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a Vittorio Veneto: Riprendiamoci la città

RIPRENDIAMOCI LA CITTA2-page-001

Secoli di storia hanno consegnato a Vittorio un ricco patrimonio architettonico e una eccezionale struttura urbanistica policentrica, in cui la  fusione degli insediamenti originari ha sviluppato  un tessuto a maglie larghe, dove l’alternanza tra pieni e vuoti è un tratto identitario irrinunciabile e dove il verde non è un “vuoto” da riempire, ma l’elemento costitutivo di un irrepetibile equilibrio.

Tutta la città offre spazi di qualità, sia costruiti (abbondanza di contenitori storici, edilizia con ridotta densità abitativa e standard di verde elevati), sia naturali (le colline che entrano dentro la città e ne diventano parte, le aree agricole ancora in buona parte integre a ovest della ferrovia, nei prati del Meschio, a Vendran), sia urbani (parchi, orti, assi lungo i corsi d’acqua) che creano pause di verde nella continuità edilizia e che, per quanto parzialmente invasi, sono ancora riconoscibili intorno ai primitivi nuclei storici.

Questa  struttura urbana si è mantenuta abbastanza integra, insieme a una  certa omogeneità  architettonica, sia perché è stata “saltata” la fase dell’economia della  grande impresa, che ha stravolto per sempre  molte città venete, sia perché quasi  tutte le amministrazioni hanno sufficientemente rispettato la memoria urbanistica cittadina, evitando eccessi di consumo del suolo e interventi distruttivi.

Certo gli strappi ci sono stati, prima nei paranoici anni sessanta e poi negli ultimi 15 anni, quando i guasti sono stati solo in parte contenuti dai morsi della crisi, che ha bloccato (speriamo definitivamente) mostri come la torre di 33 metri in centro o il mega-complesso ex-carnielli, ma non lo stravolgimento ambientale del traforo di S. Augusta.

Ora però la nostra città si trova  di fronte a uno snodo storico fondamentale, che pretende un urgente ripensamento della sua funzione/immagine.

Si è infatti definitivamente esaurita la fase otto/novecentesca in cui Vittorio era un rilevante centro industriale. Negli ultimi tempi sono state dismesse  tutte le aree industriali  collocate nel tessuto cittadino (Carnielli, Cini, Morassutti, Colussi, Italcementi, Snia, per citare solo le più grandi), liberando una enormità di spazi.

Nel 2013 si  è conclusa  dopo 60 anni anche la fase “militare”, con il trasferimento del I FOD (ex V Corpo d’Armata) e la chiusura di tutte le imponenti strutture militari.

La fine della Vittorio Veneto industriale e militare ci  obbliga a inventare una nuova “idea” per la nostra città, se non vogliamo lasciarla annegare  nei suoi vuoti.

La situazione è  ricca di opportunità,  ma anche di rischi.

L’abbondanza di volumetria libera e la qualità urbana generale potrebbero infatti consentire di identificare Vittorio come  una di quelle aree che a livello europeo  vengono definite “Aree di riserva dello sviluppo”. Decentrate rispetto alle zone metropolitane ma ad esse ben collegate, vengono apprezzate perché dotate di spazio di qualità in cui insediare residenze di buon livello, sviluppare potenzialità turistiche, attivare sedi e servizi di produzione immateriale, fondati su innovazione e  ricerca.

Valorizzando e potenziando queste specificità  si potrebbe dare a Vittorio una prospettiva di sviluppo fondato sulla qualità del vivere e del produrre, aperto ai giovani e alle esperienze innovative.

Va però tenuto ben presente che c’è il rischio che questa enorme ricchezza di spazio possa trasformarsi in un grande affare per pochi, o in una miserabile svendita  per tamponare il bilancio comunale.

Sono perciò necessarie scelte di visione politica e di metodo ragionate e programmate.

Non è corretto procedere alla cieca e mettere ogni volta i cittadini di fronte al fatto compiuto con la scusa dell’urgenza: il PAT, la riconversione delle caserme, i trasporti e le relative infrastrutture vanno messi a sistema nell’ambito di un progetto strategico e di largo respiro per la città, che va partecipato e condiviso in piena trasparenza.

Noi proponiamo all’amministrazione:

-di riaprire il percorso di consultazione del PAT, stante il fatto che sono passati oltre 6 anni dalla conclusione della precedente fase, peraltro realizzata in modo frettoloso e all’insegna della blindatura antidemocratica, garantendo d’ora in poi per le restanti fasi di stesura del Piano modalità e strumenti certi di informazione e trasparenza

di organizzare immediatamente una Conferenza per la programmazione strategica della città, che preveda un ampio confronto fra le componenti socio-economiche-professionali-culturali-politiche che compongono la città al fine di individuare gli indirizzi portanti  dello sviluppo urbanistico, nonché ipotizzare  tempi, modalità e  risorse per la realizzazione dei progetti.

Riteniamo però che, al di là degli impegni che competono a chi governa la città, i cittadini possano attivare in prima persona  forme auto-organizzate di partecipazione e di decisione, creando autonomamente sedi e momenti per confrontarsi e costruire proposte.

Questa serata vorrebbe essere il punto di partenza di una sperimentazione di progettazione collettiva, che metta insieme intuizioni e competenze, creatività e professionalità, con la finalità di costruire insieme una nuova  idea di città che sia capace di futuro.

Lo strumento potrebbe essere la creazione di un gruppo di urbanistica partecipata, che abbia le caratteristiche della trasversalità e della molteplicità culturale: una forma di concorso di idee permanente auto-organizzato e auto-gestito, finanziato solo dalla passione e dalla voglia di dare un contributo per invertire il processo di spegnimento della nostra città, che sarà  inevitabile solo se noi lasceremo che lo sia.

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Under Construction: materiali per il programma regionale. Ambiente e Territorio

Under construction: qui trovi tutti i materiali preparatori elaborati fin qui, per la definizione di  un programma di alternativa per il governo del Veneto.

Di seguito il contributo su Ambiente e Territorio di Oscar Manciniunde

AMBIENTE E TERRITORIO

PREMESSA

Sono cambiati i Presidenti, ma la musica che hanno suonato in questi anni a Palazzo Balbi non è cambiata: cementificare e asfaltare. Zaia come Galan. Cambiano le Giunte, si avvicendano in carcere e agli arresti domiciliari assessori, vertici dei consorzi, delle imprese e delle società che monopolizzano le “grandi opere”, la Guardia di Finanza documenta l’infiltrazione mafiosa nel mercato immobiliare del Veneto, il dissesto idrogeologico provoca frane e alluvioni, la qualità dell’aria è la peggiore d’Europa ma l’obiettivo è sempre quello: lasciare mano libera ai progetti che le varie lobby finanziarie e del cemento e del mattone hanno in programma e che “concerteranno” con i soliti assessori.

Sui tavoli degli uffici regionali sono già pronte decine di “progetti strategici”, che impegnano il suolo veneto con svariati milioni di metri cubi di volumetrie e centinaia di chilometri di nastri d’asfalto.

Progetti che vanno approvati con le norme “semplificate” della Legge Obiettivo, degli Accordi di Programma, dei famigerati Project Financing e spesso gestite dai super-dirigenti e commissari.

Ma per riuscirci la Regione ha bisogno di “derogare” dalle norme vigenti sulla salvaguardia e sulla tutela del territorio stabilite dalle Convenzioni europee sul paesaggio e sulle aree protette, dal Codice sui Beni Culturali , dai Piani di assetto Idrogeologici e dalle stesse leggi regionali ancora vigenti.

Questo è lo scopo vero del “nuovo” PTRC di Zaia: un Piano che non è un piano. Dopo Galan, Zaia ha infatti sostanzialmente confermato un piano di cementificazione del territorio , a suo tempo sommerso da una marea di osservazioni presentate da cittadini, associazioni, forze sociali e che non riuscì nemmeno ad arrivare alla discussione in Consiglio Regionale. L’attribuzione al Piano di una inesistente “valenza paesaggistica” non ne cambia la sostanza. Il Piano, mai approvato dal Consiglio è però nei fatti operante. I suoi devastanti effetti sono sempre più contestati dalle comunità locali.

Esauritosi il grande ciclo immobiliare più lungo dal dopoguerra ora la Regione asseconda il capitale finanziario che punta sulle infrastrutture in “projet financing” in salsa veneta: un diluvio di autostrade e ospedali da rottamare, spesso oggetto di attenzione da parte della magistratura.

La rete stradale viene così progressivamente privatizzata e si sottraggono risorse alla sanità. Per i privati rischio zero e guadagno certo; per la collettività meno servizi sanitari e aumento dei pedaggi, utilità incerta e altissimo rischio di costruire un debito occulto e differito di ingenti proporzioni, addossato sulle spalle delle prossime generazioni.

Nel frattempo però cresce l’opposizione coinvolgendo in modo inedito comitati e associazioni imprenditoriali e sindacali.

E’ ormai consapevolezza diffusa che la vera ricchezza del Veneto, uno dei territori più belli d’Italia – non a caso la prima regione turistica – sta, da un lato, nel suo patrimonio artistico e storico, paesaggistico e culturale e, dall’altro, nella sua industria manifatturiera, un tempo locomotiva d’Italia.

Entrambi questi patrimoni italiani sono a rischio.

E’ in crisi la nostra industria insidiata dai mancati investimenti in ricerca e innovazione, con conseguenze drammatiche sul lavoro e l’occupazione.

E’ a rischio il nostro territorio, sempre più abbandonato al degrado e affogato da un’abnorme crescita urbana senza forma.

A forza di creare valore spostando risorse dall’industria al cemento e all’asfalto alla fine si ottiene bassa produttività del sistema. La rendita deprime l’economia mentre si vanta di salvarla. Qui risiede la sua forza ideologica, la sua intrinseca capacità di mistificare la realtà.

1.PER IL LAVORO E L’ AMBIENTE.

Non è vero che non ci siano esigenze di nuovi interventi di trasformazione delle città. Le sempre più frequenti alluvioni indicano la necessità fermare il consumo di suolo e di mettere mano a un serio programma di difesa del territorio, dell’assetto idrogeologico.

Serve poi un piano ricostruzione di ambienti compromessi, di messa in sicurezza e di riqualificazione energetica degli edifici a partire da quelli scolastici, di promozione di attività produttive innovative, di recupero e restauro architettonico degli edifici, dedicando attenzione alle esigenze abitative delle persone con bassi redditi e agli spazi pubblici.

Un grande piano di piccole opere e poi un grande piano per la mobilità sostenibile sottoponendo il Veneto alla “cura del ferro” come “cura” alla “malattia dell’asfalto.

Un grande Piano capace di dare lavoro a migliaia di giovani, a migliaia di imprese artigiane. A differenza delle “grandi opere” che, come ha messo in luce la magistratura, sono appannaggio delle solite grandi imprese, con modalità spesso corruttive e subappalti che strozzano le piccole imprese.

Un grande Piano per restaurare lo straordinario patrimonio storico, culturale e paesaggistico del nostro Veneto. Per recuperare aree degradate ed edifici dismessi.

Per bonificare aree dismesse a partire da Porto Marghera.

Un grande piano di politiche industriali tese a sostenere attività rivolte alla riconversione ecologica dell’economia e alla conversione ecologica della società.

Per un’agricoltura che garantisca la tracciabilità e la qualità dei prodotti, la certificazione, il sostegno ai Gruppi di Acquisto Solidale, la formazione di filiere corte e di mercati di prossimità, la promozione dell’agricoltura biologica e biodinamica e l’ innovazione tecnologica con l’ausilio della Facoltà di Agraria e degli istituti tecnici e professionali presenti nel territorio;

Anche attraverso l’assegnazione di terreni pubblici abbandonati a cooperative di giovani.

Per recuperare tradizioni eno-gastronomiche e zootecniche locali; vendita diretta dei prodotti; agriturismo; produzione di bioenergie; valorizzazione del paesaggio; preservazione biodiversità vegetale e animale; mitigazione dei fattori climatici; sviluppo di servizi sociali, didattici e culturali, difesa idrogeologica; presidio territoriale contro l’abbandono e il degrado.

Per sviluppare un’attività turistica sostenibile a partire dalla montagna, dalle colline e dal Delta del Po.

Per creazione nuove opportunità di lavoro e di sostegno economico.

C’è un nesso storico tra ambiente lavoro ed economia. Noi ci proponiamo di unire il “Rosso” e il “Verde”, il lavoro e l’ambiente. Unire non giustapporre. La nostra lista è nata per questo obiettivo.

 

  1. STOP ALLA NEBULOSA INSEDIATIVA,

I primi anni 2000, per effetto delle leggi Tremonti e dei relativi sgravi fiscali, hanno registrato il boom dei capannoni industriali e dell’edilizia non residenziale: oltre 165 milioni di mc nel decennio.

Rallentando la produzione di capannoni industriali, si è avviato il boom dell’edilizia residenziale, frenato solo dalla crisi finanziaria iniziata nel 2008: circa 150 milioni di mc. Un’offerta abitativa che, se si fossero realizzate tipologie appropriate e se sui prezzi delle abitazioni non avesse pesantemente inciso la rendita fondiaria, considerato lo standard ottimale definito dalla Regione Veneto di 150 mc/abitante, avrebbe potuto soddisfare una domanda potenziale di 1 milione di nuovi abitanti. In realtà negli anni 2000 la popolazione del Veneto, quasi esclusivamente per effetto dei fenomeni migratori, è aumentata solo di 429.274 unità, mentre -secondo i dati dell’ultimo censimento Istat, tra il gennaio e l’ottobre 2010 si è registrata, per la prima volta in 40 anni, una decisa tendenza alla decrescita ( – 71.530 abitanti).

Sempre negli anni 2000 la Superficie Totale (SAT) delle Aziende Agricole del Veneto si è ridotta ad un ritmo di 147 milioni di mq/anno. In vent’anni dal 1990 al 2010, la SAT è complessivamente diminuita di 279.830 ettari, ovvero del 21,5 %: un’estensione superiore a quella di tutta la provincia di Vicenza.

L’impronta ecologica del Veneto, secondo il Rapporto Ambientale redatto in occasione del Piano Territoriale Regionale di Coordinamento, è di 6,43 ettari equiv,/pro capite anno (contro una media nazionale di 4,2), mentre la “biocapacità” del nostro territorio è di soli 1,62 ettari equiv./pro capite anno. Il che comporta un “deficit” ecologico” di ben 4,81 ettari /pro capite di terreno “biologicamente attivo”.

Questi i numeri. Ma i numeri non dicono tutto. Alla bulimia edificatoria verso cui si sono indirizzate larga parte delle finanze private, è purtroppo corrisposta una sostanziale incapacità di governo delle trasformazioni territoriali a scala vasta ed una discutibile qualità urbana ed edilizia. La dispersione insediativa, in particolare, ha accentuato il rischio idraulico, la produzione di inquinanti e gas climalteranti, ha generato spreco energetico, danni alla salute e insostenibili costi per i trasporti ed i servizi alla popolazione ed ai settori produttivi. Costi che oggi incidono pesantemente sulla stessa capacità competitiva delle imprese disseminate in forma assolutamente casuale in tutto il territorio.

Ma la conseguenza forse più drammatica di questa nebulosa insediativa, che sarebbe appropriato definire “città dispersa” o “non città” piuttosto che con il termine in fondo nobilitante di “città diffusa”, è la sistematica distruzione del paesaggio storico.

Lo stop al consumo di suolo non va inteso come atto da praticare dopo aver costruito tutto il volume previsto nei Piani vigenti, ma rappresenta un nuovo moderno modello di città e di territorio. La rivisitazione degli strumenti urbanistici vigenti deve essere parte qualificante dei programmi di coalizione, qualora i Piani prevedano nuove costruzioni e impermeabilizzazioni di suoli inedificati in presenza di alloggi vuoti e di previsioni sovrastimate rispetto all’incremento demografico, giustificate dalla politica degli affari e dalla rendita, causa della crescente diffusione di aree cementificate che invade preziosi terreni naturali e agricoli. La difesa deve essere esercitata in modo particolare nei confronti di aree idrogeologicamente fragili, aree agricole, di valore paesistico e nelle periferie urbane per le quali promuovere politiche attive di infrastrutturazione verde con parchi, aree verdi di quartiere e orti urbani.

  1. PER UNA MOBILITA’SOSTENIBILE.

Purtroppo si continua a investire in autostrade anziché nel trasporto pubblico. Queste scelte stanno deteriorando ulteriormente la città, aumentando i tempi di tutti gli spostamenti e spingendo le classi meno abbienti sempre più lontano dalle città, nelle nuove lottizzazioni prive di servizi. Noi pensiamo invece che la Pianificazione urbanistica debba concepire la città mescolando funzioni diverse – la casa, il lavoro, la cultura, il divertimento. Ogni paese o quartiere deve riprodurre questi intrecci e deve essere accessibile alle fasce economicamente più deboli, da chi ha pochissimi mezzi fino a chi sta già un po’ meglio, ma certo non può permettersi i prezzi del libero mercato. I quartieri evitano di diventare ghetti se ospitano persone di ceti diversi.

E’ urgente cambiare il modello di sviluppo della Regione passando dalla gomma alla rotaia sia per le merci sia per i passeggeri. L’obiettivo è quello di conseguire una maggiore vivibilità e benessere dei Veneti. (minori patologie connesse al mal d’aria, minore congestione da traffico e tempi morti per l’economia regionale, ecc.).

Prima dunque il Servizio Ferroviario Metropolitano, poi si potrà parlare di nuove strade. Per essere credibili occorre concentrare subito tutte le risorse disponibili per finanziare treni e servizi, come richiesto dai sindacati, favorendo la concentrazione di attività e insediamenti intorno alle stazioni entro un progetto di riorganizzazione territoriale improntato alla riduzione della dispersione insediativa e del consumo di suolo. Le stazioni del SFMR devono divenire poli urbani di massima accessibilità, pienamente integrate dal punto di vista fisico e funzionale con il trasporto pubblico su gomma, con le piste e gli itinerari ciclabili e anche con la dimensione pedonale della mobilità urbana.

E’ necessario pertanto:

a)elaborare, finalmente, un vero nuovo Piano Regionale dei Trasporti (quello vigente risale al 1992, e le proposte intermedie di aggiornamento non sono mai state approvate dal Consiglio regionale). Un Piano che parta dai servizi necessari a garantire l’accessibilità e assuma la migliore utilizzazione delle infrastrutture esistenti come principio prioritario rispetto alla costruzione di nuove infrastrutture.

Un Piano fondato sulla domanda di mobilità espressa dai territori, riconosciuta attraverso un vero processo di partecipazione, in cui le scelte rispondano ad obiettivi di qualità della mobilità per tutte le componenti sociali e territoriali. Un Piano nel quale gli inevitabili conflitti trovino soluzioni coerenti con gli obiettivi di sostenibilità ambientale e paesaggistica. Un Piano che parta da una conoscenza approfondita dei comportamenti, attento alla dimensione delle brevi e medie distanze, capace di raccordarsi alla dimensione locale recependone le ambizioni di coesione sociale, di qualità e di sostenibilità .

Un Piano infine nel quale riesaminare tutti i progetti infrastrutturali fin qui assentiti al fine di valutarne la fattibilità alla luce dei nuovi indirizzi comunitari (al 2050 riduzione dei consumi energetici del 70% del consumo di energia nei trasporti rispetto al 2009; al 2030 riduzione delle emissioni di gas climalteranti del 30% rispetto al 2008 e riduzione del 60% al 2050) e di ricomporre un disegno di prospettiva orientato alla sostenibilità sociale, finanziarie ed ambientale.

b)Introdurre e sperimentare metodi di reale coinvolgimento della popolazione locale nei processi di decisione che riguardano la costruzione di nuove infrastrutture. Sul modello, opportunamente rivisto per adattarlo alla situazione italiana, del Débat Public previsto dalle norme francesi sulla protezione dell’ambiente. Questa prospettiva è particolarmente importante per il progetto di potenziamento ferroviario Mestre-Trieste da ripensare completamente rispetto ai progetti di linea ad alta velocità (stupidamente sovradimensionati, territorialmente devastanti e funzionalmente inutili) finora presentati, disconosciuti addirittura dal Commissario di governo (Bortolo Mainardi) incaricato di portarli avanti.

c).Riformare composizione, struttura e funzionamento della Commissione Regionale VAS, responsabile della Valutazione di impatto ambientale dei progetti e della Valutazione ambientale dei Piani e dei programmi. La riforma deve rimuovere gli evidenti conflitti di interesse.

Le opere, grandi o piccole che siano, andrebbero condizionate preliminarmente da una rigorosa analisi fatta e certificata da istituto o autorità terza, con standard internazionali, su costi/benefici.

L’unica opera realizzata è il Passante di Mestre che può essere utilmente e agevolmente utilizzata per questa analisi ( costi lievitati, difficoltà del Piano Economico Finanziario PEF, difficile bancabilità dell’opera, ricorso alla finanza pubblica e BEI, ecc.). Si tratta della opera più importante e necessaria della Regione con una rendita da pedaggi di 120 milioni di euro all’anno x 32 KM di infrastruttura che fa fatica a pagare il debito assunto con ANAS che ha anticipato il costo di 1 miliardo di euro. Temiamo che le altre infrastrutture fatte con finanza di progetto finiscono per essere pagate da risorse pubbliche, scassando i conti pubblici, per la manifesta impossibilità odierna di rispettare i criteri sin troppo ottimistici del numero di passaggi quotidiani.

d)Una grande opera stradale necessaria è finanziare adeguatamente la manutenzione ordinaria e straordinaria dell’esistente, la buona tenuta delle infrastrutture attuali, la ricerca di migliorare la sicurezza stradale attraverso l’eliminazione di strozzature, punti neri e punti critici della viabilità più che utilizzare le difficoltà reali per proporre sempre nuove strade a pagamento. La competitività passa anche dai costi sempre più insopportabili dei pedaggi infrastrutturali. Vedi nota su autostrade del mese scorso sempre sul sito.

  1. e) Bisogna saturare l’esistente, prima di lanciarsi in nuove opere. Sia che si tratti di interporti, porti, aeroporti, strade è bene partire dal tasso di utilizzo delle attuali opere. Abbiamo una dotazione in più di un caso ridondante ma poco specializzata e polarizzata con la conseguenza del frazionamento e dello scarso appeal della sufficiente massa critica. Per cui nonostante la grande offerta polverizzata veneta è più conveniente economicamente ( costi, certezza dei tempi, qualità dei servizi) per i grandi operatori spedire merci dai porti del Nord Europa o del Tirreno. Saturare e polarizzare l’offerta di trasporto e di logistica sfruttando l’esistente veneto è un obbligo pieno di buonsenso.

f)Sulle infrastrutture ferroviarie e del trasporto pubblico locale TPL bisogna chiedere un salto qualitativo nella rete ( elettrificazione, doppi binari, soluzione dei nodi e dei by pass, buona tenuta delle stazioni più che la costruzione di nuove, intermodalità con gomma e acqua nei maggiori centri urbani della regione).

C’ è molto da fare anche a causa della trascuratezza decennale della Regione ( più attenta alle opere cementiere come sottopassi e parcheggi quando per pochi attimi si è dedicata al tema).

g)E’ prioritario completare il Sistema ferroviario metropolitano regionale SFMR per dare effettivamente un servizio regolare, puntuale, cadenzato. Investire in modo più deciso su ammodernamento del parco rotabile ( treni, carrozze, bus, vaporetti) con risorse pubbliche regionali che integrano il fondo nazionale..

h).Affrontare con decisione il rapporto con lo Stato a proposito di Venezia, della città metropolitana e della nuova legge speciale. A partire dalla questione delle Grandi navi. Qui occorre affrontare il problema nel quadro di due Piani ad oggi mancanti: il Piano morfologico e ambientale della laguna e il nuovo Piano regolatore portuale.

Il Piano Morfologico e ambientale è in corso di redazione da parte del Consorzio Venezia Nuova concessionario del Magistrato alle acque. Ma dalle informazioni fin qui disponibili non risulta che il Piano si occupi delle proposte di riorganizzazione del traffico crocieristico, ciascuna delle quali è suscettibile di avere impatti diversi, ma in ogni caso molto gravi sulla morfologia lagunare.

Il Piano regolatore portuale è atteso da anni, ma da anni evitato dall’autorità portuale che procede per interventi basati sul Piano del 1963. Mentre l’elaborazione del Piano morfologico langue vanno avanti i progetti di nuovi percorsi lagunari per le grandi navi e di nuovi terminal, senza alcun quadro di riferimento. I più aggressivi appaiono quelli promossi dall’Autorità portuale interessata a mantenere quanto più possibile il passaggio attraverso il bacino di S. Marco oppure lo scavo di nuovi canali di impatto non minore di quello tristemente noto del Canale dei petroli.

Il confronto tra le varie proposte di riorganizzazione non può essere ragionevolmente condotto che all’interno dei due piani sopra ricordati, che riguardano la morfologia lagunare e le attrezzature portuali e che richiedono con evidenza una stretta integrazione. Le alternative a confronto, che nascono ad oggi da interessi e soggetti diversi, devono trovare il loro limite nella sostenibilità dell’ambiente lagunare: non è la laguna che deve adattarsi alle grandi navi, ma le navi devono essere compatibili per dimensione e percorso con gli equilibri ecologici della laguna . Ne consegue la scelta di estromettere le grandi navi dalla laguna.

  1. f) Per quanto attiene al Trasporto pubblico locale riteniamo necessario favorire aggregazioni e fusioni tra i gestori, privilegiare bacini omogenei di traffico sufficientemente ampi, per aree interprovinciali, gare con le clausole sociali assunte con legge regionale, introducendo il biglietto unico per tutta la regione, , sistemi elettronici di controllo e di pagamento interoperabili, politiche tariffarie che favoriscano l’attrazione di nuova utenza soprattutto negli orari di “morbida”, allargare e potenziare il TPL a quartieri ed aree non servite con politiche di ZTL e maggiori costi della sosta, interscambio nelle principali relazioni stradali urbane, progressiva integrazione dell’offerta riducendo doppioni e duplicità inutili e costose, maggiore capillarità e frequenza del servizio per attrarre nuova utenza, aumento della velocità commerciale, finanziamento certo e strutturale del TPL.
  2. g) Per gli aeroporti: integrazione e sviluppo del sistema aeroportuale del nord est che migliori la capacità e specializzazione degli scali bilanciando il traffico e saturando maggiormente l’offerta. Non servono nuove grandi piste ma la messa a disposizione senza cannibalismo tra scali delle attuali opportunità e disponibilità. Miglioramento delle aree a disposizione dei passeggeri e lavoratori senza gigantismo e consumismo. Attenzione alla parte edilizia e di sviluppo NO FLY che deve stare dentro processi sostenibili di attività dentro i piani di intervento e piani di assetto territoriale dei Comuni. Relativamente al lavoro siamo con crisi perenni che colpiscono l’occupazione a causa del modello di liberalizzazione selvaggia sia a terra ( handler) sia nei cieli (compagnie aeree).
  3. h) Per gli interporti: migliorare la qualità dell’offerta di capannoni, recupero dell’esistente, tarare domanda/offerta, stop alla creazione di nuovi interporti. Attenzione alle condizioni di chi lavora nel settore delle merci e della logistica (i nuovi schiavi). Legislazione regionale sugli appalti e atta a favorire buona cooperazione.

3 TERRA NOSTRA. Cura e messa in sicurezza l territorio dai rischi alluvioni e frane

Il Veneto ha il “primato nazionale” della copertura di suolo. La cementificazione, con l’immissione in atmosfera di 21 milioni di tonnellate di CO2 è costata in tre anni 130 milioni di €

L’aumento degli immobili vuoti è stato nel decennio pari al 350%. Eppure nel Veneto si costruisce ancora, nonostante la presenza di migliaia di case vuote e il forte calo dei prezzi e delle compravendite, segni di un mercato saturo.

Nel contempo, a causa della crisi ,l’emergenza abitativa per i ceti popolari si aggrava: aumentano gli sfratti per “morosità incolpevole” e la impossibilità per tanti di sostenere gli oneri dei mutui.

Piogge, anche non eccezionali, mandano sott’acqua interi quartieri. Si allagano strade, garage, primi piani di negozi e abitazioni.

La popolazione esasperata chiede ascolto e ha il diritto di incidere sulle scelte che riguardano il proprio territorio. Da troppo tempo democrazia diretta e democrazia rappresentativa sono in conflitto.

La protezione e la cura del territorio è la grande riforma e la “grande opera” di cui il Veneto ha urgente necessità. In attesa di un programma nazionale poliennale e ordinario per la difesa del suolo dalle alluvioni, dalle frane e dai terremoti ,inteso come il sistema di opere pubbliche più urgente anche per uscire dalla crisi economica, la Regione può fare molto.

La pianificazione urbanistica deve introdurre l’obbligo dell’invarianza idraulica, dell’adattamento agli effetti estremi dei cambiamenti climatici, dell’individuazione delle aree a rischio idraulico e geologico, della delocalizzazione delle abitazioni esposte a rischio di frana o alluvione.

Il Piano cave deve essere completamente riscritto in quanto parametrato sull’abnorme fabbisogno di 120 milioni di metri cubi di materiali per l’edilizia del decennio della cementificazione allegra 2000-2011 e lo proietta sul decennio a venire. Non tiene conto della possibilità d’incrementare notevolmente la quota che deriva dal recupero di inerti da costruzione e demolizione, come avviene in altri paesi europei dove le percentuali di recuperato superano il 90%.

Importanti opere di difesa idraulica da tempo indicate dagli esperti devono finalmente essere realizzate dirottando su di esse i finanziamenti concessi per le opere autostradali.

I sindaci devono essere sostenuti nella loro azione coinvolgendoli nell’organizzazione della prevenzione e della protezione civile.

Concreta deve essere la solidarietà con le comunità colpite dalle alluvioni o frane.

4 – VERSO RIFIUTI ZERO: una scelta per l’ambiente, per creare lavoro, una scelta di civiltà

La riconversione ecologica passa anche da qui, da progetti integrati dentro una strategia complessiva che coinvolge i settori: ambiente, ricerca, formazione e attività produttive, dentro un processo culturale per modificare cattive abitudini e stili di vita. La Regione deve sostenere gli sforzi dei comuni tesi a migliorare il sistema di raccolta differenziata “porta a porta” integrale che, oltre a tutelare l’ambiente, responsabilizza i cittadini e costruisce senso civico. I nuovi Consigli di Bacino devono lasciare ampia sovranità ai comuni nella definizione dei Piani Finanziari e delle modalità di raccolta purché esse siano finalizzate all’incremento della raccolta differenziata. A questo fine la Regione dovrà impegnarsi a finanziare “Centri del Riuso” e della riparazione che possono dare occupazione ad abili artigiani e cooperative di giovani.

Alla Regione il compito di programmare e incentivare progetti integrati volti a valorizzare la ricerca sulla “chiusura del ciclo”, per recuperare, e far rinascere a nuova vita, quanta più materia possibile. Incentivare e potenziare una filiera industriale del riciclaggio per creare nuova occupazione e le condizioni per liberarci progressivamente dalla necessità dei vecchi impianti tradizionali del novecento, pericolosi per l’uomo e per l’ambiente. Infine puntando sulla progressiva dismissione degli inceneritori.

5 – Per la Qualità dell’aria e la tutela della salute

L’inquinamento dell’aria riduce l’aspettativa di vita, causa malattie croniche delle vie respiratorie e cardiovascolari. La formazione e la diffusione delle polveri inquinanti coinvolgono fenomeni a più livelli di scala, dal locale all’interregionale. Questo è particolarmente vero nella pianura padana, anche per la sua conformazione orografica particolarmente sfavorevole alla dispersione degli inquinanti. In quest’area milioni di persone sono esposte a concentrazioni di polveri inaccettabili, per rientrare nei limiti europei sul numero di superamenti, la media annuale del PM10 dovrebbe scendere dagli attuali 35-50 fino a circa 28 µg/m3. Per abbassare i livelli d’inquinamento si può ottenere molto intervenendo su due settori su cui si è fatto ancora poco: trasporto merci su gomma e ammoniaca da allevamenti intensivi. Occorre quindi operare al fine di ridurre i km percorsi dalle merci, soprattutto gli alimenti (favorendo le produzioni locali) e i materiali per l’edilizia; spingere sul governo per l’adozione della direttiva europea Eurovignette (i camion più inquinanti pagano un pedaggio extra) per incentivare il trasporto su rotaia e il rinnovo dei mezzi pesanti circolanti; inserire le buone pratiche zootecniche nei disciplinari, per la riduzione delle emissioni di ammoniaca (precursore delle polveri). Resta aperta, specie nelle città grandi e medie, la questione della riduzione del traffico privato su gomma, una sfida urbanistica che si impernia sul recupero dei quartieri come spazi vitali: i servizi e i luoghi di socialità devono essere a portata di pedone e ciclista, in zone sicure dove l’auto è fisicamente costretta a muoversi con prudenza.

6 – Acqua bene comune

La gestione delle risorse idriche rappresenta uno dei principali contenuti della sfida nei prossimi anni. Tranne alcune e che hanno avviato concreti progetti legislativi e amministrativi di ripubblicizzazione dell’acqua, gli esiti referendari del 2011 sono ancora lontani dalla loro effettiva applicazione. Anzi, sull’onda delle difficoltà’ di bilancio sta riprendendo fiato una campagna strumentale tesa a nuove privatizzazioni nel settore della gestione dei servizi pubblici locali che deve essere respinta.

Insieme alle altre realtà’ e movimenti che si battono per acqua bene comune dobbiamo pretendere il pieno rispetto dei 2 referendum. I ricavi della tariffa non possono essere utilizzati per coprire i buchi di bilancio degli enti locali.

Più in generale è necessaria una forte azione per la tutela dell’acqua: riportare i fiumi e i laghi veneti ad buon stato ambientale e proteggere e ripristinare gli ecosistemi marini.

La Regione deve essere impegnata a sostenere i “contratti di fiume”.

7- Energia sostenibile

Con il cosiddetto “pacchetto clima-energia 20-20-20”, nel dicembre del 2008 l’UE ha adottato una strategia integrata in materia di energia e cambiamenti climatici che fissa obiettivi ambiziosi per il 2020. Lo scopo è indirizzare l’Europa sulla giusta strada verso un futuro sostenibile, sviluppando un’economia a basse emissioni di CO2 improntata all’efficienza energetica.

Tale obiettivo dovrà essere perseguito, da parte dei paesi membri, mettendo in atto le seguenti misure: ridurre i gas a effetto serra del 20%; ridurre i consumi energetici del 20% attraverso un aumento dell’efficienza energetica; soddisfare il 20% del fabbisogno energetico mediante l’utilizzo delle energie rinnovabili. In linea con le nuove strategie europee e con gli impegni presi a livello nazionale con la ratifica del protocollo di Kyoto, sottoscritto dall’Italia nel 1998, le Regioni sono tenute ad adottare Piani energetici coerenti.

È nel potere delle Regioni una programmazione energetica che, oltre all’adozione delle nuove tecnologie energetiche rispettose dell’ambiente, incentivi misure per un forte risparmio nei consumi individuali e collettivi, sostenga centri di ricerca e aree di sviluppo per l’innovazione e la produzione dei dispositivi energetici. La Regione dovrà sostenere e finanziare adeguatamente i PAES dei Comuni che hanno adottato il Patto dei Sindaci.

E’ necessario accelerare la fase di transizione verso un nuovo modello energetico, non più fondato sulle grandi centrali ma sulla generazione distribuita, l’efficienza e tutte le fonti energetiche rinnovabili (FER).

Per queste ragioni riteniamo indispensabile chiudere definitivamente il capitolo dei progetti di megacentrali particolarmente impattanti. Consideriamo quindi un successo del movimento di lotta, al quale abbiamo contribuito, l’aver bloccato lo sciagurato progetto di alimentare a carbone la centrale Enel di Porto Tolle. Occorre che la Regione non solo ne prenda atto ma s’impegni a realizzare un progetto alternativo per quell’area capace di produrre occupazione qualificata nel rispetto dell’ambiente. In tale contesto diventa finalmente improcrastinabile l’istituzione del Parco interregionale del Delta del Po, come peraltro previsto dalla legge nazionale. Questo per coniugare il contrasto ai cambiamenti climatici, attraverso la riduzione delle emissioni di CO2, la sostenibilità ambientale e i vantaggi economici-occupazionali.

Lo sviluppo di efficienza energetica e FER, infatti, rappresenta una straordinaria, e probabilmente irripetibile, opportunità di sviluppo qualificato per il nostro sistema produttivo basato sulla creazione di capacità scientifiche, tecnologiche e produttive; consente di abbattere le importazioni energetiche e delle nuove relative tecnologie, e costituisce una grande leva per la creazione di nuova e qualificata occupazione. Tale sistema energetico è il presupposto per avviare un modello alternativo di sviluppo, sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale.

Per accelerare la fase di transizione e coglierne appieno tutti i vantaggi è necessario incentivare in modo strutturale l’efficienza, il risparmio energetico e lo sviluppo delle fonti rinnovabili in tutti i settori: trasporti, logistica, riscaldamento, raffreddamento, efficienza degli edifici, dei cicli produttivi e dei prodotti e promuovere diversi stili di vita e di consumi. Allo stesso tempo, avendo l’obiettivo di raggiungere il 100% di produzione elettrica da rinnovabili, è necessario ridurre, fino ad azzerare, il ricorso alle fonti fossili.

La strada che porta alla produzione di energia sostenibile passa attraverso il progressivo superamento della produzione di energia concentrata in grandi impianti, in particolare alimentati da combustibili fossili che producono drammatiche ricadute in termini sanitari ed ambientali.

Il futuro sta nella pianificazione energetica a livello nazionale ed europeo, che deve promuovere la “piccola” generazione diffusa ed il coinvolgimento dei cittadini con azioni congiunte di informazione e sostegno al risparmio energetico . L’incentivo all’ efficentamento del costruito, inoltre, è in grado di mettere sul campo ingenti risorse pubbliche (vedi UE che destina il 5% dei suoi fondi proprio a tale scopo).

Per raggiungere questi obiettivi è necessario, altresì, promuovere ed incentivare l’innovazione tecnologica e la ricerca, nonché creare occupazione nella conversione ecologica del Paese seguendo un efficace “Piano Verde per il Lavoro”.

8– Inquinamento elettromagnetico

Nell’affrontare le tematiche inerenti i campi elettromagnetici e l’esposizione della popolazione la strada da perseguire è quella del principio di precauzione, sia per la radio frequenza (cellulari, cordless, wifi) che per la bassa frequenza (cabine elettriche, elettrodotti).

L’avvento della recente tecnologia di quarta generazione 4G (LTE) attualmente in fase di implementazione, sta richiedendo nuovi impianti e nuove antenne (molto più potenti di quelle usate per il GSM e per il 3G) e quindi l’individuazione di ulteriori luoghi adatti alla loro installazione, con conseguente incremento del fondo elettromagnetico.

Per governare i processi di installazione i Comuni devono essere aiutati a dotarsi di un Piano della Telefonia Mobile progettato da personale qualificato, diverso dalle ARPAV (istituzionalmente demandate alle attività di verifiche e controllo), che abbia i requisiti di prevenire le criticità e consenta di programmare le installazioni in modo da rendere minima l’emissione elettromagnetica per la popolazione. Un Piano che favorisca, ove possibile, i siti di proprietà pubblica che permettono, tra l’altro, di veicolare nelle casse comunali gli introiti dei canoni d’affitto per gli impianti.

Per quanto riguarda invece l’implementazione di reti wifi pubbliche si deve cercare di incentivare quelle in ambienti outdoor (piazze, parchi) riservando la connessione via cavo agli ambienti indoor (soprattutto scuole, biblioteche, aule studio).

9 – Parchi e biodiversità per curare la terra

Le aree naturali protette, e in particolare i parchi, sono luoghi di conservazione delle risorse ambientali, di riscoperta del rapporto profondo tra l’uomo e la natura, di valorizzazione del ruolo della scienza, di sperimentazione di una gestione territoriale alternativa all’attuale perché fondata non sulla violenza nei confronti della natura, ma sull’armonia: il parco come modello di gestione applicabile anche al resto del territorio. Quest’idea deve essere alla base dell’azione dei comuni e delle regioni: i numerosissimi comuni sul cui territorio si estende un’area protetta devono rivendicare il loro ruolo fondamentale di partecipazione alla gestione nel segno non della tutela di bisogni localistici, ma del diritto di contribuire alla realizzazione dell’interesse generale; la Regione, sia nell’iniziativa legislativa sia soprattutto nell’azione di governo, deve dar vita a efficienti sistemi che, per un verso, contribuiscano alla costruzione del sistema nazionale delle aree protette e siano in grado di guardare all’Europa e al mondo e, per altro verso, si inseriscano, come elementi di punta, nell’intero tessuto regionale.

10 – Politiche locali per un’agricoltura sostenibile

A livello locale si possono praticare scelte concrete a sostegno di un’agricoltura sana, legata al territorio, sostenibile: individuare aree per mercati agricoli a Km0, per prodotti da filiera corta e biologici, locali ad uso gratuito o affitto simbolico per i GAS, istituire corsi e lezioni su alimentazione e territorio, spreco di cibo; adottare strumenti urbanistici finalizzati al blocco del consumo di suolo agricolo e a sostegno del recupero dei “fabbricati rurali”; applicare nuove disposizioni contenute nel “Decreto del fare” per la vendita diretta presso locali dell’azienda agricola, sagre e fiere ; istituire e regolamentare gli “orti urbani” in aree pubbliche inutilizzate e degradate.

La Regione deve sostenere I comuni coordinando e promuovendo iniziative in materia di agricoltura, valorizzando il territorio comunale puntando ad un incremento di produzioni agricole, zootecniche e casearie, creando opportunità occupazionali.

L’agricoltura sociale, un insieme di processi e azioni che utilizzano le attività agricole per promuovere percorsi formativi e di lavoro, per accompagnare azioni terapeutiche, viene sostenuta e diffusa attivando convenzioni, non sempre onerose, con imprese e cooperative agricole per l’impiego di persone disabili o con disagio sociale e/o come forma di aggregazione sociale.

11 – Governo dell’ambiente globale. Il ruolo dei governi locali

Dobbiamo riconoscere alle Nazioni Unite e agli accordi e convenzioni ambientali globali un ruolo di rilievo per custodire il clima, gli oceani, la flora, la fauna, l’aria, il paesaggio. Tuttavia, in tutti gli ambiti, formali o informali, della discussione sull’ambiente globale (dalla desertificazione ai cambiamenti climatici, dalla biodiversità alle emissioni di inquinanti) c’è una forte esigenza di coinvolgimento dei governi locali e regionali, oltre che delle imprese e della società civile. In effetti, le città sono i luoghi in cui si concentrano le attività economiche e commerciali e i soggetti che subiscono gli impatti delle stesse attività. Occorre quindi un maggiore integrazione delle città nel governo mondiale dell’ambiente e una maggiore attenzione dei governi locali alle questioni ambientali globali.

Se le città sono parte del problema ambientale, devono essere anche la soluzione. Le città hanno compreso questo messaggio già molti anni fa, quando assunsero l’impegno volontario di ridurre il livello delle emissioni (Cities for Climate Protection Campaign). Da allora sono seguite numerose iniziative, tra cui il Cities for Climate Protection promosso da ICLEI e UNDP o le iniziative in ambito UE del Committee of the Regions, incluse quelle promosse da ARLEM – Assemblea regionale e locale euromediterranea. È ora giunto anche il momento, irrimandabile, di promuovere e gestire piani e programmi di adattamento agli impatti già visibili, o previsti, dei cambiamenti ambientali globali, con un impegno congiunto della politica, delle istituzioni, dell’economia, dei cittadini anche attraverso il rilancio delle Agende 21 locali.

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Renzi a Treviso: Solo parole ? No grazie

ImmaginePresidente Renzi, a Treviso porti non solo parole, ma opere concrete, e giuste

 L’intenzione del presidente del Consiglio di inaugurare il suo mandato visitando le scuole, e di partire da Treviso, è una buona intenzione alla quale ci auguriamo seguano i fatti.

  Nella nostra provincia vi sono situazioni pesanti di difficoltà strutturali negli istituti secondari superiori. La contrazione delle risorse destinate alla Provincia, attraverso l’azzeramento dei trasferimenti statali e la strettoia del patto di stabilità sulla possibilità di spesa delle risorse disponibili, rende difficile, se non impossibile, intervenire adeguatamente su alcuni punti critici, quali gli istituti di Castelfranco, a partire dal liceo Giorgione e dall’alberghiero Maffioli, il liceo Berto a Mogliano, l’istituto Duca degli Abruzzi a Treviso, il Pittoni a Conegliano, l’alberghiero di Vittorio Veneto e molte altre realtà che soffrono di mancanza di spazi, di carenze strutturali e di degrado degli edifici. Almeno 20 milioni di Euro servirebbero subito per le situazioni più urgenti.

 Gli istituti per la scuola dell’obbligo, di competenza dei comuni, subiscono le conseguenze del patto di stabilità e del taglio drastico dei trasferimenti agli enti locali. E i bandi attraverso i quali la Regione redistribuisce gli esigui stanziamenti statali, vengono spalmati in miriade di piccoli interventi anziché intervenire sui grossi interventi strutturali che possono realizzare un autentico salto di qualità nell’edilizia scolastica per i primi due cicli scolastici.

 Esiste un problema generale di messa in sicurezza degli edifici scolastici, e un problema specifico di messa in sicurezza sismica che riguarda buona parte del territorio provinciale. Un piano per l’edilizia scolastica deve porsi oggi anche ambiziosi traguardi riguardo all’efficienza energetica degli edifici, fino alla loro autosufficienza, e contribuire così all’abbassamento della bolletta energetica nazionale e alla qualità dell’ambiente e dell’aria.

 Perché un gesto simbolico non diventi l’ennesima promessa non mantenuta, bisogna che al gesto seguano scelte concrete con la messa a disposizione di adeguate risorse e con l’allentamento del patto di stabilità per gli enti locali. E che le risorse vengano distribuite secondo precise priorità di intervento, non lasciando che la mediazione regionale possa frazionare in troppi rivoli i pochi soldi disponibili ma finalizzando gli interventi secondo rigidi criteri di priorità.

 L’investimento per la scuola non può riguardare solo i muri, ma deve comprendere chi lavora e studia dentro quelle mura. L’istituzione scuola deve diventare il motore e il perno di una nuova idea di società, che riveda le priorità che il paese si è dato in questi anni. Veniamo da anni nei quali ha dominato la logica dei tagli; il famoso taglio da 8 miliardi alla scuola operato allegramente dalla famigerata Gelmini è ancora tra noi vivo e vegeto. Ai docenti si è pure ventilata a inizio anno l’ipotesi di riduzione di una parte degli stipendi arretrati, rientrata attraverso un ulteriore taglio ai fondi di istituto. Il Presidente Renzi ha sostenuto in parlamento che non servono nuove risorse per i docenti ma un cambio di mentalità. Risulta però difficile non partire dal fatto che abbiamo il corpo docente più anziano d’età e più malpagato d’Europa. Bisogna consentire il pensionamento per far posto a docenti più giovani e porsi in generale il problema di un sottofinanziamento di tutti gli istituti della conoscenza, a partire dalla scuola pubblica, che non può continuare senza compromettere irrimediabilmente quella possibilità di contribuire decisamente all’uscita dalla crisi che a parole tutti facilmente rionoscono al mondo dei saperi.

 Chiediamo inoltre al Presidente del Consiglio che assieme all’emergenza edilizia scolastica assuma l’emergenza relativa all’assetto idrogeologico del nostro paese. La nostra provincia ha subito in queste settimane allagamenti, frane, smottamenti: milioni di euro di danni. Ancora una volta mettendo a nudo tutta la fragilità di un territorio poco rispettato e deturpato nel corso degli anni da una politica scriteriatamente cementificatoria e poco rispettosa degli equilibri naturali. Prevenire costa meno che curare. Si predisponga un grande piano verde per la messa in sicurezza del territorio, con il quale dare lavoro e fare del bene all’ambiente, alla qualità della vita dei cittadini e alle casse pubbliche non più costrette ad aprirsi velocemente e ampiamente ad ogni ulteriore emergenza.

 Sia per l’edilizia scolastica che per gli interventi a favore del territorio, chiediamo che si reperiscano risorse anche attraverso il taglio delle spese per armamenti, a cominciare dai famigerati F-35 ai vari sofisticati sistemi d’arma dai costi esorbitanti.

 E infine, ma non per certo per ultimo, la drammatica crisi sociale ed economica nella quale non il caso malvagio ma precise scelte dei decisori europei e nazionali hanno avviluppato il nostro paese, trova un punto acuto di sofferenza in una delle aziende simbolo della nostra provincia come la Electrolux di Susegana. Siamo di fronte ad una vertenza paradigmatica, nella quale si era arrivati a mettere in contrapposizione il diritto al posto di lavoro e il diritto a ricevere un giusto (e basso) salario per quel lavoro; si era minacciato di delocalizzare in un altro paese europeo la produzione senza una disponibilità dei lavoratori a vedersi ridurre drasticamente il loro salario. La questione non è chiusa, e a essere chiamata in gioco deve essere la politica europea e la politica nazionale. La prima è praticamente inesistente, ed è auspicabile che dalle prossime elezioni europee emerga qualche segno tangibile della necessità di una dimensione politica e democratica della costruzione europea affinché non si tramuti definitivamente in incubo il sogno europeo. La politica nazionale non pare fino ad oggi aver dato le risposte necessarie per chiudere positivamente per i lavoratori la vertenza. Vista la sostituzione del ministro Zanonato con un ministro di chiare simpatie berlusconiane e liberiste ed esperta in pratiche di delocalizzazione, che non pare dare le migliori garanzie rispetto alla vertenza Electrolux, e visto che non ci pare che in Parlamento abbia nemmeno sfiorato la questione, è davvero il caso che il Presidente Renzi si faccia istruire in materia dagli operai per prendere coscienza della posta in gioco.

 Serve al nostro paese una politica industriale, e interventi per frenare, e non incentivare, la corsa al ribasso sui diritti e sui salari dei lavoratori.

L’allentamento dei vincoli del patto di stabilità per gli enti locali potrebbe anche liberare delle risorse (peraltro già presenti nelle casse di molti Comuni) utili, se non necessarie, per un intervento a sostegno delle persone più deboli.  Un numero sempre maggiore di disoccupati o cassintegrati non sanno più come affrontare le spese quotidiane o saldare le fatture per le utenze domestiche, e i servizi sociali dei Comuni non hanno fondi per garantire un sussidio.  Una maggiore disponibilità di risorse potrebbe anche permettere ai nostri Comuni di progettare piani di intervento per affrontare l’emergenza abitativa, visto che anche nella nostra provincia di Treviso sono ormai centinaia le famiglie sotto sfratto per morosità incolpevole. 

 In questa situazione di crisi che indebolisce anche la coesione sociale, è anche importante che lo Stato favorisca e sostenga tutti quegli istituti giuridici che garantiscano alle famiglie maggiore unità, e alle persone maggiore senso di appartenenza rispetto alla comunità di cui fanno parte.  È in questa prospettiva che riteniamo che la tutela di tutte le coppie fondate su vincolo affettivo, attraverso una unione civile pubblicamente riconosciuta, così come l’accesso alla cittadinanza italiana per i ragazzi nati in Italia in virtù dello “ius soli”, non siano capricci non urgenti né prioritari, ma vere occasioni per creare un corpo sociale più coeso e per consolidare il senso di solidarietà e di corresponsabilità tra le persone.

 

 

Luca De Marco, coordinatore Federazione provinciale SEL

Marco Pedretti, coordinatore Circolo SEL Treviso

Forum provinciale SEL Saperi 

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L’assemblea provinciale di SEL Treviso a fianco dei lavoratori Electrolux

L’Assemblea Provinciale di Sinistra Ecologia Libertà, riunitasi il 4 febbraio a Treviso, ha provveduto alla elezione del coordinamento provinciale, il gruppo esecutivo che affiancherà il coordinatore Luca De Marco, eletto alla precedente riunione dell’Assemblea. I membri del nuovo coordinamento sono: Luigi Amendola, Marco Baldo, Gianni Ballan, Alessia Grassigli, Marco Pedretti.

L’Assemblea ha deciso di sostenere la lotta dei lavoratori Electrolux, anche attraverso una presenza di solidarietà al presidio di fronte alla fabbrica e una sottoscrizione dei membri dell’Assemblea per contribuire a sostenere le spese dei lavoratori. Tra i presenti sono stati raccolti 200 euro che verranno consegnati domani al presidio di Susegana, dove sarà presente il deputato di SEL Giulio Marcon.

L’Assemblea ha inteso esprimere solidarietà alla Presidente della Camera Boldrini, oggetto di una indecorosa campagna di insulti sessisti insopportabili, segno di uno scadimento pesante della lotta politica ridotta a insulto e offesa alla persona anziché a battaglia di idee.

 L’Assemblea, infine, di fronte alla situazione di estrema debolezza del territorio che ancora una volta il Veneto rivela di fronte alla stagione delle piogge, prende atto con piacere delle parole del governatore Zaia riguardo a quello che egli chiama un “piano Marshall” per il territorio. Sel, che da tempo chiede un piano verde per il lavoro, che faccia della difesa e della messa in sicurezza del territorio uno degli elementi di tutela del paesaggio e dell’ambiente, di sicurezza dei cittadini, e un elemento di lotta alla disoccupazione e alla depressione economica, ritiene che i problemi di finanziamento degli investimenti possano trovare una soluzione attraverso la rinuncia agli investimenti miliardari in sistemi d’arma, a partire dai famigerati e poco raccomandabili cacciabombardieri F-35, e l’utilizzo di quelle risorse per avviare finalmente la più urgente grande opera pubblica della quale abbiamo bisogno, la messa in sicurezza del nostro sempre più fragile territorio.

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La sicurezza idrogeologica e la relativa messa in sicurezza del nostro territorio sono delle vere priorità.

priulaIl ponte della Priula sarà oggetto di lavori di consolidamento per gli effetti di profonda erosione di alcuni piloni , causati dalla erosione del fume Piave. Almeno questo è stato affermato da dirigenti di Anas e Veneto Strade , presenti il giorno 28 febbraio u.s , insieme a al Genio Civile della Regione Veneto , durante la loro audizione avvenuta nella seduta congiunta della 2a e 4a commissione consiliare permanente ( Ambiente , Viabilità e Protezione Civile ).

Seduta da noi chiesta a seguito delle ingenti e copiose precipitazioni di pioggia , che hanno portato il fiume Piave ad una forte e continua erosione della struttura di alcuni piloni , anche a seguito di alcune segnalazioni pervenuteci da associazioni ambientaliste e cittadini preoccupati .

L’Anas ha dichiarato che provvederà con lo stanziamento di una somma di circa 1.600.000 euro ad iniziare a breve i lavori di consolidamento insieme ad una profonda ristrutturazione di alcune parti dello storico ponte.

Durante il Consiglio Provinciale del giorno 30 gennaio 2013 era stato approvato all’unanimità , un nostro Ordine del Giorno dal titolo “ La messa in sicurezza del nostro territorio è una priorità da non rinviare”.

Questa deliberazione era nata con l’intento di creare massima attenzione , sul fenomeno rischio esondazione e relativi allagamenti che causano danni a cose e a tutte le attività produttive della marca . Non a caso sono anni che sempre nel mese di novembre , basta un precipitazione al di sopra del normale , per determinare enormi disagi a molte parti della nostra provincia a causa di corsi d’acqua che superando i loro argini naturali , tendono ad arrivare ad inondare interi quartieri di Treviso buona parte dei comuni contermini , evidenziando una non corretta pianificazione urbanistica in buona parte della Marca Trevigiana.

Troppo cemento , una cattiva manutenzione degli argini e forse anche una sottovalutazione del rischio idrogeologico presente .

A tal proposito nel nostro Ordine del Giorno si fa riferimento ad una precisa direttiva europea la 2007/60 ( piano delle alluvioni ) che detta delle determinate tappe a cui tutti gli Stati Membri si devono adeguare , attraverso la produzione entro giugno del 2013 di dettagliate mappe della pericolosità da alluvione e mappe di rischio , assolutamente necessarie per una corretta pianificazione urbanistica ( PAT e PATI) . Si è quindi chiesta , Invitando il Genio Civile della Regione Veneto di relazionare il Consiglio Provinciale sullo stato di avanzamento di alcuni cantieri , volti a “curare “ i corsi d’acqua e lo stato di attuazione della direttiva europea .

La direttiva Europea 2007 /60 istituisce un quadro per la valutazione e gestione dei rischi di alluvione . Nella precedente direttiva 2000/ 60 era stato introdotto semplicemente il principio della buona qualità di tutte le acque , ma non era stato fissato alcun obiettivo relativo alla gestione del rischio alluvione né tenuto conto dell’aumento dei rischi di alluvione , a causa dei cambiamenti climatici. Ogni bacino idrografico viene “ assegnato “ a Distretti Idrografici , includendovi le acque costiere comprese quelle sotterranee. Ogni stato Membro indica una Autorità competente che nel nostro caso è L’autorità di bacino che per il nostro territorio ha una competenza diretta sul Distretto Idrografico delle Alpi Orientali. ( 14 bacini , 3 Regioni 2 Provincie autonome e 4 stati ) . Ciascun Distretto deve provvedere a predisporre un idoneo piano di gestione . Vengono fissate anche scadenze temporali ben definite e precise a cui ogni stato membro si deve attenere. La prossima scadenza che dovrà essere da noi rispettata sarà quella di Giugno 2013 dove dovranno essere redatte delle Mappe della pericolosità da alluvione e Mappe del rischio di alluvioni. Mentre l’ultimo termine per la pubblicazione di Piani di Gestione sarà giugno 2015 .

Immaginando una evidente complessità delle norme presenti , abbiamo proposto non solo la massima divulgazione delle cultura della protezione del territorio , compresa quindi ad una limitazione di uso sconsiderato di nuovo cemento , ma la redazione di un apposito Vademecum redatto dalla Provincia di Treviso , da distribuire a tutti gli Amministratori Locali , per aiutarli a districarsi da una legislazione complessa che permetta anche a chi si occupa di pianificazione urbana , di non doversi avvalere spessissimo di consulenti esterni assai costosi.

Non dimentichiamoci che la partecipazione alla pianificazione urbana anche da parte dei cittadini , deve per forza passare anche e sopratutto attraverso la comprensione semplice e chiara di norme assai difficili ed incomprensibili per la quasi totalità di tutti noi .

Ultimo ma non meno importante tema discusso sempre nelle commissione e sempre da noi proposto al Genio Civile della Regione , che pur ammettendo la presenza di cantieri volti al contenimento delle acque , lamenta una sempre maggiore difficoltà nel procurare risorse economiche da destinare ad una corretta pianificazione e programmazione dei vari lavori di messa in sicurezza del nostro territorio

Diventa sempre meno “ virtuoso “ sostenere una politica di contenimento della spesa pubblica anche attraverso le strette maglie del nostro patto di stabilità Interno .Al contrario un allargamento delle spesa pubblica volta ad investimenti che riguardano la messa in sicurezza del territorio da tutti i punti di vista , sembra veramente l’unica via da seguire per avere da una parte, una protezione dei luoghi dove viviamo e dall’altra, la creazione di nuovi posti di lavoro per il nostro territorio.

Luigi Amendola

Capogruppo Sinistra Ecologia Libertà

Provincia di Treviso

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La saggezza di IKEA

Nei piani di sviluppo annunciati da Ikea per i prossimi anni, non è prevista l’apertura di un nuovo negozio nel trevigiano, quindi il progetto di Ikea a Casale è per ora accantonato. La multinazionale svedese punta in Veneto sull’apertura a Verona. Riteniamo che questa sia una notizia positiva, che conferma quanto abbiamo sempre sostenuto riguardo a quel progetto.

Si trattava di cementificare un’area libera a destinazione agricola, per realizzare un enorme parco commerciale del quale Ikea sarebbe stato solo uno dei vari edifici. Le promesse di posti di lavoro erano del tutto campate in aria e gonfiate, e diffuse strumentalmente con l’intento di agevolare la scelta favorevole delle autorità pubbliche ad un progetto che urbanisticamente non rientrava nelle previsioni del piano urbanistico provinciale.

Il progetto Ikea a Casale è un classico esempio di consumo di suolo. Nel progetto di Verona, invece, il centro commerciale sorgerebbe in un’area a Verona sud già sede delle officine Biasi e della fonderia Fondver, cioè in un’area industriale dismessa e in via di dismissione. Il piano urbanistico provinciale di Treviso prevede che i nuovi centri commerciali vengano insediati per l’appunto in aree dismesse. Ikea chiedeva per il suo progetto di avere una deroga dalla Provincia, ma il tentativo di far passare la cosa in Consiglio Provinciale non è riuscito.

Visti i piani di sviluppo di Ikea, e il momento congiunturale di calo delle vendite che colpisce anche quel settore, se gli enti pubblici avessero improvvidamente dato il via libera all’operazione Casale e alla cementificazione dell’area, non si sarebbe comunque realizzato il centro commerciale, ed invece si sarebbe realizzata una grande speculazione edilizia e uno sperpero di territorio libero.

Ikea dimostra dunque saggezza nel mettere da parte un progetto come quello di Casale.

 

Sinistra Ecologia Libertà

Casale sul Sile

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Si o no a nuovo cemento : una scelta da non delegare ai Privati

Come gruppo di Sinistra Ecologia Libertà voteremo contro l’Ordine del Giorno presentato dalla maggioranza LEGA  e PDL in Provincia  , che determinerà delle linee programmatiche , per poter variare le indicazioni previste dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale delegando di fatto , agli interessi dei Soggetti Privati  la vera pianificazione urbanistica del nostro territorio .

 

Un Ordine del Giorno presentato da tempo e che il Partito Democratico , ha chiesto di di porlo in discussione in una apposita commissione . Il senso di questo passaggio è poco capibile e giustificabile a meno che non si voglia dare e sopratutto avere una visione di un PTCP del nostro territorio , forse vecchia e già da rivedere.

Vorrei ricordare che sono solo due anni che il nostro piano urbanistico è stato votato ed approvato  e che ora, con la richiesta di edificazione di IKEA a Casale sul Sile e ROTOCART E COLOMBEROTTO a Barcon di Vedelego , il Consiglio Provinciale dovrà votare una variazione del PTCP che in quelle aree prevede una destinazione d’uso in terreno agricolo e non ad altro.

Per noi il PTCP non si varia nemmeno di una virgola. Perché è valido e sopratutto prevede che nuovi insediamenti siano inseriti di fatto in aree già destinate al cemento e sopratutto prevede che si utilizzino aree dismesse o da dismettere , come la naturale , ovvia e giusta loro collocazione . Riconvertire le ex aziende o fabbriche abbandonate e relativi capannoni ci sembra la più logica via , per una vera riqualificazione territoriale . Non capiamo veramente il senso di continuare a edificare mostruosi insediamenti e con esso tutto quello che lo circonda da una punto di vista di parcheggi , strade di collegamento e quant’altro .

Noi siamo con il territorio e non con il cemento e lo dimostreremo con i fatti , come da sempre Sinistra Ecologia Libertà ha fatto, votando contro ad ogni proposta di variazione di destinazione di uso da agricola in altro.

Votare contro significa  per noi avere   rispetto della nostra terra , che riteniamo il bene più prezioso da difendere .

Non cediamo di  un passo rispetto ai ” falsi ” ricatti occupazionali che ci vengono serviti come panacea per un rilancio per l’occupazione , anzi ci sentiamo offesi per come la politica viene trattata . Nessuno a detto no a nuovi investimenti nel territorio ,  ma chiediamo che venga semplicemente rispettato l’art .17 del PTCP che pone una indicazione precisa : eventuali nuovi insediamenti devono essere localizzati in aree dismesse o da riconvertire e non in terreno agricolo.

Votare contro  significa per noi dire NO alla rendita finanziaria che inevitabilmente , comporta la trasformazione da terreno agricolo in edificabile e questo comportamento deve essere fermato.

Noi ci auguriamo che tutti i partiti di opposizione in provincia raccolgano il nostro appello a votare compatti   e senza alcun balbettamento  interno  il documento presentato dalla maggioranza  LEGA PDL

Tutti si dichiarano contrari alla cementificazione ed al consumo del nostro territorio quando si organizzano dibattiti e convegni , usando il tema, per attirare consensi .E’ arrivato il momento di dimostrarlo nei fatti e senza alcun balbettamento, perché  sono le scelte concrete a determinare la cementificazione e la saturazione del territorio e la distruzione del paesaggio, ed è su quelle che è giusto giudicare il comportamento di ogni Amministrazione Pubblica e anche dei partiti che la sostengono.

Luigi Amendola 

Capogruppo Sinistra Ecologia Libertà 

Provincia di Treviso

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Barcon: ora si fermi il progetto

Barcon:dopo le dichiarazioni di rinuncia di Colomberotto, ora il progetto va fermato dagli enti pubblici

 

Apprendiamo con soddisfazione dalle dichiarazioni alla stampa del signor Colomberotto, che sarebbe venuta meno la sua volontà di procedere all’operazione sull’area di Barcon. Riteniamo però che queste dichiarazioni da sole non siano sufficienti a bloccare l’iter del progetto.

Dal punto di vista giuridico amministrativo, siamo di fronte ad una procedura, la stessa che intende utilizzare Ikea per l’insediamento nel trevigiano a Casale Sul Sile, che è quella dell’accordo di programma ai sensi dell’art. 32 della legge 35 del 2001. Un accordo tra enti pubblici per progetti a rilevanza regionale. In questo senso il Comune di Vedelago si è fatto proponente presso la Regione dell’accordo di programma per la realizzazione di un nuovo casello sulla Pedemontana, con relativa nuova viabilità di collegamento, e in cambio di un contributo economico e della messa a disposizione delle aree per la viabilità, l’accordo riconosce ai privati la trasformazione dell’area da agricola a industriale, per farci il polo agro-industriale e commerciale, e la nuova cartiera, e la facoltà di escavare 2.000.000 di metri cubi di ghiaia e di rivenderla. E la palla sta in mano alla Regione, dato che il Comune è notoriamente schieratissimo a favore dell’operazione e la Provincia non si è ancora espressa in maniera definitiva. Ai sensi del Piano Territoriale Provinciale quell’accordo non sa da fare, a meno che il Consiglio Provinciale non decida di derogare al proprio piano. Ma ora le province verranno probabilmente tolte di mezzo e quindi non dovrebbero costituire un problema per chi voglia trasformare il territorio a suo piacimento e tornaconto.

Esiste un precedente che ci fa valutare con prudenza le dichiarazioni di Colomberotto: ci riferiamo alla questione delle casse di espansione in riva al Piave, sempre su terreni di proprietà di Colomberotto. Un progetto che prevedeva la escavazione di 4 casse di espansione, con l’estrazione di 6,5 milioni di metri cubi, una enormità. Il progetto era una proposta di project financing avanzata da alcuni cavatori con l’assenso del proprietario dei terreni. In una intervista Colomberotto dichiarò, dopo che il progetto era uscito sulla stampa e aveva sollevato diverse proteste, di aver cambiato idea e di non essere più disponibile all’operazione. Ma ci vollero altri mesi, nei quali i comuni rivieraschi si coalizzarono e scese in campo, anche su nostra sollecitazione, l’intero Consiglio Provinciale, perché la Regione dichiarasse lo stop al progetto.

E’ dunque necessario che al più presto siano gli enti pubblici, a cominciare dal Comune di Vedelago e dalla Regione, a mettere la parola “fine” all’operazione Barcon e salvare i 90 ettari di territorio agricolo a rischio cemento.

Luca De Marco

coordinatore provinciale Sinistra Ecologia Libertà

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Operazione Barcon: enti locali latitanti e supini ai privati

Condividiamo le ragioni di chi si dichiara contrario all’operazione Barcon, che riteniamo rappresenti un inutile consumo di territorio agricolo e uno scempio paesaggistico. Siamo persuasi che la pianificazione del territorio sia un diritto e un dovere delle pubbliche amministrazioni, che devono operare sulla base di interessi generali e collettivi e non sulla base di interessi particolari e privati.

In troppe occasioni ci troviamo invece di fronte ad un cedimento degli enti pubblici e territoriali, che di fatto appaltano a soggetti privati e ai loro interessi economici la pianificazione del territorio.

 

Il caso di Barcon, così come il caso di Ikea a Casale, è il tentativo di potenti interessi economici di dettare all’ente pubblico, attraverso lo strumento della proposta di accordo di programma, le modifiche al territorio funzionali ai propri obiettivi di profitto economico. E purtroppo non trovano amministratori pubblici con la schiena diritta che intendano far valere i diritti del territorio e le ragioni della pianificazione pubblica sugli interessi privati. Gli stessi amministratori che magari si riempono la bocca di rispetto per il territorio e altre buone intenzioni da lasciare solo sulla carta.

 

Risulta triste e preoccupante che ci si debba rivolgere al Presidente della Repubblica per far valere delle ragioni del tutto chiare ed evidenti di fronte alla latitanza degli enti pubblici preposti. Non è un caso che sull’operazione Barcon si sia creato un fronte vastissimo contrario formato da cittadini, associazioni ambientaliste. associazioni di categoria. La pervicace volontà del Sindaco di Vedelago di proseguire su quella strada e l’incertezza della Provincia sono ben poco comprensibili e per niente giustificabili. Enti pubblici che abdicano al loro ruolo diventano enti inutili e potenzialmente dannosi.

Luca De Marco

Coord. prov. SEL Treviso

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RIPARTIAMO DALLA MESSA IN SICUREZZA DEL TERRITORIO

OPINIONI – Valerio Calzolaio
il manifesto 2011.12.21

Per considerare un poco più nostra e gaia questa terra, la Terra, questo suolo, il Territorio italiano non c’è da ricominciare tutto da capo: ha fatto bene Il Manifesto ad aprire con l’articolo di Piero Bevilacqua una riflessione storica e colta sull’assetto idrogeologico.
In Italia «sappiamo ma non lo facciamo» (ha scritto poi Fulvia Bandoli), ecco! La grande opera pubblica più urgente per l’Italia si potrebbe fare ora, subito, con una certa competente intelligenza, poca fatica dei legislatori e dei governanti. Era impossibile con il governo Berlusconi, con il governo degli scandali e dei condoni; forse è impossibile con questo parlamento che ha la stessa maggioranza di eletti dal centrodestra di Berlusconi; comunque era possibile almeno dirlo da parte del nuovo governo di impegno nazionale. Non è stato detto, hanno cominciato male.
Nuove norme (aggiornate e forti dell’esperienza) servono sempre. Un parlamento nuovo e più rappresentativo dell’attuale, magari anche un poco più di sinistra, ecologista, libertario e forse (per non farci mancare niente!) un governo coeso (dopo le primarie) di centrosinistra… potrebbero approvare il primo giorno, nella prima seduta e nel primo Consiglio dei ministri, un piano decennale ordinario per la messa in sicurezza del territorio italiano, un piano straordinario di gesti e atti ordinari. Andrebbe accompagnato da una norma-moratoria, una norma che vieti intanto nuove costruzioni in certe aree. Si tratta di «tradurre» in atti d’indirizzo concreto e di pianificazione vincolante scadenzata il combinato disposto di leggi in vigore: la legge di ratifica della Convenzione Europea sul Paesaggio (2000), la legge sulla difesa del suolo (legge 183 del 1989), le norme della vecchia legge sulle risorse idriche (legge 36 del 1994) su bilanci idrici di bacino, censimento di tutti gli emungimenti e dei pozzi, revisione delle concessioni in uso. Poi certo andrà preparata una nuova legge sulle risorse idriche, imperniata sul testo del Forum dei movimenti, che sosteniamo e per il quale abbiamo raccolto le firme, e difendere la vittoria referendaria.
Si potrebbe fare, inoltre, con una diversa destinazione di fondi esistenti. Fondi nuovi (spesi con circospezione ed efficiente austerità) servono sempre. Una buona parte dei fondi potrebbero essere individuati rimodulando delibere Cipe e fondi già individuati. Per le prime annualità basterebbe una seria riunione interministeriale del Cipe che, d’intesa con le regioni, riformuli le priorità della legge obiettivo mettendo in testa i piani-stralcio di bacino, una grande opera di «restauro» del corso d’acqua. Quasi tutti hanno piani stralcio per la messa in sicurezza delle aree più a rischio, si tratta di riesaminarli con una selezione di qualità concertata fra stato e regioni. Si potrebbe fare senza nuovi enti, comitati, istituzioni, anzi tagliandone o togliendone qualcuno! Oggi «troppi» (anche privati) hanno poteri sull’assetto dei bacini e sul corso dei fiumi.
Le regioni dovrebbero ricevere fondi ulteriori solo se pianificano davvero e mettono in sicurezza davvero. Le province (se continuano ad esistere) operare controlli più severi sui PRG alla luce della loro pianificazione. I comuni accettare subito volontariamente la richiesta di bloccare intanto nuovi insediamenti e dotarsi di nuovi PRG tendenzialmente a crescita zero di volumi. In questo quadro andrebbe gestita la rilocalizzazione di alcune attività produttive e piani emergenziali con un efficiente sistema di early-warning.
I cambiamenti climatici in corso non sono «reversibili» ed emergenze ci sarebbero state comunque (anche se meno frequenti e intense). La nostra idea di «rinaturalizzazione» dà per scontato che ormai gli ecosistemi sono sempre anche umani. Dunque conviviamo! L’Italia ancora non ha nemmeno il piano di adattamento ai cambiamenti climatici previsto dal negoziato climatico internazionale.
Investire sul territorio non significa edificare! L’industria edilizia si può salvare utilizzando «altro» dal cemento e dal carbone. La vita sociale e collettiva ha bisogno di «edilizia» come assistenza al bene comune suolo e manutenzione del territorio. E di partecipazione dei cittadini, di tanti saperi e diffuse competenze, di efficiente decentramento energetico, di consumi critici, del servizio civile giovanile regionale, dell’ecologo condotto, dell’adozione dei fiumi, di «intraprese» agricole.

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