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Dalla parte della scuola Casteller

casteller.jpgL’incredibile vicenda della scuola media Casteller di Paese, dove le proteste, per quanto isolate, di qualche genitore per la prevista presenza di due profughi ha portato la Caritas a desistere dal progetto di collaborazione con la scuola, e ha invece scatenato la destra, con l’assessore regionale all’Istruzione Donazzan che annuncia una ispezione all’istituto scolastico, colpevole evidentemente di svolgere bene il proprio servizio pubblico, rappresenta una ennesima sconfitta della civiltà e del pensiero, ad opera di una subcultura xenofoba, razzista e discriminatoria che trova tristemente interpreti entusiasti nelle istituzioni venete.

Stiamo dalla parte della scuola Casteller, che come va facendo da anni fornisce agli studenti degli strumenti per la conoscenza della realtà in cui vivono e si troveranno a vivere, che piaccia o non piaccia a dei politicanti oscurantisti cultori di un loro piccolo e immaginario mondo antico.

Questa continua strumentalizzazione politica da parte dei sodali ed emuli di Donald Trump e Marine Le Pen delle istituzioni scolastiche svela la radice totalitaria della loro cultura politica. La scuola della Repubblica va tenuta fuori dai loro meschini calcoli elettorali e tutelata dalla loro guerra contro la conoscenza.

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Per una scuola democratica

All’Italia serve una scuola democratica

e alla Scuola serve un Sindacato Nuovo

1. Dirigente padrone o Preside elettivo?

La riforma della scuola che il governo Renzi intende imporre all’Italia è, in realtà, la vittoria di quanti negli ultimi anni vogliono imporre un modello aziendale e manageriale alla scuola pubblica del nostro Paese.

Termini come “concorrenza” e “competizione” sono ormai entrati nel lessico comune anche parlando di scuola, ma la competizione e la concorrenza tra gli insegnanti e tra le scuole sono quanto di più scuolpubb_benecomunelontano ci sia dall’insegnamento, inteso nel senso più autentico e fecondo del termine.

Per favorire l’azione didattica, in una scuola è fondamentale che regni l’armonia e la collaborazione tra gli insegnanti, cose che difficilmente potranno esistere se i docenti saranno in competizione permanente tra loro e se vedranno nei colleghi degli avversari con cui contendersi i favori del dirigente-padrone; e invece di chiedere consiglio e di confrontarsi coi colleghi , si cercherà piuttosto il modo per emergere su di loro: una vera barbarie!

E che senso ha confrontare con logica aziendale, e quindi porre in competizione tra loro, scuole molto diverse per situazione ambientale, sociale, umana? Nel valutare l’operato di una scuola e dei suoi insegnanti ci possiamo dimenticare delle situazioni di partenza, che ovviamente determinano in molta parte quelle d’arrivo?

Ricordiamoci che nella vita e nella società non tutto è mercato, che la scuola non è un’azienda e che i risultati dell’insegnamento non sono prodotti commerciali.

Ma alcuni non la pensano così e la vedono proprio come un’azienda; e un’azienda non è tale se non è guidata da un manager: ecco il senso dell’ulteriore rafforzamento dei dirigenti scolastici che con la riforma di Renzi potranno definire il piano triennale dell’offerta formativa (cioè decidere cosa produrre), scegliere i docenti da assumere ( cioè diventare i padroni che decidono chi assumere), premiare i “migliori” (cioè consolidare il loro aspetto padronale con incentivi economici decisi da loro). Va da sé che una scuola così è la negazione della scuola pubblica che avevamo conosciuto; il bello è che ce la vendono come il modo per migliorare la scuola italiana, da anni invece sottoposta a tagli delle risorse di vario e diverso tipo. E non cambierà la sostanza delle cose qualche correttivo che dovesse essere apportato al testo di partenza: resterà sempre lo spirito di questa legge, che si pone in diretta continuità con la ex proposta di legge Aprea.

E’ di questo che l’Italia ha bisogno? Credo proprio di no!

Vogliamo davvero che le scuole pubbliche (e dunque per loro natura trasversali) possano nel tempo diventare scuole a immagine e somiglianza del loro dirigente scolastico, caratterizzate in un determinato senso culturale, ideologico, politico? Questo è un rischio concreto, se il manager può assumere chi ritiene più “adatto”.

E oltre a ciò, vogliamo davvero che si rischi di arrivare ad assumere gli “amici” e gli “amici degli amici”, introducendo il malaffare e la corruzione nella scuola, uno dei pochi settori finora indenni nello sfacelo morale dei nostri anni?

Non mi sembra che questo sia un pericolo fantasioso e alla politica spetta il compito di migliorare la scuola, non di distruggerla.

L’Italia attraversa, a mio parere, una fase di involuzione autoritaria della sua cultura politica: dobbiamo ricostruire dal basso una diffusa cultura democratica e dobbiamo cominciare a farlo proprio dalla scuola rafforzandone gli aspetti democratici, a suo tempo introdotti con gli organi collegiali .

E’ nostro compito lanciare la sfida al partito aziendalista e portare la scuola ad essere un’autentica comunità democratica della cultura: perciò è tempo che venga riformata la testa delle istituzioni scolastiche e che si dia vero senso all’Autonomia scolastica: dobbiamo abolire la figura del dirigente scolastico di nomina amministrativa (altro che trasformarlo in manager-padrone !) e istituire il Preside eletto dalla comunità scolastica, un docente primus inter pares responsabile della didattica.

Va da sé che il preside eletto non dovrà essere un manager-padrone ma il riferimento e il responsabile della attuazione delle scelte didattiche operate democraticamente dalla scuola; e la scuola sarà modello vivente di democrazia, con insegnanti liberi e in grado quindi di insegnare il valore della libertà (non degli “yes-man”, come altri vorrebbero).

Questa è la vera sfida! Alla politica spetta il compito di portare la scuola verso questa nuova realtà; ai partiti spetta il compito di proporre questa idea alternativa di sistema scolastico per ridare slancio e vigore ai valori repubblicani nella scuola e nella società.

§§

2. Sindacato nuovo?

I docenti e il personale non docente, oltre agli studenti, stanno attuando la loro resistenza alla riforma Renzi e lo abbiamo visto di recente con l’adesione massiccia allo sciopero unitario proclamato dai sindacati per il 5 maggio scorso, consapevoli tutti della gravità dei pericoli che corrono la scuola e la cultura democratica: bene. E dopo?

In passato abbiamo già visto che l’unità dell’azione sindacale è durata molto poco; come non ricordare per esempio il grande sciopero del 2008 e l’unità subito frantumatasi? Spesso poi sono stati proclamati scioperi che coinvolgevano questo o quel sindacato, o questi piuttosto che quegli altri. Ma la divisione fa il gioco della controparte e i lavoratori della scuola non ne possono più: vogliono una volta per tutte l’unità sindacale.

Ovviamente ogni sindacato ha, legittimamente, la sua storia, la sua identità, la sua struttura, i suoi programmi, non sempre coincidenti con quelli degli altri, e tutto ciò è difficile da superare.

Ma la storia si muove, la società va avanti, e non possiamo arrenderci all’idea che i lavoratori della scuola (vorrei dire: i lavoratori in generale) non possano avere un Sindacato Nuovo, un sindacato unito che superi le divisioni in modo permanente, organico, stabile.

Perché non individuare quei punti e obiettivi programmatici sicuramente comuni a tutti e cominciare un percorso unificante creando una Federazione Nazionale della Scuola? Questa potrebbe essere un contenitore comune dentro il quale gli attuali sindacati potrebbero anche continuare a mantenere le loro individualità, ma ricondotte a unità per le lotte comuni. Poi, nel proseguo degli anni, la cosa potrebbe evolvere ulteriormente, oppure no, se risultasse impossibile, ma qualcosa di unito ci sarebbe comunque. Intanto cominciamo, poi si vedrà.

Il momento è maturo : proviamoci.

12 maggio 2015

Stefano Fumarola

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Renzi a Treviso: Solo parole ? No grazie

ImmaginePresidente Renzi, a Treviso porti non solo parole, ma opere concrete, e giuste

 L’intenzione del presidente del Consiglio di inaugurare il suo mandato visitando le scuole, e di partire da Treviso, è una buona intenzione alla quale ci auguriamo seguano i fatti.

  Nella nostra provincia vi sono situazioni pesanti di difficoltà strutturali negli istituti secondari superiori. La contrazione delle risorse destinate alla Provincia, attraverso l’azzeramento dei trasferimenti statali e la strettoia del patto di stabilità sulla possibilità di spesa delle risorse disponibili, rende difficile, se non impossibile, intervenire adeguatamente su alcuni punti critici, quali gli istituti di Castelfranco, a partire dal liceo Giorgione e dall’alberghiero Maffioli, il liceo Berto a Mogliano, l’istituto Duca degli Abruzzi a Treviso, il Pittoni a Conegliano, l’alberghiero di Vittorio Veneto e molte altre realtà che soffrono di mancanza di spazi, di carenze strutturali e di degrado degli edifici. Almeno 20 milioni di Euro servirebbero subito per le situazioni più urgenti.

 Gli istituti per la scuola dell’obbligo, di competenza dei comuni, subiscono le conseguenze del patto di stabilità e del taglio drastico dei trasferimenti agli enti locali. E i bandi attraverso i quali la Regione redistribuisce gli esigui stanziamenti statali, vengono spalmati in miriade di piccoli interventi anziché intervenire sui grossi interventi strutturali che possono realizzare un autentico salto di qualità nell’edilizia scolastica per i primi due cicli scolastici.

 Esiste un problema generale di messa in sicurezza degli edifici scolastici, e un problema specifico di messa in sicurezza sismica che riguarda buona parte del territorio provinciale. Un piano per l’edilizia scolastica deve porsi oggi anche ambiziosi traguardi riguardo all’efficienza energetica degli edifici, fino alla loro autosufficienza, e contribuire così all’abbassamento della bolletta energetica nazionale e alla qualità dell’ambiente e dell’aria.

 Perché un gesto simbolico non diventi l’ennesima promessa non mantenuta, bisogna che al gesto seguano scelte concrete con la messa a disposizione di adeguate risorse e con l’allentamento del patto di stabilità per gli enti locali. E che le risorse vengano distribuite secondo precise priorità di intervento, non lasciando che la mediazione regionale possa frazionare in troppi rivoli i pochi soldi disponibili ma finalizzando gli interventi secondo rigidi criteri di priorità.

 L’investimento per la scuola non può riguardare solo i muri, ma deve comprendere chi lavora e studia dentro quelle mura. L’istituzione scuola deve diventare il motore e il perno di una nuova idea di società, che riveda le priorità che il paese si è dato in questi anni. Veniamo da anni nei quali ha dominato la logica dei tagli; il famoso taglio da 8 miliardi alla scuola operato allegramente dalla famigerata Gelmini è ancora tra noi vivo e vegeto. Ai docenti si è pure ventilata a inizio anno l’ipotesi di riduzione di una parte degli stipendi arretrati, rientrata attraverso un ulteriore taglio ai fondi di istituto. Il Presidente Renzi ha sostenuto in parlamento che non servono nuove risorse per i docenti ma un cambio di mentalità. Risulta però difficile non partire dal fatto che abbiamo il corpo docente più anziano d’età e più malpagato d’Europa. Bisogna consentire il pensionamento per far posto a docenti più giovani e porsi in generale il problema di un sottofinanziamento di tutti gli istituti della conoscenza, a partire dalla scuola pubblica, che non può continuare senza compromettere irrimediabilmente quella possibilità di contribuire decisamente all’uscita dalla crisi che a parole tutti facilmente rionoscono al mondo dei saperi.

 Chiediamo inoltre al Presidente del Consiglio che assieme all’emergenza edilizia scolastica assuma l’emergenza relativa all’assetto idrogeologico del nostro paese. La nostra provincia ha subito in queste settimane allagamenti, frane, smottamenti: milioni di euro di danni. Ancora una volta mettendo a nudo tutta la fragilità di un territorio poco rispettato e deturpato nel corso degli anni da una politica scriteriatamente cementificatoria e poco rispettosa degli equilibri naturali. Prevenire costa meno che curare. Si predisponga un grande piano verde per la messa in sicurezza del territorio, con il quale dare lavoro e fare del bene all’ambiente, alla qualità della vita dei cittadini e alle casse pubbliche non più costrette ad aprirsi velocemente e ampiamente ad ogni ulteriore emergenza.

 Sia per l’edilizia scolastica che per gli interventi a favore del territorio, chiediamo che si reperiscano risorse anche attraverso il taglio delle spese per armamenti, a cominciare dai famigerati F-35 ai vari sofisticati sistemi d’arma dai costi esorbitanti.

 E infine, ma non per certo per ultimo, la drammatica crisi sociale ed economica nella quale non il caso malvagio ma precise scelte dei decisori europei e nazionali hanno avviluppato il nostro paese, trova un punto acuto di sofferenza in una delle aziende simbolo della nostra provincia come la Electrolux di Susegana. Siamo di fronte ad una vertenza paradigmatica, nella quale si era arrivati a mettere in contrapposizione il diritto al posto di lavoro e il diritto a ricevere un giusto (e basso) salario per quel lavoro; si era minacciato di delocalizzare in un altro paese europeo la produzione senza una disponibilità dei lavoratori a vedersi ridurre drasticamente il loro salario. La questione non è chiusa, e a essere chiamata in gioco deve essere la politica europea e la politica nazionale. La prima è praticamente inesistente, ed è auspicabile che dalle prossime elezioni europee emerga qualche segno tangibile della necessità di una dimensione politica e democratica della costruzione europea affinché non si tramuti definitivamente in incubo il sogno europeo. La politica nazionale non pare fino ad oggi aver dato le risposte necessarie per chiudere positivamente per i lavoratori la vertenza. Vista la sostituzione del ministro Zanonato con un ministro di chiare simpatie berlusconiane e liberiste ed esperta in pratiche di delocalizzazione, che non pare dare le migliori garanzie rispetto alla vertenza Electrolux, e visto che non ci pare che in Parlamento abbia nemmeno sfiorato la questione, è davvero il caso che il Presidente Renzi si faccia istruire in materia dagli operai per prendere coscienza della posta in gioco.

 Serve al nostro paese una politica industriale, e interventi per frenare, e non incentivare, la corsa al ribasso sui diritti e sui salari dei lavoratori.

L’allentamento dei vincoli del patto di stabilità per gli enti locali potrebbe anche liberare delle risorse (peraltro già presenti nelle casse di molti Comuni) utili, se non necessarie, per un intervento a sostegno delle persone più deboli.  Un numero sempre maggiore di disoccupati o cassintegrati non sanno più come affrontare le spese quotidiane o saldare le fatture per le utenze domestiche, e i servizi sociali dei Comuni non hanno fondi per garantire un sussidio.  Una maggiore disponibilità di risorse potrebbe anche permettere ai nostri Comuni di progettare piani di intervento per affrontare l’emergenza abitativa, visto che anche nella nostra provincia di Treviso sono ormai centinaia le famiglie sotto sfratto per morosità incolpevole. 

 In questa situazione di crisi che indebolisce anche la coesione sociale, è anche importante che lo Stato favorisca e sostenga tutti quegli istituti giuridici che garantiscano alle famiglie maggiore unità, e alle persone maggiore senso di appartenenza rispetto alla comunità di cui fanno parte.  È in questa prospettiva che riteniamo che la tutela di tutte le coppie fondate su vincolo affettivo, attraverso una unione civile pubblicamente riconosciuta, così come l’accesso alla cittadinanza italiana per i ragazzi nati in Italia in virtù dello “ius soli”, non siano capricci non urgenti né prioritari, ma vere occasioni per creare un corpo sociale più coeso e per consolidare il senso di solidarietà e di corresponsabilità tra le persone.

 

 

Luca De Marco, coordinatore Federazione provinciale SEL

Marco Pedretti, coordinatore Circolo SEL Treviso

Forum provinciale SEL Saperi 

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al Consiglio Provinciale

di Luca De Marco

La maggioranza rifiuta lo stanziamento anticrisi e va in confusione sui tagli alla scuola

Serata densa ieri sera al Consiglio Provinciale. Come primo punto è stato approvato l’ordine del giorno presentato da Lorenzo Biagi e Stefano Dall’Agata, e illustrato in aula da Dall’Agata, contro il taglio deciso dal Governo alle agevolazioni postali delle quali usufruiscono le associazioni di volontariato per diffondere i propri fogli informativi.  Sull’ordine del giorno si sono pronunciati favorevolmente anche i capigruppo di maggioranza, e il documento è stato approvato all’unanimità.

Il Consiglio ha poi esaminato il rendiconto del Bilancio 2009, la destinazione dell’avanzo di amministrazione e la variazione del piano triennale delle opere pubbliche. Rispetto all’accantonamento di 14 milioni dell’avanzo di amministrazione, che la Giunta si riserva di destinare  in seguito, abbiamo chiesto che almeno 1 milione di questi venga destinato subito ad un provvedimento anticrisi. Il fondo stanziato lo scorso anno di 500.000,00 è esaurito ormai da settimane e oggi non vi è alcuna forma di sostegno specifico e diretto ai lavoratori e alle famiglie colpite dalla crisi da parte della Provincia. La nostra richiesta non è stata accolta, e anche per questo tutti i gruppi del centrosinistra hanno espresso voto contrario.

Per ultimo è stato discusso l’ordine del giorno che abbiamo presentato contro i tagli alla scuola e al personale docente annunciati dalle circolari del ministero dell’Istruzione e dell’Ufficio Scolastico Regionale. La previsione realizza una penalizzazione particolare per le scuole della provincia di Treviso, che sarebbero quelle con la più alta quantità di tagli. A questo punto si è sviluppata una discussione a tratti surreale, con sbandamenti della maggioranza che hanno creato una situazione di confusione vista poche volte in consiglio. Dopo l’illustrazione dell’ordine del giorno, il Capogruppo di Forza Italia Gianpiero Favaro chiede di rinviare l’ordine del giorno ad una commissione da convocare per affrontare la questione nell’ottica di una gestione regionale dell’organizzazione scolastica. Interviene anche l’Assessore all’Istruzione Carla Puppinato che riferisce di una “situazione molto difficile”, con un fronte caldo delle scuole trevigiane in allarme per la pesantezza dei tagli, e riferisce che gli assessori provinciali all’istruzione del Veneto hanno chiesto un incontro con il Ministro per affrontare la questioni dei tagli. Come proponenti concordiamo sull’approfondimento in commissione,  ma vista l’urgenza della questione, che si sta definendo in questi giorni, chiediamo che si proceda all’approvazione dell’ordine del giorno, per dare un messaggio chiaro da parte dell’assemblea elettiva della Provincia e rafforzare le posizioni che l’Assessore potrà sostenere ai tavoli competenti. A questo punto il capogruppo Favero ha reiterato la sua richiesta di rinvio dell’ordine del giorno in forma di mozione d’ordine, chiedendo venisse messo in votazione il rinvio. Il capogruppo della Lega, Granello, sosteneva la non conoscenza della questione da parte del suo gruppo, e dunque l’esigenza di riparlarne in altra sede, spostando la questione in commissione. Interveniva nuovamente l’Assessore, in dissenso dalla maggioranza, riferendo di avere chiesto alle autorità competenti i dati, ad esempio sull’andamento delle iscrizioni, in base ai quali sono stati programmati i tagli e la penalizzazione di Treviso, ma di aver riscontrato una situazione di profonda carenza conoscitiva, tali da rendere ingiustificabile la ripartizione proposta dei tagli. A fronte di questo deciso intervento dell’Assessore contro la logica del rinvio della sua maggioranza, il capogruppo della Lega Nord annuncia che la maggioranza si asterrà sull’ordine del giorno. Al tempo stesso, il capogruppo di Forza Italia insiste nel mettere prima ai voti il rinvio dell’ordine del giorno alla commissione. Come minoranze facciamo presente la contraddittorietà delle due posizioni, ma Presidente del Consiglio e Segretario Generale, incredibilmente, dicono che si può fare. Si verifica dunque la seguente situazione: la maggioranza approva una mozione d’ordine per spostare l’ordine del giorno in commissione, e subito dopo, come nulla fosse successo, si procede comunque alla votazione di quell’ordine del giorno appena prima rinviato ad altra sede. Nella votazione la maggioranza si astiene, a parte il consigliere leghista Pizzinato che vota contro. Secondo il regolamento del Consiglio Provinciale per approvare un deliberato serve che la maggioranza dei voti espressi sia favorevoli, dunque il voto di astensione equivale a voto negativo, come accade al Senato. Di conseguenza, l’ordine del giorno non è approvato. Non sappiamo se questo fosse l’esito effettivamente voluto da parte della maggioranza, che non sembra ben padroneggiare i regolamenti. Certamente è emersa dalla discussione una forte differenza di sensibilità sulla questione dei tagli alla scuola  trevigiana da parte dell’assessore di competenza e della sua maggioranza. Siamo comunque soddisfatti per aver posto all’attenzione, anche della maggioranza, un tema importante per il futuro del nostro paese e della nostra provincia come quella della qualità e delle dotazioni del sistema formativo, nonché per il presente delle famiglie che si trovano spesso a dover sborsare di tasca propria per far fronte al progressivo impoverimento dei mezzi a disposizione delle scuole.

Dietro la propaganda sulla riforma della scuola si nasconde la realtà di una politica fatta di tagli e riduzioni di personale e di risorse a disposizione della scuola pubblica. Ci si prepara così un futuro sempre più grigio per il nostro paese, con un abbassamento del livello di coesione sociale e nazionale. Serve una reazione forte, per non arrendersi al declino al quale si vorrebbe consegnare la scuola pubblica italiana.

il testo dell’ordine del giorno contro i tagli: odg tagli scuola.pdf

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se… allora!

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