Archivi tag: luca de marco

Incontro sul Jobs Act. La sintesi

Venerdì 20 febbraio sono stati ospiti della federazione trevigiana di Sinistra Ecologia Libertà Giorgio Airaudo, deputato SEL in Commissione Lavoro e responsabile nazionale Lavoro di SEL, e Giacomo Vendrame, segretario provinciale della CGIL di Treviso. L’incontro si è svolto presso la saletta del Caf CGIL a Treviso.

Coordinatore della serata è stato Luca De Marco, coordinatore provinciale di SEL, a cui è spettata una prima introduzione riassuntiva sull’argomento in questione, ovvero sul Jobs Act targato governo Renzi.

Introduzione

Proprio poche ore prima dell’incontro il Consiglio dei Ministri aveva approvato in via definitiva i primi due provvedimenti attuativi dell’imponente legge delega sul lavoro denominata Jobs Act. Il segretario De Marco ha ricordato come il nome “Jobs Act” in origine dovesse richiamare l’insieme dei provvedimenti attuati da Obama negli Stati Uniti, provvedimenti al cui centro c’erano non solo le start up, ma anche un’ampia gamma di investimenti destinati a creare lavoro, non quindi un taglio dei diritti dei lavoratori.

Di tutto ciò non si occupa la versione italiana, che invece non fa che proseguire le politiche di austerità, dimostrate deleterie e controproducenti già da tempo, e l’umiliazione del lavoro dipendente, pubblico e non. Il progetto portato avanti è mortificare ulteriormente un paese già allo stremo e fin troppo flessibile nelle politiche del lavoro, il tutto a favore di una fantomatica ‘crescita’ che dovrebbe arrivare per input divino. Tutte queste riforme seguono la scia della politiche di destra proposte negli ultimi anni, come provano le motivazioni delle proteste del 2002 contro il tentativo di abolizione dell’articolo 18 a cui partecipò anche l’allora centrosinitra a fianco del sindacato, ma ora riuscito e in forma di molto ampliata,  con buona pace dei diritti dei lavoratori.

L’approvazione dei primi provvedimenti, da punto di vista politico, segna una definitiva rottura con il riferimento sociale originario di buona parte della maggioranza, eletta con una coalizione di centro sinistra che vedeva come riferimento i lavoratori e le classi più deboli, non di certo la finanza e Confindustria.
A quel riferimento sociale originario, SEL si è posta il problema di ridare rappresentanza, e ha cercato di fare un primo passo recentemente con la manifestazione Human Factor, che aveva come obiettivo proprio sfidare il renzismo con dei programmi e dei ragionamenti rinnovati e partecipati da tutte le esperienze che si riconoscono nel termine “sinistra”.
Giorgio Airaudo-Le riforme del lavoro in Parlamento

All’onorevole Airaudo è spettato parlare di come è stata gestita la riforma del lavoro dal punto di vista parlamentare. Infatti al momento sono stati licenziati solo i primi due provvedimenti, a dispetto di una legge delega così ampia da risultare incostituzionale non solo dal punto di vista italiano, ma persino secondo le norme europee.
L’intera operazione per far approvare il Jobs Act è stata fin dall’inizio intrisa, come del resto è successo per buona parte delle altre riforme portate avanti dal governo Renzi, di un forte simbolismo agonistico causato dalla smania del fare. Un fare che ha portato ad approvare una legge che aveva le sue basi pregresse in un progetto di parecchi anni più vecchio, quello di Garibaldi e Boeri, ma esasperando i concetti espressi dagli esperti nel peggiore dei modi e di fatto eliminando le tutele e le garanzie proposte dai due economisti per riequilibrare parzialmente la situazione che si veniva a creare.

Unica cosa positiva del Jobs act al momento è la cancellazione dei co.co.co e dei co.co.pro, o meglio la non legalità di riproporne di nuovi, perché in realtà per coloro che sono già stati assunti con queste modalità non è presentata via d’uscita prima del termine o rimodilazione del contratto già esistente.

 

I licenziamenti collettivi non erano inclusi nella delega

Per il resto, i due provvedimenti intervengono anche sulla legge del 23/07/1991 n. 223, quella che parla dei licenziamenti collettivi, permettendo di equipararli ai singoli. Unico risultato positivo da questo punto di vista è stato il far scendere finalmente in campo anche la CISL.

Per quanto riguarda i licenziamenti collettivi, infatti, la questione è molto diversa rispetto alla situazione in cui ci si è venuti a trovare per gli altri punti della riforma. Se il Parlamento ha concesso un eccesso di delega su quasi tutto il campo della riforma del lavoro, di licenziamenti collettivi non se ne è mai parlato. Quindi, a conti fatti, il governo si è permesso di legiferare su un campo che ancora spetta al Parlamento.

Come se ciò non bastasse, le commissioni parlamentari hanno espresso parere contrario riguardo alla norma, per giunta spaccando la maggioranza, ma il Governo ha ritenuto che le commissioni avessero solo funzione consultoria e ha inserito i licenziamenti collettivi ugualmente ignorando il parere delle commissioni.

Quindi, riassumendo, sui licenziamenti collettivi il Governo ha esautorato il Parlamento, sia della sua funzione di organo legiferante sia della sua funzione di controllo e ratifica delle leggi emesse.
Conseguenze

Che in tutto questo pandemonio politico non si parli di Grecia e di debito è importante e significativo. Infatti, il punto cardine del Jobs Act e delle stolte politiche della Troika è svalutare il lavoro perché non si vuole svalutare la moneta.
Infatti, pur avendo eliminato i co.co.co e i co.co.pro, si è lasciata la possibilità di avere contratti precari di 36 mesi per cui sono consentiti ben 5 rinnovi. Il significato tecnico è che si concede alle aziende una lunga prova del lavoratore, una lunga prova inutile. Sono rimasti inoltre i pagamenti con i voucher, e i quasi tutti i contratti a tempo determinato. Tutto questo prova che alle tutele crescenti non ci credono nemmeno loro.

Infatti, posto che anche dopo anni di anzianità il lavoratore non raggiungerà mai l’articolo 18 a livello di tutele, alle aziende, senza controlli e senza colpo ferire, vengono dati 8.000 euro all’anno di sgravi per i primi 3anni. Al termine dei 3 anni, se licenzio il lavoratore, poiché non spetta l’obbligo di riassunzione neanche per ingiusta causa ma solo un risarcimento in denaro, l’imprenditore alla fine arriverà comunque a pagare meno dei 24.000 euro che non ha pagato negli anni precedenti.
Se al momento si certifica un minimo aumento delle assunzioni, non è l’aver privato il lavoratore dei diritti che ne è la causa, ma i 24.000 euro di incentivi. Sono questi che fanno assumere, come dimostrano i nuovi contratti, difficilmente c’entra la facilità di licenziamento.
Senza contare che “contatto indeterminato a tutele crescenti” è un falso di significato in quanto non è detto che venga concepito come vero indeterminato e non ci sono che briciole di tutele che si acquisiscono solo dopo parecchi anni.

Non è concepibile come vero indeterminato non solo per la non possibilità di reintegro, ma anche perché in caso di licenziamento l’onere per dimostrare che questo è avvenuto senza giusta causa stetta interamente al lavoratore. È come se si tornasse indietro nel tempo in cui erano possibili i licenziamenti detti “ad nutum”, cioè con un segno. Non importa se il datore di lavoro ha torto, comunque può licenziare quando e come vuole, mentre al lavoratore spetterà valutare se davvero ha i soldi per poter fare ricorso, con il solo obiettivo di ricevere al massimo qualche euro in più che non gli garantiranno la sussistenza finchè sarà disoccupato vista al crisi del momento.
Per quanto riguarda le tutele, alle categorie più deboli è stata concessa un po’di maternità e qualche briciola di altri diritti, ma neanche tanto, in quanto in minime parti erano già stati previsti dalla vituperata riforma Fornero, i cosiddetti ammortizzatori targati NASPI, che ora sono stati estesi anche al CATUC (Contratto A Tutele Crescenti)

Conseguenze meno visibili comprendono anche i sindacati, in quanto nei luoghi di lavoro sarà molto più difficile iscriversi al sindacato, offendo quindi una generalizzata estensione del modello FIAT (dove a Pomigliano FIOM è stata esclusa dalle votazioni per le RSA in quanto non firmataria del contratto proposto ndr). Se ti puoi teoricamente iscrivere anche ad un sindacato non gradito, non lo farai di certo in fabbrica, ma fuori e sperando che non lo sappia il datore di lavoro, tutto ciò rendendo ancora più difficili i rapporti sindacali.

Situazione Europea
Tutto ciò mostra grande coerenza sul versante europeo, dove stanno litigando Tsipras e Merkel non sul debito, ma sui diritti del lavoro, gli stessi che il governo Renzi qui si sta diligentemente apprestando a smantellare come ordinato dalla Troika. Poiché in Grecia la situazione è disperata, è ovvio che questa si sia giocata tutte le carte a propria disposizione. Con Russia non è altro che un attento gioco geopolitico, che mostra quanto la battaglia sia al momento serrata.

Sinistra Ecologia Libertà in Parlamento

Alla camera, il gruppo parlamentare di SEL si è impegnato sulla norma d’azienda per la deroga dei contratti, si è riusciti ad incardinare il Green New Deal, che dovrebbe creare un vero e proprio nuovo mercato nel lavoro basandosi su ben altre richieste dell’Europa, si sono messe toppe o si è cercato di farlo dove possibile, ci si è messi d’impegno per tener aperte le discussioni sugli argomenti più importanti e che avrebbero portato maggiori danni alle persone, ma non sempre ci si è riusciti.
Una delle ultime battaglie contro il governo è quella che comporta l’eliminazione della cassa integrazione per fallimento, che dovrebbe“togliere dalle spese”dell’impenditore gli operai nel momento in cui svendi un’azienda, che fino ad oggi veniva rilevata con tutti gli operai. Il nuovo padrone doveva pagare anche un tanto (simbolico) per operaio e garantirne l’occupazione. A farsi carico della ricollocazione, su modello tedesco, dovrebbero farsi carico i centri per l’impiego. A costo zero. Cioè, secondo il governo i 9.000 precari impiegati nei centri per l’impego, in un periodo di massima crisi, dovrebbero trovare lavoro in tempi ragionevoli a tutti gli esuberi dei fallimenti e delle cessioni di attività. Senza contare che in Germania per lo stesso scopo e con meno crisi gli addetti sono 110.000.
Airaudo ha fatto notare che se fosse stata in vigore questa norma all’epoca la tanto decantata FIAT non si sarebbe comprata la Bertone, in quanto all’azienda ex torinese interessavano i lavoratori e la loro esperienza. Senza il sistema della cassa integrazione sarebbero dispersi e per FIAT sarebbe stato difficile recuperarli. La risposta dell’ex sotto segretario durante il governo Letta, Carlo Dell’Aringa, dopo una lunga telefonata con Confindustria, è stata che per quanto la precisazione fosse di buon senso, loro dovevano mantenere la teoria alla base della riforma, e comunque secondo Confindustria era più facile vendere le fabbriche così. Cioè, secondo Confindustria, le norme devono consentire agli imprenditori italiani di poter vendere agevolemente, libere dal carico della forza lavoro, le loro aziende.

Reazioni a sinistra e tesi del professor Gallino
A controbilanciare questa marea di riforme illogiche, deleterie e incostituzionali, si sta cercando da vari livelli a reagire. Una legge di iniziativa popolare è stata proposta dalla CGIL e un referendum abrogativo. Quest’ultimo puntroppo sarà principalmente buono per prendere tempo, perché gli italiani probabilmente se ne accorgeranno solo quando gli arriverà addosso, esattamente come era successo con la riforma Fonero. Purtroppo non si può aspettare che vada in peggio.

Secondo Airaudo le possibilità per una risalita ci possono ancora essere, ma offre anche un’altra opinione, quella di Luciano Gallino con cui SEL ha costruito la sua proposta di Green New Deal.

Secondo l’autorevole sociologo, i consumi al momento sono calati di 59 punti in termini di crescita, e ora persino una fantomatica ripresa dell’1 pare difficile, senza contare che ora le sutuazioni si fanno di anno in anno diverse.

Man mano che si andrà avanti con l’evoluzione tecnologica infatti, se prima per fare una macchina erano necessarie 8 ore di lavoro, ora ce ne vogliono solo 5 e meno manodopera grazie all’introduzione delle applicazioni informatiche.

Aggiungendo a questo una riduzione del reddito e della sicurezza dei lavoratori, in questo modo il capitalismo sega il ramo stesso su cui è costriito: chi produce non può comperare.
Tutto ciò va bene solo per chi esporta, sfruttando il combinato disposto, ma i consumi interni e la capacità per l’italiano medio di spendere rimarrà invariata, potrà solo andare peggio. Non solo, secondo Gallino, non torneremo alla situazione di prima, ma verranno ad aggiungersi anche altri problemi. Non basta più nemmeno spostare la fabbrica in Romania, perché i prodotti in Italia non te li compra nessuno.

Renzi va forte perché la gente vuole speranza, conclude l’onorevole Airaudo, ma con la sola speranza non si cambia la realtà e prima o poi si vedranno i fatti. Bisognerà per quel giorno costruire altemative, anche politiche. In Italia ci sono molte macerie e vigliaccheria, ma si può fare. Se governi prendono le parti dei più forti, siamo tornati agli anni ‘50 ed è questo ciò che sta accadendo. Infatti danno a Squinzi persino più cose di quelle chr hanno chiesto.

A livello politico sono cambiate molte cose in questi due anni, l’obiettivo deve essere andare contro il renzismo, stare con il mondo del lavoro opponendosi alla via speculativa. Bisogna ricostruire il rapporto di forza per non far vincere il racconto e Twitter. Nel momento in cui togliamo il co.co.pro e l’art 18 è finita un’epoca.

Giacomo Vendrame – Il rapporto tra Governo e CGIL

Sulla stessa linea si pone Giacomo Vendrame, che offre un punto di vista sull’argomento più legato al territorio. Nemmeno lui lesina critiche al Governo, riprendendo ed approfondendo proprio il fattore “racconto” tipico di Renzi, che infatti fa leva sulla propria capacità comunicativa e usa i dati che ha per rassicurare anche quando in realtà sta parlando delle peggiori nefandezze.

Renzi rassicura, ad esempio, dicendo di aver tolto le differenze nel mondo del lavoro, ma non entrando nei dettagli del come e in che modo ha omologato i lavoratori, non spiegando che è stato un gioco al ribasso e che le condizioni misere di certe categorie di lavoratori vengono ora estese anche agli altri. I discorsi servono a disinnescare la paura, non a dire quello che fa.

Per quanto riguarda la CGIL, a livello nazionale ci si ripropone di non fare lo stesso errore fatto in occasione della legge 30 (legge biagi) e di studiare il documento che verrà approvato attentamente. Il sindacato infatti deve essere certo di poter tutelare tutti e contrattare. Come la CGIL riuscirà a farlo dipenderà dal contingente, contingente che al momento non vede il Veneto in buone acque.

Tutele del lavoratore

I problemi del sindacato di fronte alle continue modifiche del governo, dipendono anche dalla necessità di scegliere come tutelare il lavoratore, in quanto in tutte le nuove varianti si presuppone sempre la capacità di prevedere per quanto tempo il lavoratore sarà disoccupato: NASPI, mobilità, ASBI per gli over 50 che però dura solo 6 mesi.
La priorità in questo frangente è essenzialmente cambiare la riforma Fornero, ma anche affrontare finalmente il problema della ricollocazione per i membri della categoria over 50.

In questo panorama, sarebbe stato prioritario persino il contratto a tutele crescenti se fosse servito per sopprimere l’enorme quantità di contratti precari, che invece non solo sono rimasti, ma hanno aggiunto anche un nuovo tipo di controatto fin troppo semplificato. Infatti, quando si modificano o creano nuovi contratti, bisogna considerare che il mercato del lavoro è liquido: blocchi con un paletto, passi dall’altra parte.

Bisogna mettere i paletti giusti al posto giusto e su questo lavorerà la CGIL anche se sarà difficile, specie con i contratti nazionali. L’obiettivo dev’essere unificare il mondo del lavoro, costruire un nuovo statuto, lavorare per modificare il sistema degli appalti, assicurando clausole sociali che tutelino i lavoratori durante il cambio di appalti. Proprio questo punto è stato troppo sottovalutato, anche dai sindacati, perché spesso si guarda solo all’azienda e non ai margini, aiutando a creare abissi tra chi lavora per le cooperative e chi è regolarmente assunto in fabbrica: lavorano nella stessa ditta ma sono divisi.

Il lavoro in Veneto
Dicembre, infatti, è stato un mese eccezionale come licenziamenti, nei mesi precedenti si prendevano in mano 300 licenziamenti in media, ma nel mese di dicembre si è saliti a ben 1085, e per un motivo ben preciso: molti hanno aspettato la scadenza della proroga che era stata garantita. Tutto questo in Veneto, dove c’è una forte vocazione all’export e quindi l’economia locale dovrebbe resistere

Molte colpe a livello locale vengono date anche al silenzio del governo regionale su temi importanti: Castelfranco è ora svuotata per quanto riguarda l’industria metalmeccanica, Motta di Livenza ha praticamente perduto il distretto industriale famoso per i mobili, categoria per cui il Veneto era tra i più importanti in Italia, la zona industriale di Susegana e il distretto di Montebelluna sono in sofferenza.
Pare che solo in questi ultimi giorni ci si stia ponendo il problema di come fare ad uscirne, ma arriva il tutto a 6 anni dalla crisi, una crisi che in Veneto non si era pronti a sostenere dal punto di vista culturale e a cui i veneti hanno risposto in molti casi con i suicidi, non solo di imprenditori, come dicono i giornali, ma anche di lavoratori dipendenti, che non sapevano come affrontare la nuova situazione. Invece di insegnare a chi perde il lavoro a leggere la nuova situazione e il nuovo mercato in cui ci si trova, ci sono formazioni, anche politiche come al Lega, che invece fomentano le paure.

In regione, Vendrame ha indicato come punto importante su cui è necessario lavorare quello della legalità, infatti Treviso, con le sue tante piccole aziende che nascono, vengono vendute e falliscono velocemente, è facile che si trasformi in una grande lavatrice, una macchina ripulitrice di denaro sporco così grande che non è possibile che possa sfuggire ad un uomo attento come Zaia. Senza contare che non si è mai pensato ad un piano sanità che pensi alle categorie deboli, come i pensionati o i disoccupati e la faccenda Mose è stata fatta passare in sordina.

Inoltre in Veneto si studia spesso in luoghi non idonei e non si presta dovuta attenzione al vero significato del rapporto scuola-azienda.

Il fattore conoscenza
Determinante risulta infatti il fattore conoscenza, senza si può solo fare di peggio. Ed è la conoscenza che al momento viene sottovalutata a tutti i livelli. Basta vedere gli stipendi dei ricercatori, per cui non c’è da stupirsi della loro fuga all’estero, laureati di alto livello che fanno altri tipi di lavoro perché le aziende non ne concepiscono il valore, che invece è essenziale sia nel campo dell’export sia per rinnovare le aziende ed i prodotti. Senza conoscenza non si cresce, anche perché per avere effettivamente un vero aumento degli occupati, non bastano le stime al +0,4%, bisogna come minimo arrivare ad un +2%.

Da qui in poi però il compito spetta alla politica, perché non è la CGIL che siede in parlamento. Per quanto sia facile attribuire colpa al sindacato e chiedere perché non ha fatto qualcosa nei vari momenti della nostra storia, ma la colpa non può essere solo sua. Spetta al Parlamento riprendere il proprio ruolo a dispetto della crescente esautorazione, perché se alla CGIL dovesse toccare ancora un eccesso di supplenza, sarebbe il modo più facile per garantirle l’accumulo di critica, mentre il sindacato deve continuare a svolgere il suo compito esternamente alla politica.

La crisi non la risolve la CGIL, conclude Vendrame, ma nemmeno le aziende come vuole il governo, perché se le aziende non sanno finalizzare i loro investimenti non si avrà mai una vera ripresa della crescita.

Conclusioni di Airaudo – Destino della sinistra e ruolo di SEL
L’onorevole Airaudo, a seguito delle domande poste in sala, ha precisato che per quanto riguarda i rapporti interni al centro-sinistra niente potrà più essere come prima, bisogna fare altro. Un segnale forte l’ha data al rottura tra Pd e CGIL, che non è tattica o su un singolo argomento, come Lama contro Berlinguer, non è una dialettica su un campo comune e condiviso, ma una lotta per mantenere la propria autonomia. O pensi che sia tutto momentaneo, o ha ragione Fulvio Colombo quando dice che Renzi viene da destra e vola a destra, ma nel frattempo ha dirottato il PD. Non è un caso che il massimo del suo consenso venga da destra.

Dopo lo strappo, la sinistra soffre, e in parte viene dirottata sula Movimento 5 Stelle e non va più a votare. Non basta sommare quello che c’è perché probabilmente tutte le forze esistenti sono inadeguate. Non esiste il Maradona di tumo, prima va creato il campo, poi arriverà il leader. Prima o poi anche le parti sociali dovranno darsi un riferimento politico, che difficilmente sarà qualcosa che esiste, visto che in commissione lavoro metà sono ex-sindacalisti ma non votano per i loro diritti.

Non si puo delegare alla CGIL e nemmeno a SEL. È positivo il dialogo con SEL della Camusso quando è venuta alla camera, ma è indubbio che fosse di cortesia, perché SEL è ancora troppo piccolo, siamo troppo pochi per svolgere quel compito. Possiamo però ricucire e aiutare.

C’è stata una destrutturazione pesante, che diffonde l’idea che alcune parti sociali non servono. Negli uffici pubblici, nei luoghi di lavoro, negli incontri a palazzo chigi alcune parti sociali non vengono più chiamate. È vero che alcuni tavoli erano estenuanti, ma il confronto ci deve essere. SEL può riaggregare e praticare la buona politica, lavorando per qualcosa più grande.
L’Italia ha le sue particolarità e quelle bisogna sfruttare. Spagna e Grecia non avevano asociazioni di volontariato, e quella parte qui sta ancora lavorando e deve avvicinarsi da sola ad un modo di fare politica in cui riconoscersi. Tsipras cominciò dal 2% dopo una scissione, Podemos è nata fuori dalla politica stessa.

La classe media in Grecia è collassata, ma anche qui ci sono problemi gravi in piccoli settori localizzati. I 4 mesi di proroga per gli sfratti, infatti, non fermeranno gli sfratti di migliaia di persone di qui a pochi mesi. Per le pensioni è prevista al massimo un’altra proroga, perchè non hanno intenzione di mettere mano alla legge Fornero che garantisce almeno 90 miliardi di euro.

Nel Parlamento però ben pochi sono disposti a votare contro questi provvedimenti, infatti Fassina e Civati sono soli lì, non hanno truppe a dispetto dell’elettorato originario del PD.

In compenso l’informazione è faziosa e attenta più alle bagarre che ai contenuti. Dopo la presentazione del Green New Deal, l’onorevole Airaudo rivela di non aver avuto alcuna richiesta di interviste nonostante l’apporto importante che poteva dare all’occupaizone italiana, mentre non appena è accaduta al ressa tra SEL e PD gliene sono state richieste tantissime.
Tutto ciò che SEL e chi vuole ricostruire la sinistra può fare al momeno è solo stare dalla parte dei sistemi sociali, perchè una volta che il progetto buono sarà partito. gli altri arriveranno, anche in overbooking. Bisognerà vincere la figura del premier vincente che fa paura e deve andare avanti, perché finchè si va avanti veloce non si discute. L’unico punto del PD in cui si discute ancora è la sua aprte a sinistra, ma è essenzialmente basata sul fatto se il PD sia ancora recuperabile o no.

Per informazioni sul progetto di Garibaldi e Boeri vedi:

http://archivio.panorama.it/economia/Lavoro-Tito-Boeri-le-mie-idee-per-la-riforma-L-INTERVISTA

http://www.lavoce.info/archives/30121/quali-tutele-quanto-crescenti/

Per informazione sulla legge Biagi

http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Biagi

Deborah Marcon20feb220fe320feb4

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Aumentano i seggi per consiglieri comunali nei piccoli comuni

Con l’entrata in vigore della legge Delrio, per la Marca sono previsti quasi 200 posti di amministratore da eleggere in più nei piccoli comuni. Ci si attivi per cominciare già dalle prossime elezioni. Immagine

All’interno di una riforma degli enti locali brutta e irricevibile come quella firmata da Delrio, approvata in via definitiva dal Parlamento e già in vigore, c’è un elemento, introdotto nel percorso parlamentare, che va in controtendenza rispetto alla riforma delle province, che costituisce il contenuto principale del provvedimento e che punta a eliminare il voto a suffragio universale per la scelta degli amministratori provinciali e consegnare invece la gestione delle province riformate agli accordi tra i politici (in pratica un rafforzamento della cosiddetta “casta”, a dispetto di ciò che si va raccontando). Si tratta dell’aumento dei consiglieri comunali e degli assessori nei comuni inferiori ai 10.000 abitanti. Nel corso degli ultimi anni sono stati via via tagliati migliaia di seggi di assessore e consigliere comunale; secondo Calderoli, che ebbe la brillante idea da ministro del governo Berlusconi, sarebbero addirittura 100.000. E’ così che, dal 2009,  con la legge finanziaria per il 2010, diventata operativa nel 2011, ad ogni elezioni amministrativa i consiglieri comunali, e provinciali, da eleggere sono sempre diminuiti del 20%.  Il taglio di Calderoli è poi stato confermato, e aumentato, da un decreto dell’estate 2011, sempre del governo Berlusconi.  Questo taglio di democrazia non ha prodotto né un riavvicinamento dei cittadini alla politica, né alcun risparmio significativo per le casse pubbliche, né alcun miglioramento della qualità dei governi locali e delle classi politiche locali. Si è solo ridotto il numero di cittadini che si occupano con costanza dell’amministrazione della propria città, che conoscono il funzionamento di un bilancio pubblico e le questioni urbanistiche e amministrative che gli enti locali devono affrontare e risolvere per governare il proprio territorio e la propria comunità di riferimento. E si è ridotta la possibilità di presenza in consiglio comunale delle minoranza, anche in presenza di minoranze del 20%, con una evidente lesione democratica.

L’elemento di controtendenza e positivo contenuto nella riforma Delrio, nonostante Delrio, è costituito dall’aumento da 6 a 10 dei consiglieri comunali dei comuni fino a 3000 abitanti, dell’aumento da 0 a 2 degli assessori nei comuni sotto i 1000 abitanti; nell’aumento da 7 a 12 dei consiglieri, e da 3 a 4 degli assessori, nei comuni da 3000 a 5000 abitanti; nell’aumento da 10 a 12 dei consiglieri nei comuni da 5000 a 10000 abitanti. Non viene toccata una fascia più numerosa di comuni, quella da 10.000  a 30.000, dove permane un problema di rappresentanza, dato il premio di maggioranza e gli sbarramenti matematici all’ingresso che diventano altissimi. Né i comuni più popolosi.

In totale vi sarà un aumento, a livello nazionale, di 26.000 cittadine e cittadini in più che si occuperanno della cosa pubblica. L’informazione, allineata al potere, ha preferito omettere questa informazione e far risaltare una presunta abolizione delle provincie, che in realtà significa solo l’abolizione di 3000 consiglieri eletti che si occupano dei problemi delle comunità provinciali per lasciare spazio a logiche spartitorie, gestite dalle segreterie di partito fuori da ogni controllo dell’opinione pubblica e della cittadinanza attiva.

Come si vede dalle tabelle sottostanti, gli attuali aumenti restano al di sotto della situazione precedente i tagli operati dal governo Berlusconi. Segno che permane l’idea che si debba rinsecchire la rappresentanza e la partecipazione democratica in quegli enti, come i piccoli comuni, dove nessuno riesce a vivere di politica con i gettoni di presenza o le basse indennità degli assessori. Il provvedimento non comporterà comunque alcun aumento dei costi, perché i comuni dovranno ridistribuire le poche risorse destinate agli amministratori senza aumentarle.

consiglieri

Abitanti comuni fino a Calderoli Dopo i tagli Adesso con la legge Delrio
Fino a 1000 12 6 10
Da 1000 a 3000 12 6 10
Da 3000 a 5000 16 7 12
Da 5000 a 10000 16 10 12
Da 10000 a 30000 20 16 16

 

assessori

Abitanti comuni fino a Calderoli Dopo i tagli Adesso con la legge Delrio
Fino a 1000 4 0 2
Da 1000 a 3000 4 2 2
Da 3000 a 5000 6 3 4
Da 5000 a 10000 6 4 4
Da 10000 a 30000 7 5 5

 

Si tratta comunque di un passo in avanti che, in provincia di Treviso, comporta un aumento dei seggi di consigliere comunale di circa 167 consiglieri e di circa 21 posti di assessore (“circa” perché calcolati sulla base dei residenti attuali e non sui dati dell’ultimo censimento, che sono il riferimento ufficiale per la determinazione dell’appartenenza di un comune a una fascia di popolazione o ad un’altra). Quindi poco meno di 200 amministratori vengono sottratti alla mannaia populista e antidemocratica imbracciata dalla casta per meglio tutelarsi.

La misura può essere operativa già dalle prossime elezioni comunali del 25 maggio. Ed è auspicabile che gli enti preposti, la Prefettura e i comuni interessati, si attivino al più presto per realizzare questo allargamento di partecipazione democratica.

Luca De Marco

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Renzi a Treviso: Solo parole ? No grazie

ImmaginePresidente Renzi, a Treviso porti non solo parole, ma opere concrete, e giuste

 L’intenzione del presidente del Consiglio di inaugurare il suo mandato visitando le scuole, e di partire da Treviso, è una buona intenzione alla quale ci auguriamo seguano i fatti.

  Nella nostra provincia vi sono situazioni pesanti di difficoltà strutturali negli istituti secondari superiori. La contrazione delle risorse destinate alla Provincia, attraverso l’azzeramento dei trasferimenti statali e la strettoia del patto di stabilità sulla possibilità di spesa delle risorse disponibili, rende difficile, se non impossibile, intervenire adeguatamente su alcuni punti critici, quali gli istituti di Castelfranco, a partire dal liceo Giorgione e dall’alberghiero Maffioli, il liceo Berto a Mogliano, l’istituto Duca degli Abruzzi a Treviso, il Pittoni a Conegliano, l’alberghiero di Vittorio Veneto e molte altre realtà che soffrono di mancanza di spazi, di carenze strutturali e di degrado degli edifici. Almeno 20 milioni di Euro servirebbero subito per le situazioni più urgenti.

 Gli istituti per la scuola dell’obbligo, di competenza dei comuni, subiscono le conseguenze del patto di stabilità e del taglio drastico dei trasferimenti agli enti locali. E i bandi attraverso i quali la Regione redistribuisce gli esigui stanziamenti statali, vengono spalmati in miriade di piccoli interventi anziché intervenire sui grossi interventi strutturali che possono realizzare un autentico salto di qualità nell’edilizia scolastica per i primi due cicli scolastici.

 Esiste un problema generale di messa in sicurezza degli edifici scolastici, e un problema specifico di messa in sicurezza sismica che riguarda buona parte del territorio provinciale. Un piano per l’edilizia scolastica deve porsi oggi anche ambiziosi traguardi riguardo all’efficienza energetica degli edifici, fino alla loro autosufficienza, e contribuire così all’abbassamento della bolletta energetica nazionale e alla qualità dell’ambiente e dell’aria.

 Perché un gesto simbolico non diventi l’ennesima promessa non mantenuta, bisogna che al gesto seguano scelte concrete con la messa a disposizione di adeguate risorse e con l’allentamento del patto di stabilità per gli enti locali. E che le risorse vengano distribuite secondo precise priorità di intervento, non lasciando che la mediazione regionale possa frazionare in troppi rivoli i pochi soldi disponibili ma finalizzando gli interventi secondo rigidi criteri di priorità.

 L’investimento per la scuola non può riguardare solo i muri, ma deve comprendere chi lavora e studia dentro quelle mura. L’istituzione scuola deve diventare il motore e il perno di una nuova idea di società, che riveda le priorità che il paese si è dato in questi anni. Veniamo da anni nei quali ha dominato la logica dei tagli; il famoso taglio da 8 miliardi alla scuola operato allegramente dalla famigerata Gelmini è ancora tra noi vivo e vegeto. Ai docenti si è pure ventilata a inizio anno l’ipotesi di riduzione di una parte degli stipendi arretrati, rientrata attraverso un ulteriore taglio ai fondi di istituto. Il Presidente Renzi ha sostenuto in parlamento che non servono nuove risorse per i docenti ma un cambio di mentalità. Risulta però difficile non partire dal fatto che abbiamo il corpo docente più anziano d’età e più malpagato d’Europa. Bisogna consentire il pensionamento per far posto a docenti più giovani e porsi in generale il problema di un sottofinanziamento di tutti gli istituti della conoscenza, a partire dalla scuola pubblica, che non può continuare senza compromettere irrimediabilmente quella possibilità di contribuire decisamente all’uscita dalla crisi che a parole tutti facilmente rionoscono al mondo dei saperi.

 Chiediamo inoltre al Presidente del Consiglio che assieme all’emergenza edilizia scolastica assuma l’emergenza relativa all’assetto idrogeologico del nostro paese. La nostra provincia ha subito in queste settimane allagamenti, frane, smottamenti: milioni di euro di danni. Ancora una volta mettendo a nudo tutta la fragilità di un territorio poco rispettato e deturpato nel corso degli anni da una politica scriteriatamente cementificatoria e poco rispettosa degli equilibri naturali. Prevenire costa meno che curare. Si predisponga un grande piano verde per la messa in sicurezza del territorio, con il quale dare lavoro e fare del bene all’ambiente, alla qualità della vita dei cittadini e alle casse pubbliche non più costrette ad aprirsi velocemente e ampiamente ad ogni ulteriore emergenza.

 Sia per l’edilizia scolastica che per gli interventi a favore del territorio, chiediamo che si reperiscano risorse anche attraverso il taglio delle spese per armamenti, a cominciare dai famigerati F-35 ai vari sofisticati sistemi d’arma dai costi esorbitanti.

 E infine, ma non per certo per ultimo, la drammatica crisi sociale ed economica nella quale non il caso malvagio ma precise scelte dei decisori europei e nazionali hanno avviluppato il nostro paese, trova un punto acuto di sofferenza in una delle aziende simbolo della nostra provincia come la Electrolux di Susegana. Siamo di fronte ad una vertenza paradigmatica, nella quale si era arrivati a mettere in contrapposizione il diritto al posto di lavoro e il diritto a ricevere un giusto (e basso) salario per quel lavoro; si era minacciato di delocalizzare in un altro paese europeo la produzione senza una disponibilità dei lavoratori a vedersi ridurre drasticamente il loro salario. La questione non è chiusa, e a essere chiamata in gioco deve essere la politica europea e la politica nazionale. La prima è praticamente inesistente, ed è auspicabile che dalle prossime elezioni europee emerga qualche segno tangibile della necessità di una dimensione politica e democratica della costruzione europea affinché non si tramuti definitivamente in incubo il sogno europeo. La politica nazionale non pare fino ad oggi aver dato le risposte necessarie per chiudere positivamente per i lavoratori la vertenza. Vista la sostituzione del ministro Zanonato con un ministro di chiare simpatie berlusconiane e liberiste ed esperta in pratiche di delocalizzazione, che non pare dare le migliori garanzie rispetto alla vertenza Electrolux, e visto che non ci pare che in Parlamento abbia nemmeno sfiorato la questione, è davvero il caso che il Presidente Renzi si faccia istruire in materia dagli operai per prendere coscienza della posta in gioco.

 Serve al nostro paese una politica industriale, e interventi per frenare, e non incentivare, la corsa al ribasso sui diritti e sui salari dei lavoratori.

L’allentamento dei vincoli del patto di stabilità per gli enti locali potrebbe anche liberare delle risorse (peraltro già presenti nelle casse di molti Comuni) utili, se non necessarie, per un intervento a sostegno delle persone più deboli.  Un numero sempre maggiore di disoccupati o cassintegrati non sanno più come affrontare le spese quotidiane o saldare le fatture per le utenze domestiche, e i servizi sociali dei Comuni non hanno fondi per garantire un sussidio.  Una maggiore disponibilità di risorse potrebbe anche permettere ai nostri Comuni di progettare piani di intervento per affrontare l’emergenza abitativa, visto che anche nella nostra provincia di Treviso sono ormai centinaia le famiglie sotto sfratto per morosità incolpevole. 

 In questa situazione di crisi che indebolisce anche la coesione sociale, è anche importante che lo Stato favorisca e sostenga tutti quegli istituti giuridici che garantiscano alle famiglie maggiore unità, e alle persone maggiore senso di appartenenza rispetto alla comunità di cui fanno parte.  È in questa prospettiva che riteniamo che la tutela di tutte le coppie fondate su vincolo affettivo, attraverso una unione civile pubblicamente riconosciuta, così come l’accesso alla cittadinanza italiana per i ragazzi nati in Italia in virtù dello “ius soli”, non siano capricci non urgenti né prioritari, ma vere occasioni per creare un corpo sociale più coeso e per consolidare il senso di solidarietà e di corresponsabilità tra le persone.

 

 

Luca De Marco, coordinatore Federazione provinciale SEL

Marco Pedretti, coordinatore Circolo SEL Treviso

Forum provinciale SEL Saperi 

Lascia un commento

Archiviato in Scuola, Uncategorized

SEL con Giulio Marcon al presidio dei lavoratori Electrolux a Susegana

Una delegazione di Sinistra Ecologia Libertà, composta dal deputato di collegio Giulio Marcon, il coordinatore provinciale Luca De Marco, il capogruppo in consiglio provinciale Luigi Amendola e in consiglio comunale a Treviso Said Chaibi, e compagne e compagni del circolo di Conegliano e del provinciale, ha portato sabato pomeriggio la propriaImmagineImmagine

solidarietà ai lavoratori in lotta della Electrolux presso il presidio fisso davanti all’ingresso dello stabilimento di Susegana.
Augustin Breda, della RSU, ha illustrato ai convenuti la situazione della trattativa e le questioni in gioco. Nei prossimi giorni i lavoratori in assemblea decideranno in merito alla prosecuzione e alla forme della mobilitazione, in rapporto agli ultimi sviluppi della vicenda.
Il deputato Marcon ha assicurato l’impegno del gruppo parlamentare a sostegno della difesa dei diritti del lavoro, a fronte di una vertenza che rischia di rappresentare un salto di paradigma nel quale di svalorizza il lavoro e si intacca una barriera finora invalicata come quella della drastica riduzione della retribuzione netta dei lavoratori in cambio della permanenza delle produzioni in Italia. La lettera di intenti di Electrolux, che si chiude con una forma ricattatoria rispetto alla lotta in atto, non rappresenta ancora la soluzione della vertenza. I deputati di SEL si adopereranno per allargare il fronte di sostegno e coinvolgere il maggior numero di parlamentari, anche delle altre forze politiche sensibili alla questione, per organizzare una presenza massiccia nei prossimi giorni a fianco dei lavoratori.
Luca De Marco ha assicurato il sostegno della Federazione provinciale e dei circoli territoriali di SEL ai lavoratori in lotta, e ha consegnato un contributo economico per le spese del presidio frutto di una colletta tra i membri dell’Assemblea provinciale di SEL.
Quasi nelle stesse ore, la deputata di SEL Serena Pellegrino portava la propria solidarietà al presidio dei lavoratori davanti allo stabilimento Electrolux di Porcia.

Lascia un commento

Archiviato in lavoro

Il Sindaco di Resana si alleggerisca la coscienza e liberi il posto

Accade anche questo: che il Sindaco di Resana (Tv) partecipi alla messa del prete lefevriano in memoria del “buon soldato” Priebke, si chieda se non siano più colpevoli i partigiani che rifiutarono di consegnarsi ai nazisti, equipari il proprio lavoro di sindaco a quello del boia nazista, perché deve applicare le leggi “criminali” su IMU e Tares senza potersi rifiutare.aaaaaaaa
Le dichiarazioni del Sindaco di Resana su Priebke sono assolutamente allucinanti e indegne di un pubblico amministratore della Repubblica Italiana. Dimostrano altresì una conoscenza dei fatti storici unilaterale, fondata sulle fonti filonaziste più che sulla realtà storica e giudiziaria. L’equiparazione morale tra l’attentato di via Rasella e la rappresaglia delle Fosse Ardeatine è già stata smentita, anche in sede legale, in maniera definitiva. Il quotidiano Il Giornale è stato condannato per aver operato questa falsa equiparazione basandosi su dati storici inventati. Non è vero infatti che i partigiani rifiutarono di consegnarsi ai nazisti dopo l’attentato e che perciò causarono l’eccidio nazista. Ricordiamo infatti il calendario degli eventi all’ignaro sindaco: l’attentato di via Rasella avviene il pomeriggio del 23 marzo 1944, la sera stessa Priebke ed altri ufficiali si applicano alla preparazione della lista di italiani da uccidere, il pomeriggio del giorno dopo comincia la mattanza dei 355 italiani all’interno delle cave. Solo il 25 compare un comunicato sui giornali romani che informa dell’attentato di via Rasella e aggiunge: “il comando tedesco ha perciò ordinato che per ogni tedesco assassinato, dieci comunisti-badogliani siano fucilati. L’ordine è già stato eseguito”. La fandonia per la quale i partigiani si siano rifiutati di consegnarsi ai tedeschi, che avrebbero minacciato in caso contrario di procedere a rappresaglia, fa parte del repertorio revisionista dei nostalgici del fascismo, al quale evidentemente di ispira il Sindaco di Resana.

Sostiene il Sindaco che egli non si sente moralmente superiore a Priebke perché deve applicare ai suoi cittadini la Tares e l’IMU. Priebke alla strage delle Fosse Ardeatine uccise personalmente due italiani, come era previsto facesse ogni ufficiale, e tenne la contabilità delle vittime, che a turni di 5 per 67 volte venivano condotti all’interno delle fosse e uccisi. L’operazione durò alcune ore, e diligentemente ad ogni turno il Priebke cancellava dalla lista le proprie vittime.

Se davvero il Sindaco è convinto che quello che egli fa come amministratore è equivalente alle azioni delle SS, allora Priebke forse aveva scrupoli morali superiori a quelli che dimostra il signor Sindaco, visto che la versione dell’ufficiale delle SS era di non potersi rifiutare dall’eseguire gli ordini, pena conseguenze molto più negative di quanto possa mai subire un sindaco che voglia istigare all’obiezione fiscale.

In questi giorni il sindaco del comune padovano di Casale di Scodosia si è dimesso contro le politiche fiscali del Governo. Consigliamo allora al sindaco di Resana di seguire l’esempio del suo collega, così potrebbe alleggerirsi la coscienza e smettere di considerarsi un boia, rifiutarsi di applicare leggi che definisce “criminali” e magari liberare un posto di amministratore pubblico occupato non del tutto degnamente, visto che tra compiti di un sindaco non rientra il revisionismo storico e la propaganda nazista. E considerando che il Comune di Resana è retto da una strana alleanza Lega-PD, farebbe anche una buona opera di chiarezza politica.

Ovviamente ci aspettiamo che su questo il PD sappia prendere le proprie opportune decisioni.

Luca De Marco
coordinatore provinciale SEL Treviso

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Decreto IMU, una scelta fiscale di destra

di Luca De Marco

Il decreto del governastro di larghe intese di giovedì scorso prevede misure fiscali che aumentano l’ingiustizia sociale, togliendo ai poveri per dare ai ricchi. Per brevità, potremmo definirlo un provvedimento che profuma di destra. Prendiamo solo alcuni punti:

Abolizione dell’IMU

si prevede l’abolizione della prima rata dell’IMU, che era già stata spostata a metà settembre, e ci si impegna a cancellare anche la seconda, quindi ad archiviare per sempre la tassa ideata dal governo Berlusconi e introdotta a fine 2011 dall’attuale maggioranza PD-PDL-centristi, che a quel tempo reggeva il governo di Monti. L’abolizione dell’Imu sulla prima casa non viene applicata solo ad alcune tipologie catastali, riferite a ville e abitazioni di lusso, che si riscontrano raramente. Nella sostanza, tutte le abitazioni nei centri storici delle grandi città, gli attici più prestigiosi, le villette fuori porta, la stragrande maggioranza delle residenze più esclusive di tutti i ricchi d’Italia saranno esentate dal pagamento dell’IMU, così come saranno esentati dal pagamento dell’IMU i parlamentari, i direttori di giornale, gli imprenditori, i generali, i professionisti più facoltosi, i grandi banchieri, gli evasori fiscali. In barba a tutte le promesse del PD, i ricchi vengono esentati dall’IMU, quindi passa in toto la proposta di Berlusconi. L’esenzione dell’Imu non rappresenta di per sé un grande vantaggio economico per chi ha già buone disponibilità, ma quel mancato introito andrà coperto dai soliti noti e quindi si traduce in uno spostamento di risorse dai poveri ai ricchi. C’è comunque un vantaggio economico per alcuni cittadini derivante dall’abolizione totale dell’IMU sulla prima casa, e guarda caso è un vantaggio crescente quanto più alto è il reddito. Secondo le elaborazioni dello stesso Ministero dell’Economia: “L’esenzione dall’IMU dell’abitazione principale avrebbe un effetto fortemente regressivo: il beneficio aumenterebbe al crescere delreddito complessivo.I contribuenti con redditi tra i 75 mila euro e i 120 mila euro risparmierebbero infatti 455 euro e quellicon redditi superiori a 120 mila euro 629 euro. Al contrario, il beneficio per i contribuenti più poveri sarebbe sensibilmente inferiore: per i contribuenti con reddito fino a 10 mila euro ilrisparmio sarebbe di soli 187 euro.” Quindi il Governo non può neppure affermare di non sapere quello che stava facendo, e quando Enrico Letta afferma di aver messo in pratica la proposta del PD in campagna elettorale, insulta il proprio partito.

Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Economia

A proposito di pensioni

di Luca De Marco
Le pensioni alte e altissime vanno tagliate, il modo lo si trova, basta volerlo veramente. E non c’entra il sistema retributivo e il sistema contributivo, sul quale la televisione e i media fanno troppa confusione.
bilancia_2Il sistema pensionistico italiano funziona comunque a ripartizione, cioè i contributi di quelli che lavorano servono a pagare le pensioni a quelli che non lavorano più. Quando questi pensionati super ricchi lavoravano, versavano i contributi per pagare le pensioni a quelli che avevano smesso. E magari versavano molto, perché il loro reddito era alto. Come tutti noi contribuenti paghiamo le tasse, e quindi le strade, la sanità, la difesa e tutti i servizi, in proporzione al nostro reddito, ma ne usufruiamo allo stesso modo.
Ora che hanno smesso, siamo noi che ancora lavoriamo a pagargli la pensione con i nostri contributi. La loro pensione non è quindi frutto dei loro contributi, ma dei contributi di tutti i lavoratori e datori di lavoro attivi. Bisognerebbe dunque smetterla con questa storia: “sì, ma se hanno versato i contributi…”, oppure “non hanno versato abbastanza contributi per avere la pensione così alta” ecc. In italia nessuno si paga lavorando la propria pensione pubblica, ma la paga a quelli che sono già in pensione e così matura il diritto a che altri facciano altrettanto quando in pensione ci andrà lui. Non possiamo far finta di avere un sistema a capitalizzazione, dove i contributi del singolo lavoratore vengono accantonati e investiti per farli fruttare, quello accade con i fondi e le assicurazioni private, non c’entra nulla con il sistema previdenziale.
Il sistema di calcolo, retributivo o contributivo, è solo un sistema per calcolare l’importo della pensione al momento della quiescenza, e il passaggio al calcolo contributivo della riforma Dini è servito in definitiva solo a ridurre l’importo delle pensioni, soprattutto per i lavoratori più poveri e con la carriera lavorativa più discontinua, condannando le giovani generazioni a doversi premunire in altro modo per la loro vecchiaia. Quindi se uno percepisce 90.000 euro al mese il vero problema è: quanti lavoratori attivi devono mantenere con i loro contributi quell’unico pensionato ? a occhio dovrebbero essere dai 100 ai 150 impiegati o operai, per un solo pensionato. Anzi è probabile che siano molti di più, magari centinaia, a pagare la pensione di quel signore, e che siano lavoratori precari. Infatti la cosiddetta gestione separata INPS, quella dove confluiscono i contributi dei lavoratori atipici (cococo, partite iva, ecc.), è da anni in attivo, in quanto sono ben pochi i precari in pensione e dunque a fronte delle entrate dei contributi sono poche le uscite per le pensioni erogate, e i soldi dei precari servono dunque a pagare le pensioni del fondo dei manager, o dei preti.
Quest’anno il fondo dei precari sarà in attivo di 8,6 miliardi, il fondo degli ex dirigenti di azienda sarà in passivo di 3,7 miliardi. Se in più i poveri precari, e i lavoratori dipendenti del settore privato, il cui fondo è anch’esso in leggero attivo, devono mantenere pure pensioni stratosferiche, chiaro che poi i conti totali dell’INPS non tornano !

Lascia un commento

Archiviato in lavoro

SEL sostiene la lotta dei lavoratori della Berco

BERCO-150x150

La rottura delle trattative sui licenziamenti alla Berco da parte della ThyssenKrupp, la multinazionale proprietaria degli stabilimenti della Berco spa, è un atto grave e un affronto nei confronti del Governo italiano, oltre che dei lavoratori.

Bene fanno i sindacati e i lavoratori a insistere nella protesta e nella proposta, e altrettanto faccia il Governo, affinché gli atteggiamenti arroganti non vengano premiati.

Sinistra Ecologia Libertà è al fianco dei lavoratori in questa drammatica lotta per il posto di lavoro. Nell’ultima seduta, il 22 luglio, il Consiglio Provinciale ha approvato, su proposta del nostro gruppo, un ordine del giorno che dichiara il sostegno della Provincia alla lotta dei lavoratori e impegna la Giunta Provinciale a chiedere il coinvolgimento dell’Ente nella vertenza. Chiediamo perciò alla Provincia di farsi parte attiva e di mobilitarsi in questa direzione-

Interrogazioni parlamentari sono state presentate in proposito dai nostri parlamentari, e di recente il deputato di SEL del nostro collegio, Giulio Marcon, ha incontrato a Castelfranco lo scorso 5 luglio una rappresentanza dei lavoratori per valutare tutte le forme di sostegno e di pressioni possibili per uno sblocco positivo della situazione.

I lavoratori della Berco con la loro lotta difendono non solo se stessi e le loro famiglie ma anche la nostra economia, e la dignità del lavoro e del nostro paese a fronte di atteggiamenti inaccettabili da parte di una multinazionale che qualche motivo di debito nei confronti dell’Italia continua ad averlo.
 
Luca De Marco
coord. prov. SEL

Lascia un commento

Archiviato in lavoro

Da Garbin parole inaccettabili e non accettate da SEL

Le parole del consigliere comunale Garbin di Cavarzere, gravemente offensive e sessiste nei confronti della leghista padovana che incitava allo stupro della ministra Kyenge, sono inaccettabili, e come tali non accettate da Sinistra Ecologia Libertà, la cui federazione provinciale di Venezia ha avviato le pratiche per l’allontanamento dal partito del consigliere.

SEL è impegnata in una dura battaglia per l’ecologia della politica: insulti sessisti, razzismi, volgarità gratuite, sono estranei all’idea di impegno civile che intendiamo portare avanti nella società e nelle istituzioni.

Sappiamo che nel nostro paese la strada da fare è ancora lunga, e questo episodio ne è una testimonianza. Ma questo impegno è parte costitutiva e irrinunciabile del progetto politico di SEL, che su questo sarà coerente e determinata, sia quando gli sproloqui arrivano da parti politiche avverse, sia a maggior ragione quando nascono nel proprio seno.

Luca De Marco

coord. prov. Sel Tv

Lascia un commento

Archiviato in etica

PaTreVe e città metropolitane, un progetto centralistico e autoritario

dal governastro di larghe intese si prepara una offensiva centralistica e autoritaria sul governo locale

di Luca De Marco

Si fa un gran parlare, nel dibattito pubblico locale, del progetto della città metropolitana PaTreVe, visto come il baluardo della modernità contro i conservatorismi. Se ne fa un gran parlare che forse è un troppo parlare. Troppo per non pensare che, forse, tante dichiarazioni entusiastiche a favore del nuovo ente nascondano la difficoltà di articolare proposte e idee per fronteggiare la crisi, e quindi ce la si prenda con il sistema istituzionale per sviare l’attenzione critica dagli attori politici che quelle istituzioni hanno governato. Con lo stesso meccanismo diversivo, a livello nazionale si invoca la necessità di una riforma delle istituzioni e della Costituzione, come se risiedesse lì l’origine delle difficoltà del paese e non invece nell’utilizzo che della Costituzione e delle istituzioni hanno fatto le classi politiche che hanno governato negli ultimi anni.

https://i1.wp.com/img201.imageshack.us/img201/624/patreve.jpgIl Governo Monti aveva imposto per decreto, all’interno del “SalvaItalia” e della “Spending Review”, una riforma delle Province e delle città metropolitane che fissava anche delle scadenze temporali precise. La riforma prevedeva la diminuzione del numero di province per accorpamento, la eliminazione degli assessori e delle elezioni provinciali (le province sarebbero diventate enti di secondo livello ma non sarebbero state abolite), la sostituzione delle province relative ai 10 maggiori comuni italiani (all’incirca) con le rispettive città metropolitane a partire dal 1 gennaio 2014. La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale, lo scorso 3 luglio, tutta la normativa introdotta in materia da Monti e dalla sua maggioranza, perché è un utilizzo illegittimo dello strumento del decreto d’urgenza quello di inserirvi delle riforme istituzionali.

Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Politica