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Lega: basta indulgenza e basta CoNord

Bossi era la casta, oggi la si smetta con l’indulgenza verso la Lega, e basta dare soldi alla CoNord

 

Di quello che sta emergendo in casa leghista non siamo certo stupiti, nel nostro piccolo, è da un po’ di tempo che stiamo cercando di attirare l’attenzione sulla disinvoltura con la quale i leghisti maneggiano il denaro pubblico.

Il dato che non viene abbastanza sottolineato in queste ore è la estrema sottovalutazione e accondiscendenza con la quale siano stati trattati gli esponenti della Lega e Bossi in particolare.

Umberto Bossi è stato indubbiamente il maggior rappresentante di quella che si usa chiamare “casta”. Ne ha incarnato tutti i peggiori difetti, dal ritenersi al di sopra delle leggi, alla irrisione nei confronti dei giudici e degli onesti, al nepotismo a favore dei familiari, all’accumulo di ricchezza.

Non c’è niente, in tutta la storia umana e politica di Bossi, che faccia riferimento a doti quali l’onestà, la trasparenza, la rettitudine. La Lega ha sempre cercato di fare affari, spesso fallimentari come la banca o il villaggio vacanze in Croazia, ha incassato tangenti da Enimont, ed è stato perciò condannato il Bossi a 8 mesi, ha sostenuto fino all’ultimo l’ex governatore della Banca d’Italia Fazio perché il famigerato suo sodale Fiorani gli salvasse la loro banca, ha votato tutte le leggi ad personam a favore di Berlusconi, si è alleata nelle politiche del 2006 con il movimento di Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia, che chiedeva la realizzazione del ponte sullo stretto e agevolazioni fiscali per il Sud. La Lega ha fatto produrre con i soldi pubblici della Rai film ideologici sulle proprie fantasie medievali, da Barbarossa a Marco d’Aviano. La Lega dove prende il potere instaura un regime dove tutto controlla e tutto comanda. Il vero punto di domanda è allora perché finora sia stato possibile un andazzo del genere.

Perlomeno oggi, che le cose stanno emergendo, si smetta di chiudere gli occhi, e di nascondere le notizie scomode riguardanti la Lega.

Dalle nostre parti, alcune procure troppo pigre e giornali troppo timorosi hanno consolidato un clima plumbeo e da regime che ha consentito il consolidarsi del sistema di potere leghista. Da oggi questa subalternità deve finire.

Per prima cosa chiederemo che la Provincia la smetta di far affluire ogni anno 25.000 euro dalle proprie casse alla sede provinciale della Lega Nord, dove avrebbe sede la Confederazione degli enti locali del Nord, carrozzone leghista utile a drenare soldi pubblici con la scusa di rappresentare gli enti locali.

L’avevamo sempre chiesto inutilmente con nostri emendamenti in occasione degli scorsi bilanci, e oggi ci parrebbe fuori dal mondo che in occasione del prossimo bilancio preventivo si voglia ancora

persistere in questo obbrobrio.

Luca De Marco

coordinatore provinciale

Luigi Amendola

consigliere provinciale

Sinistra Ecologia Libertà

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Tassa sul permesso di soggiorno: il Governo mantenga la promessa di alleggerire la mazzata leghista

Il Governo Berlusconi Bossi aveva deciso di aumentare drasticamente il costo in capo agli immigrati regolari per il rinnovo del permesso di soggiorno, da 80 a 200 euro. L’aumento entra in vigore lunedì prossimo. Da lunedì chi chiede il primo rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno sarà costretto a pagare, oltre ai 30 euro richiesti da poste italiane per il servizio e al contributo di 27,50 euro per la stampa del permesso elettronico, anche  80 euro per il permesso annuale, 100 euro se il permesso è biennale o 200 euro se è un permesso per soggiornanti di lungo periodo, la cosiddetta carta di soggiorno.

Sembrava che il Governo Monti intendesse metter mano a questa misura, gratuita e vessatoria, evidentemente frutto delle idiosincrasie leghiste verso gli stranieri. In una nota ufficiale dei primi di gennaio del Ministero degli Interni, si diceva infatti che il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, e il ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione, Andrea Riccardi, “hanno deciso di avviare una approfondita riflessione e attenta valutazione sul contributo per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno degli immigrati regolarmente presenti in Italia, previsto da un decreto del 6 ottobre 2011 che entrerà in vigore a fine gennaio”. “In particolare – si legge nella nota – in un momento di crisi che colpisce non solo gli italiani ma anche i lavoratori stranieri presenti nel nostro Paese, c’è da verificare se la sua applicazione possa essere modulata rispetto al reddito del lavoratore straniero e alla composizione del suo nucleo familiare”. Sembrava un atto di buon senso, e nella direzione della tanto evocata “equità”, non gravare ulteriormente sulla condizione degli immigrati più in difficoltà, con una tassa che certamente non risolleva le sorti della finanza pubblica del nostro paese, ma che rischia di rappresentare un ostacolo all’espletamento delle procedure burocratiche per una corretta applicazione della normativa sull’immigrazione, e dunque un ostacolo alla legalità e alla certezza dei diritti dei lavoratori.

Dispiace constatare che in questo caso il governo dei tecnici si è comportato alla stregua della peggiore politica, quella che promette e non mantiene.

Per questo Sinistra Ecologia Libertà appoggia le richieste al Governo affinché mantenga quegli impegni e provveda ad una operazione di equità e giustizia verso i lavoratori immigrati e le loro famiglie.

Luca De Marco

coordinatore provinciale Sinistra Ecologia Libertà

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Stiffoni si faccia pagare con le lire padane

https://fbcdn-sphotos-a.akamaihd.net/hphotos-ak-snc7/380112_294204033955178_100000967526128_809744_484236489_n.jpgIl senatore leghista trevigiano Stiffoni si lamenta del taglio annunciato delle indennità parlamentari e afferma di non volere un parlamento di sciattoni, e che non vuole essere “ridotto con le pezze al c.”.
Non comprendiamo come chi sta in parlamento da 12 anni e mezzo, come il senatore Stiffoni, e si è assicurato anche una serena vecchiaia con il vitalizio, possa preoccuparsi di dover ridursi con le pezze al sedere nel caso ci fosse un taglio delle indennità parlamentari.
Premesso che i leghisti, specialmente ora che hanno rispolverato le bandiere indipendentiste, dovrebbe farsi pagare dal Parlamento della fantasiosa “Padania” e non dal Parlamento della Repubblica Italiana, oppure chiedere di farsi pagare con le “lire padane”, quelle con stampata la faccia del Bossi, magari aggiornate con la faccia di Renzo “trota” al posto di Umberto, ci chiediamo con quale spudoratezza i leghisti possano dire certe cose.
La Lega non porta la responsabilità diretta degli ultimi salassi della manovra Monti, che non voterà, ma se siamo giunti a questa gravità della crisi la responsabilità maggiore è proprio del partito di Bossi, che ha garantito la sopravvivenza di un governo dannoso e screditato a livello planetario e ha sempre fatto quadrato attorno al ministro dell’Economia. È sacrosanto quindi che, lasciando perdere eccessi di furore anticasta che servono solo a distogliere l’attenzione dai veri problemi del paese, i parlamentari che ci hanno portato fin qui dimostrino di saper condividere un minimo dei sacrifici che dovranno fare i lavoratori e i pensionati. E se per una volta non riusciranno a cavarsela scaricando la questione dei costi della politica su chi non vive di politica ma spesso vive la politica come passione e dovere
civico, sarà tutto di guadagnato per la nostra democrazia. Ci riferiamo al taglio dei consiglieri comunali, che la Lega ha tagliato del 20% (ad esclusione però delle grandi città, dove i consiglieri comunali non se la passano male), e ai consiglieri provinciali, che la Lega ha tagliato del 50%, prima ancora che la questione delle Province entrasse nella manovra Monti. Amministratori privi di stipendio, privi di vitalizio, privi di contributi, di liquidazione, di portaborse, di auto blu, che insomma campano d?altro. Una riserva di partecipazione democratica, e di controllo sull’operato delle amministrazioni locali, sacrificata senza scrupoli sull’altare di un falso contenimento dei costi della politica. Una piccola riduzione sugli emolumenti del senatore Stiffoni avrebbe consentito di evitare il taglio dei consiglieri a Castelcucco, a Sarmede, a Zenson di Piave e in qualche altra decina di comuni.

Luca De Marco
Coordinatore provinciale Sinistra Ecologia Libertà

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Lega, virilità o pavidità?

Il Sindaco di Treviso e segretario nazionale della Liga Veneta-Lega Nord Gianpaolo Gobbo afferma in un intervista che la Lega non potrà avere mai un leader gay, perché andrebbe contro la “virilità” della Lega.

Premettiamo di non comprendere cosa significhi il concetto di “virilità” applicato ad un partito politico, a meno che non ci si riferisca al gesto dell’ombrello e alla nota espressione che l’Umberto Bossi di qualche anno fa rivolse ad una ministra chiamandola “bonazza”, oppure al deputato leghista Polledri che in TV, ad una esponente del PD che accusava la Lega di aver calato le braghe di fronte a Berlusconi, rispondeva “guarda che se caliamo le braghe per te potrebbe essere una bella sorpresa”.

Atteggiamenti di becero machismo, squalliduccio e da omuncoli. Niente a che vedere con la “virilità”, parente della “virtù”, propria di chi rifiuta di salvare dai giudici politici in odor di corruzione o di mafia, o di chi rifiuta di avvallare le panzane del potente sulla nipote di Mubarak, non certo di chi ha fatto della sottomissione a Berlusconi la cifra dei suoi ultimi dieci anni di attività.

L’esser uomo, per un politico, secondo noi non si misura dalla volgarità con la quale si guarda al genere femminile né dalla quantità di testosterone, ma dall’umanità delle scelte che si compiono e dalla dignità nell’assumersi le proprie responsabilità.

Gobbo dovrebbe semmai parlare di “maschilismo” del suo partito, e lasciar perdere altri concetti impropri.

Quanto al leader della Lega, riteniamo che Gobbo possa aver ragione. Non sappiamo se i figli di Bossi siano gay o meno, probabilmente lo sa Gobbo perché parlando del futuro leader leghista non poteva che riferirsi ad uno di loro.

Luca De Marco

Coordinatore provinciale SEL

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Diamo un nome alla casta: a cominciare da quella di Varese e dintorni

di Luca De Marco

 

E’ tornato di moda il discorso sulla casta. Benissimo, purché l’attenzione ai costi e agli sprechi della politica, e la denuncia delle condizioni di privilegio, siano una pratica costante dei media nazionali e locali e non si limitino a periodiche ondate di indignazione che alla fine risultano inutili. E purché non si faccia di tutta un’erba un fascio, e alla casta si diano nomi e cognomi. Uno dei primi nomi e cognomi che andrebbero fatti è quello di Umberto Bossi. Pochi altri come Bossi incarnano tutti i peggiori difetti che si attribuiscono alla casta.

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I deputati trevigiani non cerchino anche stavolta di salvare i protagonisti della P4.

Grazie alle intercettazioni telefoniche è emerso un risvolto trevigiano dell’inchiesta sulla PB, con il parlamentare del PDL Papa che briga per dirottare l’attenzione delle forze di polizia su un auto di lusso, probabilmente una sua regalia del tipo al quale ci ha abituato Berlusconi con le cosiddette Olgettine. Diversamente dal suo capo che chiamava la Questura di Milano per far scarcerare una minorenne marocchina, qui il Papa si preoccupa che i marocchini possano rubare la preziosa automobile. Ma per il resto la gravità del fatto è evidente: per interessi privatissimi si intende distogliere dalla loro attività le forze dell’ordine come fossero al proprio servizio e non al servizio della collettività.
Una situazione che rappresenta lo squallore totale al quale è arrivata la politica ai tempi del berlusconismo, e che andrebbe spazzata via al più presto.
Chiediamo ai parlamentari eletti nella nostra provincia, in particolare ai leghisti, di non fare anche questa volta i reggicoda di Berlusconi per salvare dal carcere i suoi accoliti. La richiesta di arresto per il deputato Papa arriverà presto al voto in aula alla Camera, nonostante il PDL stia cercando di tirarla per le lunghe nella commissione per le autorizzazioni a procedere. I leghisti hanno già negato l’arresto a Nicola Cosentino, detto Nick O’ Mericano, accusato di stare con i Casalesi, hanno votato che Berlusconi era davvero convinto quando telefonava di agire per salvaguardare gli interessi del nostro paese di fronte all’arresto della nipote di Mubarack, hanno approvato tutte le leggi ad personam per salvare Berlusconi, e ne hanno fatte anche per i loro guai giudiziari (affossamento dell’inchiesta sulla Guardia Nazionale Padana da parte di Calderoli eliminando per legge il reato contestato). Dimostrino i leghisti (in questo caso i deputati Dussin, Dozzo, Dussin) con i fatti se dietro i loro recenti proclami di autonomia da Berlusconi non c’è solo l’ennesima prima in giro degli elettori, ma se davvero sono capaci di dispiacere al loro vero capo, che non sta evidentemente a Gemonio ma ad Arcore.

Luca De Marco

Coordinatore provinciale Sinistra Ecologia Libertà

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Ora ascoltiamo gli elettori, costruiamo l’alternativa

Il risultato dei referendum in Provincia è straordinario. L’affluenza alle urne ha superato quella delle recenti elezioni provinciali e si è avvvicinata al 60%. Hanno votato per il sì ai quesiti referendari più elettori di quelli che hanno scelto Muraro o Casellato alle ultime provinciali.

Gli elettori non hanno seguito l’esempio di Bossi e Berlusconi e hanno dato un ulteriore segnale di voglia di cambiamento.

Sarebbe eccessivo leggere il risultato del referendum solo in termini di schieramento politico. Si tratta di una battaglia, quella referendaria, che è nata in buona parte nella società civile. L’ondata di firme che chiedevano il referendum contro la privatizzazione dell’acqua, e al quale hanno partecipato i partiti della sinistra come il nostro senza chiedere alcuna visibilità ma ponendosi al fianco di cittadini e comitati, ha saputo mobilitare i cittadini in maniera trasversale e travolgere le resistenze e gli ostacoli posti anche dal centrosinistra.

Lo strumento del referendum più volte dato per morto, dimostra invece la propria vitalità e necessarietà. Solo con il referendum era possibile bloccare un processo di cessione in monopolio ai privati della gestione dell’acqua pubblica, perché su questo l’intera classe politica parlamentare condivideva l’impostazione privatistica.

Solo con il referendum era possibile bloccare la smodata voglia di nucleare di Berlusconi, pronto ad aggirare furbescamente il referendum e far calmare le acque dopo i fatti giapponesi, per poi ripartire da capo con i progetti atomici.

Solo con il referendum era possibile far cambiare idea a tanti onorevoli e dirigenti leghisti, i quali hanno tutti contribuito ad approvare quelle stesse leggi che poi hanno chiesto di abrogare con i referendum.

Sicuramente c’è anche dell’altro, in questo voto. Dopo l’aria nuova che si respira a Milano e Napoli, dopo le ultime provinciali che hanno visto una perdita di 55.000 voti della Lega Nord in provincia rispetto alle ultime regionali, e l’aumento di Sinistra Ecologia Libertà di quasi 10.000 voti, che ha consentito al centrosinistra di tenere le posizioni e di avanzare, è chiaro che i referendum sono stati anche il veicolo che in molti hanno voluto utilizzare per dire basta a questa politica ignobile, fatta di escort e leggi ad personam, e a una classe politica che non riesce a risolvere alcun problema ma lascia il paese alla deriva sociale, economica e civile. Compresi i leghisti che, volenti o nolenti, si sono ridotti a fare gli scudieri servili dell’imperatore a cui tutto è permesso.

 

Ora si apre una fase nuova per il centrosinistra. Il successo dei referendum dimostra che si può ripartire dai contenuti, la tutela dell’acqua pubblica e il ruolo dei servizi pubblici, le energie pulite e la riconversione ecologica dell’economia, la giustizia uguale per tutti, per costruire una alleanza che punti a vincere e a cambiare questo paese. Si parta da qui e non dal pallottoliere parlamentare per mettere in piedi l’alternativa alla destra, perché l’alleato più importante non possono che essere i milioni di cittadini che hanno fatto vincere i referendum. E’ chiaro che continuare a proporre da parte dei dirigenti democratici, anche trevigiani, un rapporto privilegiato del loro partito con chi su tutti e tre i quesiti referendari stava dall’altra parte, come l’UDC, dimostra l’esistenza di una preclusione meramente ideologica e irrazionale. Questa volta non c’è una Macerata da contrapporre al risultato delle due metropoli, il risultato è chiaro e inequivocabile. I cittadini si sono espressi, ascoltiamoli.

Luca De Marco

Coordinatore Provinciale

Sinistra Ecologia Libertà Treviso

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Referendum: una grande occasione per produrre il cambiamento

Una settimana fa si è svolta la riunione di costituzione del comitato provinciale per il sì al referendum contro il nucleare. Una riunione molto partecipata, convocata prima e senza alcun collegamento con quanto avvenuto poi in Giappone nella centrale di Fukushima. Perché, fortunamente, c’è ancora gente che lavora sulle questioni importanti, al di là delle contingenze e dei titoli dei telegiornali, e produce così buona politica e vera partecipazione.

Ora di nucleare si è ripreso a parlare in televisione, quindi la questione è “entrata nell’agenda del dibattito pubblico”, come dicono gli esperti di comunicazione. A giugno si terrà un referendum e dunque gli italiani potranno esprimersi sulla scelta con la quale Bossi e Berlusconi hanno deciso di riportare il nucleare in Italia. Si tratta di una opportunità democratica straordinaria, visto che ben poca voce in capitolo hanno i cittadini su quanto decide quella ristrettissima cerchia dei capi di Lega e PDL che hanno in mano le sorti del paese. Teoricamente dovrebbero essere i parlamentari a rappresentare il popolo e a portarne la voce e le volontà nelle istituzioni, ma a causa della legge elettorale di Calderoli e del disprezzo del Parlamento di Berlusconi essi non sono altro che proni ratificatori delle scelte del Governo, privi di qualsiasi autonomia e anche oramai privati di autorevolezza dal disgustoso comportamento di alcuni voltagabbana in vendita al miglior offerente. Ben venga allora l’utilizzo del referendum, di questo strumento di democrazia diretta che in tanti continuano a dare per defunto e sorpassato, nella speranza che non intervenga l’opinione e il voto diretto dei cittadini a intralciare i disegni dei potenti o i difficili equilibri interni ai partiti su questioni sulle quali non si riesce a scegliere.

Va dato merito a Italia dei Valori di avere intrapreso la via referendaria sul nucleare e contro il legittimo impedimento; e ai comitati per l’acqua pubblica, sostenuti anche da Sinistra Ecologia Libertà e Federazione della Sinistra, di aver lanciato la campagna referendaria sull’acqua. Oggi si prospetta dunque una tornata referendaria importante e su temi cruciali: fermare il nucleare, bloccare la privatizzazione dell’acqua, ribadire che la legge è uguale per tutti attraverso l’abolizione della legge sul legittimo impedimento scritta dai legali del premier.

La capacità di affrontare le questioni e di prendere su queste iniziative importanti al di là delle priorità che indica la cronachetta quotidiana, dovrebbe essere una caratteristica delle forze politiche serie. Oggi evidentemente è molto più facile prendere posizione sul nucleare, tanto che il PD, che non aveva sostenuto il referendum né preso posizione su come votare, si è poi espresso martedì scorso, a reattore esploso, con una intervista di Bersani a favore del sì al referendum, scontando subito il dissenso di Marco Follini, favorevole al nucleare come i suoi ex compagni di partito dell’UDC.

Ora la battaglia referendaria diventa più forte, e lo sarà ancor più se il PD scioglierà le proprie riserve anche sui referendum per l’acqua pubblica. Quando fu avviata la raccolta delle sottoscrizioni per chiedere il referendum, Bersani annunciò una operazione alternativa del PD, preparare una proposta di legge sulla gestione dell’acqua sulla quale raccogliere un milione di firme. Perché, disse Bersani, “il referendum non è la strada giusta”. La proposta di legge fu preparata solo sei mesi dopo e non venne raccolta nessuna firma, per il referendum invece si è verificata la più larga adesione tra tutti i referendum della storia della Repubblica, anche grazie alla grande partecipazione e mobilitazione di elettori e militanti del PD che non dettero particolarmente retta alla posizione ufficiale del loro partito. Ora, auspichiamo che il fatto che sia stato l’allora ministro e oggi finiano Andrea Ronchi il promotore della privatizzazione dell’acqua, non renda tiepido il sostegno del PD a questa fondamentale battaglia.

Sui prossimi referendum si può giocare una partita importante, di merito e di metodo. Di merito, perché le questioni trattate impattano direttamente sulla vita dei cittadini e sulla qualità del nostro sistema democratico. E, da un punto di vista politico, potrebbero ben rappresentare un nucleo di tematiche sul quale ricostruire una coalizione di cittadini e di forze politiche alternativa alle politiche dominanti della destra. Di metodo, perché grazie all’importanza del merito si può tentare un rilancio dello strumento referendario, che è stato in Italia un potentissimo motore di progresso e di cambiamento e può tornare ad esserlo, se solo si faccia fiducia ai cittadini e alla loro voglia di partecipazione. Il fattore innovativo di questi referendum è il protagonismo di una amplissima rete di comitati, gruppi, associazioni, individui, che si sono da anni mobilitati sull’acqua pubblica e da mesi sul nucleare. Come dimostrano anche le grandi manifestazioni degli ultimi mesi, da quelle degli studenti a quella delle donne a quelle in difesa della Costituzione a quelle per celebrare l’unità d’Italia in sostituzione di istituzioni inadempienti, se i partiti comprendono di non poter esaurire in sé né la mobilitazione democratica né la rappresentanza di quanto di positivo circola nella società italiana, e viene lasciato il giusto spazio e dato il giusto ascolto alle istanze civiche, allora si può produrre davvero un cambiamento reale nel paese. E’ una occasione da non farsi sfuggire, perché passa anche di qui il superamento della sottocultura berlusconiana.

Per i suoi prossimi 150 anni l’Italia ha bisogno di cittadini, non di telespettatori.

Luca De Marco

Coordinatore provinciale Sinistra Ecologia Libertà

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trote e federalismo

Il federalismo è una cosa troppo seria

per lasciarlo nelle mani della Lega

 

Renzo_Bossi_detto_'Il_Trota'.jpgL’analisi più accurata sulle ultime vicende del decreto sul federalismo municipale l’ha fatta un vignettista che ha paragonato il provvedimento alle traversie scolastiche del noto figlio “ittico” di Bossi: “bocciato, ma va avanti lo stesso”. Proprio come capitato al figlio di Bossi, è arrivata anche la seconda bocciatura, quella del capo dello Stato. Il segretario della Lega aveva imposto al Governo di approvare il decreto già bocciato dalla commissione bicamerale, con le modifiche apportate un giorno prima. Una procedura in dispregio del parlamento e in violazione dei percorsi stabiliti dalla legge delega su federalismo dell’anno scorso, dovuta solo alla smania leghista di far passare questo benedetto federalismo.

Ha fatto bene l’opposizione tutta a non votare quell’orribile pastroccio uscito dal calderone di Calderoli. Una vera e propria presa in giro di tutti quelli che credono che davvero la Lega stia facendo quello che dice di fare e di tutti quelli che credono davvero nell’utilità di un riordino del nostro paese all’insegna della valorizzazione delle autonomie locali. Il federalismo che uscirebbe dal decreto bocciato comporta un aumento dell’imposizione fiscale, attraverso la patrimoniale sugli immobili non residenziali, quindi seconde case, uffici, capannoni, locali pubblici, etc., per poter garantire le entrate vitali ai comuni. Più la tassa di scopo e la tassa di soggiorno. In pratica la Lega e il Governo continuano il massacro dei conti pubblici degli enti locali, che dovrebbero dunque chiedere più soldi ai cittadini.

Il federalismo è una cosa troppo seria per lasciarlo alla Lega. O al figlio di Bossi.

 

Luca De Marco

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la statua e la moglie del senatore

L’Assessore regionale Manzato chiede a Galan di destinare agli alluvionati i 100.000 euro previsti per una statua nella nuova sede degli uffici del ministero dell’Agricoltura a Susegana.

Un consiglio all’Assessore Manzato: i 100.000 euro per gli alluvionati perchè non gli chiede alla famiglia Bossi, che ne ha presi 800.000 per la scuola padana di Varese ?

ST.jpgLa questione sui 100 milioni da destinare ad una statua nell’edificio del Ministero dell’Agricoltura a Susegana è diventato il pretesto per l’ennesima polemica tra la Lega e Galan. Ha ragione Manzato se con la proposta di devolvere i 100.000 intende farsi sostenitore di una politica della sobrietà, nella quale i soldi pubblici vengono destinati a cose concrete e utili per i cittadini e non a sprechi. In questo caso siamo sicuri che l’assessore Manzato avrà criticato duramente anche Luca Zaia, quando da ministro dell’Agricoltura destinava centinaia di migliaia di euro in piani di comunicazione.

Se invece intende entrare nella corrente di pensiero del ministro Tremonti, per il quale “la cultura non si mangia”, allora dovremmo dirci in disaccordo, perché ritenere le spese per la cultura uno spreco inutile significa avere lo sguardo corto e non comprendere come anche l’economia, in un paese avanzato come il nostro, tragga giovamento da un giusto rilievo e investimento nelle attività di cura dello spirito. E poi, se c’è qualcosa che non si mangia, quella è proprio la mitica Padania che per i leghisti sembra essere il sale della terra.

Se, infine, l’Assessore Manzato è seriamente preoccupato di trovare soldi da destinare agli alluvionati togliendoli allo spreco pubblico, allora gli consigliamo una via più rapida e per lui certamente agevole di recuperare risorse. In una delle tante leggi mancia che Lega e PDL amano tanto, la maggioranza ha finanziato la scuola della moglie di Bossi: una scuola privata di Varese dal pomposo nome di “Libera scuola dei popoli padani”, con 800.000 Euro per lavori di ampliamento. Non intendiamo porre il tema di un governo che massacra la scuola pubblica e finanzia una scuola di partito, perché sappiamo di non trovare orecchie sensibili. Ma se l’Assessore Manzato facesse una telefonata alla famiglia Bossi per chiedere che un po’ di quei soldi pubblici, magari anche più dei 100.000 euro della statua, venissero destinati agli alluvionati, certamente farebbe cosa buona per il Veneto, e anche per l’immagine del suo partito.

Luca De Marco

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