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SIAMO NELLA MELMA

https://i0.wp.com/ilgazzettino.it/MsgrNews/MED/med_20111108_al8.jpgMartedì 8 novembre è successo quello che era purtroppo prevedibile da anni. A causa di una pioggia autunnale più copiosa e violenta del solito, sono esondati i fiumi di risorgiva alle porte di Treviso, inondando i comuni di Carbonera e Silea, e provocando pesanti disagi per i cittadini.

Abito da tre anni proprio in una frazione di Carbonera, a Pezzan. Vengo da un’altra regione e la prima cosa che ho capito quando sono venuto ad abitare da queste parti è che qui l’acqua è dappertutto. Che se scavi un metro sotto terra la trovi. E che appena piove per più di un quarto d’ora i fossi lungo le strade si riempiono copiosamente. Era del tutto evidente che si trattava solo di una questione di tempo prima che l’acqua ce la ritrovassimo in casa.

Ora sono tutti qui a criticare l’operato di chi doveva dragare i fiumi, di chi doveva pulire i tombini, di chi non ha aperto le chiuse e tutto il resto. Io invece credo che la responsabilità di questa pericolosa incuria sia più ampia, più diluita nel tempo, e che debba essere assunto un po’ da tutti, cittadini compresi, me compreso.

Io credo che non sia possibile che un territorio fatto di acqua come quello intorno al Sile e ai suoi affluenti, ospiti una concentrazione di cemento, di capannoni e di zone industriali assolutamente senza una logica. Non è tanto la quantità di cemento che mi inquieta, bensì la totale assenza di pianificazione nel costruire case e capannoni. Intorno al Melma ed al Sile ci sono chilometri quadrati di cemento spalmati completamente A CASO. Ci sono almeno 3 zone industriali nel raggio di 10 chilometri, ci sono strade, come quella che da Pezzan porta a Lancenigo oppure quella che da Carbonera porta a Silea, assolutamente INADEGUATE alla quantità di camion e automobili che le percorrono.

E’ palese che:

1| nessuno in provincia di Treviso, o in Regione Veneto, si è preoccupato di adattare lo sviluppo urbano ed economico degli ultimi decenni al territorio, in nome di un lassez-faire tipico di chi crede nello sviluppo senza regole e fine a se stesso.

2| la Lega Nord, che governa questo territorio da decenni, non ha fatto NIENTE per prevenire queste catastrofi, e sei i Comuni non riescono a pulire i tombini e a dragare i fiumi è soprattutto merito dei TAGLI alle amministrazioni locali che i LEGHISTI hanno approvato senza battere ciglio. Complimenti, ottimo lavoro.

Tutto questo è inaccettabile ed assurdo. E spero che i cittadini del mio Comune e di tutta la provincia si indignino con i responsabili di questa assurdità. Non si può vivere sull’acqua con due o tre pompe per abitazione che liberano gli scantinati quando piove. Non si può. E’ un controsenso. È evidentemente sbagliato. Il territorio è stato violentato e abbandonato, e così anche i suoi abitanti.

Ma infondo che importa, tanto adesso ci aprono un bel capannone IKEA proprio in riva al Sile, così possiamo tutti andare a comprarci l’ultimo modello di divano da montare. Compriamolo leggero, così galleggia meglio……..

Davide Buldrini

SEL Treviso

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FAMILY GAY

Le posizioni di Gobbo, così come quelle di Giovanardi, sulla pubblicità dell’IKEA e sull’omosessualità in genere, sono terrificanti. Sono indignato ed offeso. Quelle di Gobbo, in particolare, sono dichiarazioni violente, che nella loro violenza covano un’omofobia patologica. La stessa omofobia, latente, che da un buon politico, andrebbe smorzata e non coltivata ed utilizzata a scopi retorico/promozionali. Un sindaco deve essere il rappresentante di tutti. Non solo degli omofobi. Io non sono omofobo. Le persone che amo non sono omofobe.
Quanto alla questione del “decoro”, secondo la quale per Gobbo due persone dello stesso sesso non si possono baciare in pubblico, allora mi chiedo che decoro possano avere certi manifesti leghisti che dal titolo sobrio di “RAZZA PIAVE”, oppure altri in cui veniva raffigurato un bel barcone carico di disperati con la scritta “ABBIAMO FERMATO L’INVASIONE”. E’ questo il suo decoro caro sindaco?
Io, per esempio, da quei manifesti che le appartengono, mi sento offeso , mi fanno vomitare. Trattengo la bile ogni volta che li vedo. Come la mettiamo? Non sono forse libero di non sentirmi offeso? Eppure devo sopportare quotidianamente i cartelli leghisti carichi di odio. Devo sopportare i politici leghisti e di destra che da anni costruiscono un clima di odio. Odio fine al consenso.
Questa cultura e questa retorica non mi appartiene. L’amore tra due persone, indipendentemente dal genere o dal sesso, quello si. Quello mi appartiene. E’ mio. E lo difenderò sempre e comunque contro tutti quelli come lei. Che mi costringono a vivere in un’atmosfera ed in una cultura che non mi appartiene, e che non voglio contamini le persone che amo. Voi giocate con l’odio, perché è facile. Siete liberi di odiare. Ed io sono libero di farvi notare che il vostro odio mi disgusta.
E’ davvero meschino fare una campagna elettorale continua basata sulla discriminazione e sulla paura dell’altro. Treviso e la sua provincia meritano davvero di meglio. E ci sarebbe davvero tanto di meglio da fare.

Davide Buldrini

SEL Treviso

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LIBERA UNIVERSITA’ DI TREVISO

A Treviso c’è l’università. Ci sono i corsi distaccati dell’Università IUAV di Venezia, per la precisione (oltre che quelli dell’università di Padova). Ora un pezzo di università, a Treviso, rischia di non esserci più. La tribuna di sabato riporta infatti che:
i corsi universitari dello IUAV, design del prodotto e design della moda (presenti in città da ormai 15 anni n.d.a.) lasciano Treviso. La camera di Commercio ha deciso di chiudere i rubinetti”. I 2,8 milioni di euro necessari a mantenere questi corsi a Treviso dal prossimo anno non verranno più messi a disposizione, e quindi gli studenti potrebbero essere dirottati in altra sede. Non è possibile che tali decisioni, e le conseguenze che ne derivano, avvengano nella totale assenza delle istituzioni pubbliche. Della Regione Veneto, della Provincia di Treviso e del Comune stesso. Forse non tutti sanno che, a fronte di 180 posti disponibili, i corsi dello IUAV a Treviso quest’anno hanno ricevuto 900 domande di iscrizione. Forse non tutti sanno che l’eccellenza degli insegnanti e dei laureati in design del prodotto e in design della moda è riconosciuta a livello internazionale. Forse non è difficile capire che “restituire soldi alle imprese” (parole di Mario Pozza vicepresidente della camera di commercio) togliendole all’università della moda e del prodotto significa privilegiare una soluzione a breve termine sacrificando il futuro, proprio di quelle imprese che si vogliono salvare. Come potranno essere competitive le piccole medie imprese della Marca senza il valore aggiunto al prodotto che può dare una facoltà di design? In un economia stagnante, in cui la competizione all’interno del mercato si fa sempre di più sulla qualità, e sempre meno sulla quantità, con quale eccellenza riusciremo a produrre innovazione in provincia di Treviso se lasciamo ai privati il destino dell’Università sul nostro territorio? Dove sono i sindaci, i presidenti di Provincia e Regione (tutti Leghisti) mentre si discute il futuro dell’economia della Marca? Forse non ci sono poltrone da assegnare o posti vuoti in cui parcheggiare fedelissimi del Carroccio, ma qui si sta giocando una partita che è di tutti. La partita della cultura, della conoscenza, dell’innovazione e della specificità della nostra Provincia.
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Chiude il design IUAV a Treviso

Purtroppo ciò che avevamo denunciato anche al Consiglio Provinciale di Treviso, la paventata chiusura dei Corsi Universitari sul design avviati dallo IUAV sta per divenire realtà.

Non possiamo che rimarcare, su detta questione, il disinteresse della Giunta Provinciale di Treviso e l’atteggiamento ragionieristico della nuova dirigenza della Camera di Commercio.

La chiusura dell’Università a Treviso rappresenta una pesante sconfitta strategica per l’identità e per il sistema produttivo della Marca, significherà privarsi di una importantissima componente di innovazione per le piccole medie imprese del Trevisano, per l’industria e per l’intera società. In un momento storico ed economico in cui l’unica ancora di salvezza per il futuro è l’innovazione, coloro i quali rinunciano e tutelare l’Università, azzoppando un sicuro valore aggiunto per le imprese della Marca,  devono assumersi tutta la responsabilità delle proprie decisioni.

Sinistra Ecologia Libertà propone l’integrazione dei fondi di Camera di Commercio attraverso fondi provinciali, e propone che la stessa Provincia si faccia promotrice presso la Regione Veneto affinché vengano inserite nel piano annuale e triennale della neonata Fondazione Univeneto adeguate misure per il mantenimento dei corsi di design a Treviso.

Non esiste futuro senza il futuro dei giovani. Non esiste crescita senza innovazione. Non esistono posti di lavoro senza competenze adeguate. Salvaguardiamo la specificità, il valore aggiunto e la capacità di innovare della Marca Trevigiana.

 

Luca De Marco, Stefano Dall’Agata, Davide Buldrini

Sinistra Ecologia Libertà Treviso

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SCUOLA E UNIVERSITÀ DOPO LA RIFORMA GELMINI: UN FUTURO NEGATO

CASTELFRANCO VENETO

SALA PACIFICO GUIDOLIN – BIBLIOTECA COMUNALE

GIOVEDI’ 24 FEBBRAIO 2011 ORE 17.00

 

 

SCUOLA E UNIVERSITÀ DOPO LA RIFORMA GELMINI: UN FUTURO NEGATO

Con

  • PAOLA IRATO (Ricercatrice universitaria alla facolta’ di scienze matematiche, fisiche, naturali)
  • DAVIDE BULDRINI (Amministrazione ricerca università IUAV Venezia)Federico Battaini
  • STEFANO FUMAROLA (Docente scuola secondaria)
  • FEDERICO BATTAINI (Studente università di Padova facoltà di Fisica)
  • ALBERTO IRONE (coordinatore provinciale rete degli studenti medi)

 

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TIRARE IL SASSO E NASCONDERE LA MANO

in risposta alla risposta di Zaia http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=136069&sez=REGIONI

 

Egregio Presidente Zaia,

mi dispiace, ma la sua risposta ad Amos Luzzato, è una farsa. Lei si nasconde dalle sue stesse responsabilità politiche, ed il suo atteggiamento nei confronti di iniziative censorie come quelle dell’assessore Donazzan, è complice.

Voi attribuite la qualifica di “cattivi maestri” in modo del tutto arbitrario ed in modo totalmente strumentale ai vostri tornaconto elettorali, ad autori che evidentemente non avete mai avuto l’occasione di leggere o per lo meno consultare.

Prima di marchiare in tale aberrante maniera opere letterarie a caso dovreste almeno avere la decenza di informarvi su cosa state facendo.

L’assessore Donazzan mette al bando libri ed autori collegandoli con questioni che non centrano nulla con il contenuto di tali libri, solo perché così guadagna facilmente prime pagine e facile consenso. Facendo questo, però, s’incammina verso un sentiero che porta inevitabilmente proprio a periodi nefasti come quelli che Lei, Presidente, non ha “pienamente compreso”. Purtroppo quei periodi sono stati ben compresi dalla mia famiglia, e da milioni di veneti che sanno molto bene cosa voglia dire  difendere non solo la propria identità ma anche la propria vita e quella dei propri cari, e non solo a parole e retorica “di pancia”, ma anche nei fatti e nelle tragedie degli anni trenta e quaranta.

Per quanto mi riguarda, gli autori da voi bollati come cattivi maestri sono alcuni di quelli che meglio mi hanno insegnato a “comprendere il presente”, e per fortuna la mia educazione ed il mio rispetto verso la libertà e la dignità delle minoranze e di tutti gli uomini non mi permette giudicare e censurare le persone e le loro opere per semplice sentito dire, o perché fa comodo avere visibilità mediatica.

Il peggior nemico della verità ed i maggiori complici delle rappresentazioni falsate della realtà siete voi. Voi che dai vostri posti di potere non fate niente per promuovere la lettura in un paese dove 20 milioni di persone non leggono nemmeno un libro all’anno. Siete voi che sostenete un regime mediatico che quotidianamente reifica una realtà distorta. Siete voi che non avete ancora pienamente compreso l’orrore delle leggi razziali. Complimenti, bel lavoro.

 

Davide Buldrini

Coordinamento Provinciale Sel Treviso

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Università e Ricerca: la riforma insufficiente

La riforma Gelmini è diventata legge. Che succederà adesso? Niente. Ed è proprio questo il grosso problema. L’Università Italiana è un sistema complesso, con problemi endemici, evidenti inefficienze ed altissima qualità didattica e scientifica che non viene valorizzata. Su questi aspetti cruciali, la tanto sbandierata e progressiva riforma del centro destra non cambierà nulla. La riforma Gelmini interviene in maniera superficiale sul sistema universitario italiano operando cambiamenti di facciata, e non strutturali, che non fanno altro che ratificare lo status-quo degli ultimi anni. L’università in Italia, con questa riforma, rimarrà al palo nei confronti del resto d’Europa. Rimarrà sotto-finanziata, sovraffollata, con le consuete inefficienze e con i baroni sempre al loro posto.

tagliNel nostro paese viene speso appena l’1,1% del PIL in ricerca e università, al contrario di altri paesi d’Europa in cui si  spende il doppio (Germania, Danimarca e Francia spendono più del 2% del loro PIL), o addirittura il triplo (Finlandia e Svezia).

Il ministro Gelmini non è apparso mai in grado di poter migliorare questa tragica performance paurosamente ferma a metà degli anni ’80.

Con l’Italia che non spende un centesimo in più in Università e Ricerca rispetto a 25 anni fa come può pensare dunque un ministro di poter migliorare, valorizzare ed incentivare Atenei e Facoltà se non in maniera del tutto retorica e palesemente propagandistica? Come possiamo immaginare Università più efficienti, corsi di laurea meno affollati ed amministrazioni degli atenei più snelle quando lo Stato spende un terzo rispetto all’obbiettivo dell’Unione Europea per l’ Università e Ricerca?

I contenuti stessi della riforma riflettono la palese superficialità e l’insufficienza strutturale dell’intervento. La riforma vuole intervenire sull’efficienza degli atenei, premiando i più virtuosi in termini amministrativo/contabili ed in termini scientifici. L’intenzione sarebbe, in se, ottima. Ma la messa in pratica che emerge dalla legge Gelmini non è altro che una mera classificazione quantitativa degli atenei italiani. Vengono premiati i più efficienti “quantitativamente”, promuovendo l’accorpamento e la fusione di atenei vicini geograficamente e scientificamente. In questo modo si rischiano di perdere le eccellenze sommerse, presenti nelle università italiane, e le si sacrificano sull’altare dell’efficienza quantitativa. Corsi di laurea altamente qualificanti e didatticamente eccellenti potrebbero sparire da un giorno all’altro in questa foga classificatoria. Non solo, ma gruppi di ricerca eccellenti, che proprio a causa dell’inefficienza amministrativa degli atenei non riescono ad emergere nelle classifiche nazionali e internazionali, rischiano di passare totalmente inosservati dalla riforma.

L’eccellenza va cercata e valorizzata, la riforma Gelmini stabilisce criteri per classificare l’eccellenza e ridistribuisce le risorse esistenti in base a questo. Senza aggiungere niente allo status-quo.

Il ministro Gelmini, poi, spaccia la sua riforma come soluzione definitiva al problema del baronato all’interno dell’università. Arriva addirittura ad accusare gli studenti che giustamente protestano contro la riforma, di fare il gioco dei baroni. Niente di più falso. Leggendo il testo della legge davvero non si riesce a capire in che modo essa possa costituire una minaccia al sistema clientelare del baronato universitario.

La valutazione dell’attività dei singoli docenti viene lasciata ai regolamenti interni degli atenei (magari governati del barone di turno), e di nuovo la riforma prevede che le relazioni triennali dei docenti sulla propria attività vengano valutate anch’esse dagli atenei stessi tramite regolamenti interni. Viene inoltre istituito un “fondo di premialità” di professori e ricercatori, ma sull’uso e sui criteri di attribuzione di tale fondo nulla viene specificato. In ultimo, in nome della tanto sbandierata lotta al baronato la riforma crea l’abilitazione scientifica nazionale, il cui funzionamento non viene specificato ma demandato a successivi regolamenti ministeriali tutti da scoprire, e a commissioni concorsuali composte dal corpo docente nazionale suddiviso per settori concorsuali, con un unico esperto esterno al sistema universitario italiano.

Come possano queste norme, basate su una valutazione dei professori e dei ricercatori tutta interna al sistema universitario, e quindi viziata ancora una volta dalle baronie, scardinare le inefficienze ed inettitudini del corpo accademico italiano proprio non si capisce. Come può un sistema autoreferenziale come quello italiano valutare oggettivamente se stesso? Come posso garantire l’indipendenza di giudizio tra colleghi delle stesse discipline?

Su questi punti la riforma Gelmini è nettamente insufficiente, e rappresenta un tentativo retorico e francamente goffo di modernizzazione di un sistema clientelare quale è il fenomeno dei baroni universitari, che ha ricadute enormi sulla qualità scientifica e didattica degli atenei italiani. Esistono sistemi collaudati di valutazione dei prodotti scientifici e di performance dei singoli docenti, basati su metodi trasparenti ed oggettivi, ne sono un esempio i panel di valutazione dell’ European Research Council oppure il Research Assessment Exercise a cui si sottopone il corpo accademico inglese a cadenza quinquennale. Finché non si adotterà anche in Italia un sistema trasparente ed indipendente per una valutazione efficace della ricerca si potranno fare ben pochi passi avanti nel contrastare il fenomeno del baronato universitario. La legge Gelmini, lo ripeto, non si muove affatto in questa direzione.

Anche sul problema dei precari della ricerca la riforma appare inconsistente, insufficiente e vuota. Il problema dei ricercatori precari, per altro fortemente connesso con il problema del baronato, è un nervo scoperto non solo nel sistema universitario italiano ma nell’intero sistema Italia. La riforma non prevede nessuna stabilizzazione per i ricercatori precari di oggi, e nessuna garanzia in più per i ricercatori di domani. Vengono riviste alcune regole sull’assegnazione degli assegni di ricerca, ma niente di strutturale viene posto in essere per garantire una carriere trasparente e, ancora una volta, una valutazione seria della qualità scientifica dei ricercatori. Niente viene messo in campo per valorizzare la carriera di ricercatore, nessuno strumento viene creato per frenare la fuga dei nostri cervelli migliori verso paesi in cui la ricerca scientifica è considerata come una risorsa e non uno spreco. Ed è proprio questo il punto critico della riforma Gelmini.

Questa riforma, purtroppo, è il frutto coerente delle politiche disastrose di questo governo, e della gestione economica autoritaria, reazionaria e francamente antiquata del ministro Tremonti. Il significato ultimo della riforma Gelmini ricalca scolasticamente il posto che l’egemonia culturale della destra al governo (ed in cui l’Italia è pericolosamente scivolata) ha assegnato all’istruzione ed alla cultura: la ricerca è uno spreco di denaro pubblico che va tagliato.

Una vera riforma progressista della ricerca dovrebbe invece partire dal presupposto che quest’ultima sia una risorsa preziosa per il paese, per l’economia, per l’occupazione e per il benessere di tutti. La ricerca scientifica è ovunque intorno a noi ed è un bene di cui usufruiscono gratuitamente tutti i cittadini. Questa è la necessità primaria dell’Italia: ridare alla ricerca il posto che le spetta all’interno della società. Rinfacciare ai ministri Gelmini e Tremonti che la ricerca è una risorsa alla quale il paese non può rinunciare, che la ricerca fa crescere umanamente, civicamente ed economicamente la società, e che le prove sono davanti agli occhi di tutti quotidianamente. Basta guardare. Basta pensare a quante vite vengono salvate dagli Airbag montati sulle automobili, o dai vaccini anti-influenzali; basta pensare a quanti bambini vengono salvati tutti i giorni dalle terapie e degli interventi pre-natali. E’ merito della ricerca scientifica.

Tutto il mondo che ci circonda e tutte le nostre attività sono collegate indissolubilmente alla ricerca: quando usiamo il telefonino; quando cuciniamo ad induzione; quando scaldiamo la pizza al microonde; quando facciamo sesso protetto; quando navighiamo in rete; quando prendiamo un aereo; quando installiamo un pannello solare o cambiamo un pannolino. Tutto questo è frutto della ricerca. Vogliamo davvero credere che sia uno spreco? Ma soprattutto vogliamo lasciare che il governo, le destre e l’egemonia culturale berlusconiana educhi i nostri figli a pensarla così?

La risposta non può che essere negativa. L’investimento in ricerca scientifica è un investimento doveroso sul futuro del nostro paese e su quello delle prossime generazioni.

Dobbiamo assolutamente restituire dignità e prestigio alle università. Dare al sistema universitario italiano il posto che esso stesso merita. E’ un dato di fatto che i ricercatori italiani sono trai migliori d’Europa e del mondo. Investire su queste risorse umane non può e non deve essere considerato superfluo. Ecco perché la riforma Gelmini è una farsa. Non è un intervento sistematico sull’innovazione e la ricerca, bensì un accorpamento di interventi di facciata scritti sotto dettatura del ministro Tremonti e di qualche altro burocrate del ministero. La riforma Gelmini non pone le basi per il cambiamento e per la modernizzazione delle università italiane, al contrario ne consolida una visione reazionaria apportando minime ed insignificanti variazioni all’esistente.

Una vera riforma dell’Università, la riforma che vogliamo, non può che partire dalla valorizzazione della ricerca e dell’innovazione come fondamento del progresso economico e sociale. Non può che tradursi in un significativo aumento dell’investimento da parte dello stato in università e ricerca, ancora fermo alla metà degli anni ottanta. Non può che prevedere carriere certe con passaggi trasparenti all’interno delle Università e degli istituti di ricerca. Dovrebbe dotare il sistema Universitario di strumenti trasparenti ed affidabili per la valutazione dei prodotti scientifici, sia degli atenei che dei singoli professori e ricercatori, avvalendosi dei board dell’European Research Council e del sistema delle peer review. Dovrebbe infine pensare di fornire alle amministrazioni universitarie strumenti e regolamenti chiari, in grado di snellirne il funzionamento e chiarine gli obbiettivi.

Questi dovrebbero essere i principi ispiratori per un intervento che miri a valorizzare le eccellenze dell’università italiana. Questi dovrebbero essere i veri obbiettivi di una vera riforma che miri a fare dell’università un’opportunità di sviluppo per tutto il paese e per le generazioni future. Trovo francamente degradante che un tema così alto come la conoscenza e la cultura, di cui l’università è fatta, venga soffocato in una logica populista, reazionaria e gretta qual è l’egemonia culturale di questo governo. Parlo di egemonia culturale perché ormai mi sento in grado (e dobbiamo esserlo tutti) di guardare il mostro negli occhi, e sono consapevole che il mondo retorico berlusconiano ha fatto breccia nella cultura popolare italiana, proprio perché in parte figlio di questa cultura. L’unico modo per sconfiggere il mostro e per riprendere un cammino di modernità e di progresso è quello di affrontarlo con questa consapevolezza. Dobbiamo dimostrare che il racconto della destra, che vuole una ricerca scientifica marginale ed inutile, è un racconto sbagliato nella sostanza; è un racconto funzionale all’asservimento delle generazioni presenti e future ad un potere arbitrario e clientelare superato ed obsoleto. Dobbiamo raccontare un’altra storia, una storia che, per ciò che riguarda la conoscenza e la cultura, restituisca a queste ultime un valore positivo, radicale ed universale di forze moderne, positive e progressiste.

L’università è nata in Italia quasi mille anni fa, un primato culturale che l’intero mondo ci invidia, la prova tangibile che la nostra cultura ha contribuito a fondare e formare la società occidentale, e fa parte della storia dell’intera umanità. Non possiamo lasciarla morire lentamente nello stesso posto che l’ha vista muovere i primi passi, è una questione di dignità, della dignità di tutti.

Davide Buldrini

Coordinamento Provinciale SEL Treviso

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SEL mette radici nella Marca

Dopo il congresso provinciale del 10 ottobre e il congresso nazionale del 22-24 ottobre, Sinistra Ecologia Libertà prosegue il suo insediamento anche in provincia di Treviso.
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L’Assemblea federale eletta dal congresso di ottobre ha provveduto alla elezione del coordinatore federale, Luca De Marco, e del coordinamento provinciale, composto da: Mario Bertolo,  Davide Buldrini, Annamaria Da Re, Stefano Dall’Agata, Michela Fedeli, Renato Zanivan.
Presidente dell’Assemblea federale è Bruno Schiavon. A gennaio saranno avviati i forum su scuola e formazione, e ambiente e territorio, aperti a non iscritti, gruppi e associazioni disposti a collaborare alla costruzione di un progetto di alternativa rispetto al berlusconismo e al sistema di potere leghista che pesa sulla nostra provincia.
Prosegue inoltre il radicamento nel territorio del movimento: recentemente sono stati eletti i coordinatori del circolo di Treviso, Roberto Carlucci, e il coordinatore del circolo di Mogliano Veneto, Luigi Amendola.
Nei prossimi mesi è previsto anche l’arrivo in provincia del presidente di Sinistra Ecologi Libertà e presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola.
Sinistra Ecologia Libertà intende contribuire alla costruzione di una alleanza di centrosinistra che alle prossime provinciali si proponga come alternativa alla gestione leghista della Provincia che in questi anni non ha saputo adeguatamente arginare né contrastare la crisi sociale ed economica che rischia di acuirsi nei prossimi mesi, né ha voluto opporsi ad una impostazione governativa che mortifica la funzione degli enti locali, soffocandoli attraverso la cancellazione dei trasferimenti e il giro di vite sul patto di stabilità.
Anche per le elezioni comunali del prossimo turno amministrativo, a Villorba, Oderzo e Montebelluna, Sinistra Ecologia Libertà lavorerà per la costruzione di alleanze di centrosinistra aperte a liste civiche e a chi intenda costruire un progetto di governo  delle realtà locali che fuoriesca dal localismo piccino e asfittico e si apra alle sfide di un nuovo modello di sviluppo del nostro sistema produttivo, di una difesa e valorizzazione del patrimonio ambientale e paesaggistico inteso come fattore di sviluppo e di qualità della vita, di un federalismo visto dal punto di vista delle comunità locali e dei servizi da garantire e da migliorare alla cittadinanza, e non dal punto di vista di logiche separatistiche o di neocentralismo regionale che sembra perseguire la Lega.

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