Archivi del mese: settembre 2016

Fertility Day: una campagna sbagliata fino al razzismo

Le campagne pubblicitarie del ministro della salute Beatrice Lorenzin delle scorse  settimane  sono riuscite ad offendere contemporaneamente donne e uomini che vogliono e hanno figli, coloro che per scelta non ne hanno e soprattutto donne e uomini infertili o sterili.

L’opuscolo  odierno invece rientra nel canone del razzismo becero.

Queste campagne  non sarebbero dovute nemmeno apparire se in Italia ci fosse un ministro della salute con qualche nozione di base medico scientifica o perlomeno, nella sua ignoranza in materia, un ministro in grado di circondarsi di collaboratori capaci e ferrati.

Ciò che succede  è che salta l’incarico  al direttore della comunicazione ma rimane in carica un ministro che ha dimostrato più volte la sua incompetenza.

Oltre ai poster irritanti ed offensivi, il sito del fertility day  negli ultimi giorni ha subito notevoli cambiamenti: le sezioni precedenti, endometriosi e procreazione medicalmente assistita  sono scomparse e rimane un elenco  generico delle cause di sterilità con un invito ad avere comportamenti che spingano a fare figli in giovane età.

Come mai scombussolare un sito istituzionale di un ministero a qualche giorno dall’evento stesso?

Forse perché l’ endometriosi, prima causa di sterilità nella donna, non è ancora rientrata nei livelli essenziali di assistenza nonostante le reiterate promesse dello stesso ministro Lorenzin e quindi il 20% delle donne italiane che soffre di questa malattia non ha diritto a cure gratuite?

Forse perché la procreazione medicalmente assistita ha dei costi molto impegnativi  e quasi interamente sulle spalle delle coppie che vivono  il problema e che spesso si trovano  costrette  a rivolgersi a strutture private dati i tempi di attesa a volte molto lunghi dei centri pubblici che non sempre le malattie concedono?

Forse perché la spending review prevede tagli alla sanità per 1,5 miliardi di euro stando alle notizie di stampa della settimana scorsa?

Di cosa vuol parlare allora questo fertility day? Come si può fare prevenzione  senza informare sulla sterilità stessa?

Quello che amareggia ancora di più è che un tema che riguarda tutti come quello della fertilità sia trattato con tanta approssimazione: può la salute pubblica essere ristretta  ad una mattinata di conferenze in video collegamento senza un programma adeguato sui territori che parta dagli adolescenti in su?

Forse perché i consultori familiari sono stati svuotati di personale e sostegno economico?

Dove si trovano in questo sito un elenco minimo delle attività che si vogliono mettere  in campo per difendere la fertilità e l’entità degli investimenti economici previsti e suddivisi per voce?

Poi, come sempre accade, il centro della questione rimane sempre il corpo delle donne ed il potere della donna di gestire il proprio corpo.

Si è parlato tanto, in  questo fertility day,  dell’orologio biologico, come se il corpo di una donna fosse una bomba ad orologeria.

Come se invece, gli spermatozoi non  invecchiassero dopo i quarant’anni, aumentando di molto la possibilità di malattie genetiche.

I dati sulla  fertilità in  nostro possesso sono fuorvianti, perché spesso si basano sulle coppie che si sono rivolte ai centri di procreazione assistita  e questo rende difficile valutare la popolazione nel suo insieme.

La sterilità, femminile o  maschile che sia, ricade comunque sul corpo delle donne, sui sacrifici fatti dalle donne per lo studio e sulle prospettive e possibilità di carriera: quindi, la stucchevole discussione sull’orologio biologico, sul conciliare lavoro e famiglia non deve essere più un argomento  che affligge le singole donne, ma piuttosto un problema che riguarda tutta la società, che deve essere matura  a sufficienza per  organizzarsi e strutturarsi ad accogliere maternità e  paternità consapevoli: senza questo non si può parlare di prevenzione della sterilità.

È arrivato il momento di spostare l’obiettivo ed il mirino dal ventre della donna verso temi più ampi, che coinvolgono tutti i settori della società, perché la vita delle famiglie è cambiata ma non sono cambiati i tempi del lavoro, né per le madri né per i padri.

Il peso sociale e lavorativo continua  sempre a cadere sulle donne.

Oltre a queste considerazioni, c’è un altro semplice motivo per cui i figli si fanno sempre meno e ce lo dice l’ Istat a fine agosto: 51 mila donne hanno perso il lavoro e 52.000 nemmeno lo cercano più.

Perché se la fertilità è un “bene comune” secondo il ministro Lorenzin,  non sono beni comuni la scuola pubblica sempre più privatizzata, gli asili nido che non sono gratuiti e nemmeno a prezzi accessibili e  non è bene comune il lavoro stabile ma anzi il precariato a vita é spesso una certezza.

In queste condizioni, spesso non fare figli quando non si può dar loro una prospettiva è quasi un obbligo ed un atto di responsabilità.

Vedendo la situazione da questi punti di vista, è palese come la ministra Lorenzin ed il nostro governo non siano minimamente interessati alla nostro fertilità.

Alessia Grassigli

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