola del bunga fuma il sigaro sull’alluvione

La comparsata di Berlusconi con il codazzo padano in terra veneta resterà nella storia per la fredda accoglienza ricevuta dalle popolazioni e per la consueta cafonaggine di questi beceri governanti. La stampa locale non ha potutto trattenersi dal fare alcune giuste notazioni in proposito:

corsivo de Il Gazzettino a pag. 2:

“L’APPUNTO

MA COTA E RENZO CHE CI FACEVANO Lì ?

combriccola.jpgLa politica è anche una questione di forma e di stile. E allora viene da chiedersi cosa mai ci facessero ieri insieme al Presidente del Consiglio e al Ministro delle Riforme in visita ufficiale al Veneto martoriato dall’alluvione anche Renzo Bossi, figlio del Senatùr e consigliere lombardo, e il governatore piemontese Cota. Due rispettabilissime persone, ma prive di incarichi di governo o di partito che ne giustificassero, dal punto di vista istituzionale od operativo, la presenza ieri a Padova o a Vicenza. Oltretutto al fianco di Berlusconi e Bossi c’era già, giustamente, il governatore veneto Zaia, che bisogno c’era della “scorta” lombardo-piemontese? Forse che Berlusconi, dopo il terremoto, andò a l’Aquila accompagnato da esponenti di altri partiti e dai loro figlioli? Non ne aveva bisogno. Il premier è lui e di scorte ne ha già una per la sua sicurezza personale. Basta e avanza. Dettagli? Sarà. Ma di errori e cadute di stile la classe politica, tutta, di fronte al dramma veneto ne ha già collezionate parecchie. Aggiungerne altre non ci sembra proprio il caso. “

La risposta su cosa ci facesse lì Renzo Bossi è purtroppo semplice. Il “trota” del resto presenzia regolarmente ai vertici con Berlusconi. Il senatur ha individuato nel figlio con le pinne il suo successore al trono e gli fa vedere come è il mestiere.

La Tribuna di Treviso fa il suo appunto sul gran dispiegamento di mezzi e di uomini attivato per la visita del premier, con un articolo di Carlo Mion a pagina 3:

Al Marco Polo per la visita lampo una decina di auto blu, quattro elicotteri e due velivoli (uno arrivato e partito vuoto)

Con gli aerei del presidente volano anche gli sprechi

CARLO MION

VENEZIA. Quattro elicotteri, due aerei e un corteo di una decina di auto blu. Arrivano al Marco Polo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il Capo della Protezione Civile Guido Bertolaso e una ventina di accompagnatori. Arrivano dopo aver visitato i comuni alluvionati nel primo pomeriggio di ieri. Un corteo ben poche volte visto per consistenza di mezzi e persone e naturalmente per le numerose autorità che in pista attendevano il Premier. Il Cavaliere è arrivato al Marco Polo con un elicottero Ab 412 dei Carabinieri. Volava con lui il capo della Protezione Civile ed erano scortati da un altro AB 412, sempre dell’Arma e da altri due AB 212 rispettivamente di polizia ed Esercito. Il corteo «volante» a Venezia non è passato inosservato. Infatti i piloti non hanno voluto far mancare agli illustri visitatori che provenivano da luoghi dove regnava la distruzione, un sorvolo del centro storico. Ed ecco allora che il rumore degli elicotteri ha creato non poco allarme tra le calli e ha fatto tremare pure i vetri. Ma mentre Berlusconi si deliziava dall’alto guardando la Serenissima il corteo delle auto di contorno raggiungeva l’aeroporto Marco Polo, dove le varie autorità attendevano gli ospiti. In pista con i motori accesi due aerei attendevano Berlusconi con il seguito. Per il capo del Governo c’era un Airbus A319 che nella versione commerciale può trasportare all’incirca 200 passeggeri. Per Bertolaso invece la Protezione Civile aveva inviato un Piaggio P180, turboelica. Ma alla fine personalità, segretari, tecnici e guardie del corpo, una ventina di persone, sono saliti tutti sull’aereo dell’Aeronautica Militare del Cavaliere. Alle 15.10 l’aereo è decollato. Il P180 è tornato vuoto a Roma. La «corte» vista ieri al Marco Polo stride nei confronti di quella appena notata una decina di giorni fa in occasione dell’arrivo del Presidente della Camera, diretto a Rovigo. Ad accoglierlo c’erano un ispettore della polizia, un maresciallo dei carabinieri e uno della Giardia di Finanza. In tema di corti non va dimenticata quella che ha accolto e seguiva, nell’ultima visita a Venezia, il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Un attento osservatore ha contato settantacinque persone. Chissà cosa pensano gli alluvionati.

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La visita lampo a Padova è stata una passerella ad uso dei media. Un monologo di Berlusconi di un quarto d’ora, Bossi silenzioso preoccupato solo del suo sigaro (in luogo pubblico), e poi foto con le belle donne. Come racconta il Gazzettino di Padova:

“Giunto a Palazzo Santo Stefano alle 13,30, dopo un frugale e rapidissimo pasto con il Prefetto, ha parlato un quarto d’ora. Poi si è alzato e ha esclamato: «Voglio farmi una foto con le sindachesse qui presenti. Due secondi dopo i flash lo hanno immortalato abbracciato a Elisa Venturini, Anna Lazzarin e Dorella Turetta, rispettivamente primi cittadini di Casalserugo, Veggiano e Saccolongo.
Altra musica fuori. “Io bindi, tu bondi”. E poi “Meglio gay che Berlusconi”. Stava così, agghindata da donna-sandwich Marina Mancin consigliere comunale di Sinistra e Libertà, che ieri mattina, agitando il tricolore, ha manifestato contro le recenti prese di posizione del presidente del Consiglio in materia di omosessualità. Insieme a lei anche l’assessore Zan.”

ecco la foto di Berlusconi sui luoghi dell’alluvione

premier.jpg

 

Luca De Marco

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Digitale terrestre e federalismo

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La vicenda delle assegnazioni delle frequenze del digitale terrestre, oltre a mostrare ancora una volta i danni della presenza al Governo di Silvio Berlusconi e del suo gigantesco conflitto di interessi, da anche il segno della nullità del federalismo in salsa padan/berlusconiana.
Emerge prepotentemente come la Lega Nord sia solo un “poltronificio” per i propri dirigenti, e non quello che dice di essere: un baluardo a difesa del nostro territorio.
Le nostre emittenti locali hanno il pieno diritto di continuare a trasmettere, dando un servizio di informazione ed intrattenimento.
Il Piano dell’AGCOM, che ha consegnato le 27 frequenze venete alle emittenti nazionali e ai big della telefonia, è evidentemente fuorilegge e bene hanno fatto le imprese del Veneto a ricorrere al Tar.
Speriamo di non dover assistere ad altri “lodi” pensati dagli avvocati del Premier e capaci di trovare una Lega Nord diligentemente complice nel ridurre il Paese a terra di conquista per bande di “amici degli amici”, magari condannati per mafia, per falso in bilancio o per costituzione di società segrete.
Le emittenti locali del Veneto rappresentano un patrimonio di professionalità che va difeso, è importante che inizi da subito una forte mobilitazione di tutte le forze politiche per salvaguardare centinaia di posti di lavoro e il pluralismo dell’informazione.

Stefano Dall’Agata – Sinistra Ecologia Libertà
Consigliere Provincia di Treviso

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Cinque risposte da Nichi Vendola

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1. Manovra economica
In Italia abbiamo toccato quota 120 miliardi di euro di evasione fiscale e 60 miliardi di corruzione. E il Governo si accanisce sul mondo degli invalidi e su chi si stava affacciando alla finestra per andare in pensione.

2. Lavoro pubblico
Il Governo si accanisce sui lavoratori statali che prendono 1.200 euro al mese. Si accanisce sul welfare. Mette le dita negli occhi dei più poveri.

3. Recessione
Questa manovra è terribilmente iniqua e recessiva perché non chiama in causa i grandi patrimoni, le grandi rendite.

4. Crisi
Questa crisi che il Governo Berlusconi nasconde da due anni, ma che l’Istat ha ben fotografato, quando terminerà avrà lasciato sull’asfalto una vittima; un’intera generazione che rischia di non trovare più una collocazione nel mondo produttivo.

5. Deporre le armi
Le dispute introspettive all’interno delle tante sinistre non hanno più senso. Bisogna deporre le armi di una contesa intestina e nevrotica per armarsi d’intelligenza e capire il perché della sconfitta civile, culturale e sociale della sinistra per mettere in piedi il cantiere dell’alternativa a un berlusconismo che declina ma che può fare ancora molti danni al Paese.

Camilla Furiatutti

pubblicato su l’Unità

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Federalismo demaniale: vendiamo il Colosseo?

Rischia di diventare attuale questa immagine di Totò, nella realtà l’Italia sta  superando la fantasia, non sarà più incredibile il vendere la Fontana di Trevi come si vede in un vecchio film.

Il Federalismo demaniale rischia di tramutarsi nel più gigantesco saccheggio al Patrimonio pubblico, superiore persino a quello realizzato da Napoleone?

Da Porta Portese, alle isole, alle Dolomiti, “l’elenco provvisorio” dei beni messi in vendita dal Demanio conta 11.009 schede per un totale di 19.005 tra fabbricati e terreni che in base al federalismo possono essere venduti.

Suonano perciò stonate le parole del Presidente del Veneto Zaia quando dice  “Mi sembra una cosa buona il fatto che pezzi così famosi delle Dolomiti, dichiarate tra l’altro patrimonio mondiale dell’umanità, ritornino alle loro comunità. Stiamo andando nella  direzione giusta, anche dal punto di vista dei simboli”.

Se accanto a ogni «bene», viene indicato un «valore di inventario», che ammonta complessivamente a poco più di tre miliardi (3.087.612.747), ed il senso del trasferimento è il dare la possibilità agli Enti locali che richiedano i beni di venderli per ripianare il debito pubblico, siamo di fronte al rischio concreto di una enorme speculazione edilizia, per la quale sono stati stimati possibili 500.000 metri cubi di cementificazione sulle aree agricole.

Se invece si vuol realmente garantire che quel che è patrimonio dell’umanità resti protetto, a disposizione delle comunità attuali, ma anche di quelle future; che la proprietà sia dello Stato, delle Regione o di Enti locali il Federalismo demaniale risulta inutile.

Credo però che nel pensiero del Governo, che questo Federalismo demaniale ha voluto, non vi sia la volontà di salvaguardare il Patrimonio, ma di fare cassa con quasi ogni mezzo necessario.

Va esclusa ovviamente la volontà di far pagare le tasse a chi non le paga, cosa piuttosto antipatica a Berlusconi, che ha rimarcato più volte di considerare giustificata l’evasione fiscale (magari la propria).

Stefano Dall’Agata – Sinistra Ecologia Libertà

Consigliere Provincia di Treviso

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