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Tassa sul permesso di soggiorno: il Governo mantenga la promessa di alleggerire la mazzata leghista

Il Governo Berlusconi Bossi aveva deciso di aumentare drasticamente il costo in capo agli immigrati regolari per il rinnovo del permesso di soggiorno, da 80 a 200 euro. L’aumento entra in vigore lunedì prossimo. Da lunedì chi chiede il primo rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno sarà costretto a pagare, oltre ai 30 euro richiesti da poste italiane per il servizio e al contributo di 27,50 euro per la stampa del permesso elettronico, anche  80 euro per il permesso annuale, 100 euro se il permesso è biennale o 200 euro se è un permesso per soggiornanti di lungo periodo, la cosiddetta carta di soggiorno.

Sembrava che il Governo Monti intendesse metter mano a questa misura, gratuita e vessatoria, evidentemente frutto delle idiosincrasie leghiste verso gli stranieri. In una nota ufficiale dei primi di gennaio del Ministero degli Interni, si diceva infatti che il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, e il ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione, Andrea Riccardi, “hanno deciso di avviare una approfondita riflessione e attenta valutazione sul contributo per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno degli immigrati regolarmente presenti in Italia, previsto da un decreto del 6 ottobre 2011 che entrerà in vigore a fine gennaio”. “In particolare – si legge nella nota – in un momento di crisi che colpisce non solo gli italiani ma anche i lavoratori stranieri presenti nel nostro Paese, c’è da verificare se la sua applicazione possa essere modulata rispetto al reddito del lavoratore straniero e alla composizione del suo nucleo familiare”. Sembrava un atto di buon senso, e nella direzione della tanto evocata “equità”, non gravare ulteriormente sulla condizione degli immigrati più in difficoltà, con una tassa che certamente non risolleva le sorti della finanza pubblica del nostro paese, ma che rischia di rappresentare un ostacolo all’espletamento delle procedure burocratiche per una corretta applicazione della normativa sull’immigrazione, e dunque un ostacolo alla legalità e alla certezza dei diritti dei lavoratori.

Dispiace constatare che in questo caso il governo dei tecnici si è comportato alla stregua della peggiore politica, quella che promette e non mantiene.

Per questo Sinistra Ecologia Libertà appoggia le richieste al Governo affinché mantenga quegli impegni e provveda ad una operazione di equità e giustizia verso i lavoratori immigrati e le loro famiglie.

Luca De Marco

coordinatore provinciale Sinistra Ecologia Libertà

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Casal di Principe chiama. Padania, via Arcore, risponde

Ancora una volta Cosentino ce l’ha fatta. Già nel 2009 l’esponente del PDL era uscito indenne dalla votazione della Camera grazie all’assenza di molti parlamentari del Partito Democratico. All’epoca si trattava di una mozione di sfiducia presentata da PD, IDV e UDC per chiedere le dimissioni di Cosentino da sottosegretario all’economia. Ma al momento del voto molti del PD si astennero, altri, tra i quali tutti i leader principali (Veltroni, Letta, Bersani, D’Alema), non parteciparono al voto. E quindi la mozione venne bocciata da PDL e Lega, nonostante le molte assenze tra le fila dei berlusconiani.

 

Ora se l’è cavata grazie ad uno schieramento trasversale:

– gli eletti radicali nelle liste del PD, misteriosamente preferiti come alleati dall’allora segretario Pd Veltroni rispetto ai partiti della sinistra,

– tutto il PDL, che continua imperterrito a difendere tutti gli indifendibili nonostante sia chiaro a tutti quale livello di disgusto abbia ingenerato negli italiani quel loro modo di intendere la politica e la funzione dei parlamentari,

– quella parte che serviva della LEGA, che nel discorso in aula ha avuto la spudoratezza inaccettabile di accostare la figura di Nicola Cosentino, detto Nick O’Mericano, a quella di Enzo Tortora, vittima negli anni ’80 di un gravissimo errore giudiziario.

 

Con ciò si dimostra che l’alleanza tra Lega e PDL non era, e non è fondata, sul federalismo o altre baggianate. Ma su questioni indicibili e invereconde, che appartengono al lato oscuro della politica e non a quello trasparente del dibattito pubblico su programmi e su valori. Il punto vero di spaccatura della Lega con il PDL non è il sostegno al governo Monti o le politiche economiche: la vera rottura si sarebbe avuta se Cosentino avesse avuto il via libera per il carcere dalla Camera. Ma in quale altra parte del mondo una alleanza politica, che da noi ha retto le sorti del Governo in buona parte degli ultimi anni, si basa sulla garanzia di impunità per politici accusati di contiguità con la grande criminalità organizzata ?

Per quanto faccia cagnara, fingendo di star dalla parte dei cittadini, alla prova dei fatti, e del voto, la Lega si rivela una appendice del sistema di potere berlusconiano. Ingannando anzitutto i propri militanti ed elettori, la famiglia Bossi mette la forza elettorale che la Lega ottiene nelle regioni del Nord e del Veneto al servizio delle più oscure trame di potere berlusconiane. Dimostrando di essere non una forza del cambiamento, ma una forza della reazione pronta a scondinzolare davanti al Caimano.

 

Luca De Marco

Coord. prov. SEL Treviso

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Il Tar blocca la Pedemontana Veneta: un colpo al berlusconismo e allo zaismo

Il Tar del Lazio ha dichiarato illegittimi i provvedimenti con i quali è stato approvato il progetto della Pedemontana Veneta, quella i cui lavori sono stati inaugurati il 10 novembre scorso da Zaia. Il Tar ha accolto le ragioni di un cittadino, che contestava la legittimità della procedura intrapresa dal Governo Berlusconi e dalla Giunta Galan e poi Zaia per l’approvazione del Progetto. Non bastava infatti, secondo Berlusconi e Galan, che la pedemontana fosse inserita tra i progetti della Legge Obiettivo, quella che sveltiva l’iter di approvazione delle opere strategiche inserite nella programmazione del CIPE. Per saltare tutte le procedure si era seguita la strada delle procedure d’urgenza della protezione civile. Il Governo aveva infatti dichiarato lo stato di emergenza, come si fa nel caso di alluvioni o terremoti, per la situazione del traffico tra Vicenza e Treviso. In questo modo si legittimava l’emanazione di ordinanze d’urgenza che potevano derogare a qualsiasi legge, perché, si sa, se c’è una emergenza bisogna agire subito. Con decreto del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi veniva individuato un commissario straordinario, nella figura dell’ingegner Vernizzi, autorizzato a procedere per ordinanze di protezione civile. Il progetto definitivo della Pedemontana veniva approvato con una di queste ordinanze. Secondo il Tar il decreto del Presidente del Consiglio che dichiarava lo stato di emergenza era immotivato, e di conseguenza risultano illegittime la nomina del commissario e le sue deliberazioni sull’opera. La stessa procedura di straordinarietà, che come è noto era molto cara a Berlusconi e alla sua corte, in particolar modo al capo della Protezione Civile Bertolaso e alle imprese che lavoravano per la Protezione Civile, è stata utilizzata in Veneto anche per la realizzazione del Passante di Mestre. Anzi, quel provvedimento del 2003 ha rappresentato il primo caso di una dichiarazione di emergenza applicata alla congestione del traffico stradale. La Corte dei Conti, nella sua indagine sulle procedure e i costi del Passante, a maggio di quest’anno rilevava come: “La mutazione – per così dire “genetica” – delle ordinanze di protezione civile… ha trasformato impropriamente questo strumento in mezzo ordinario di soluzione ai problemi organizzativi dell’apparato amministrativo pubblico, provocando una marginalizzazione dei procedimenti di affidamento normativamente previsti (codice dei contratti) e l’esclusione degli organi di controllo come la Corte dei conti o l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici”. Per questo la Corte auspicava che si tornasse a utilizzare le ordinanze straordinarie solo in casi di vera calamità o catastrofe. La sentenza del Tar si pone in questo solco, e afferma la necessità di “scongiurare la praticabilità di surrettizie scorciatoie esclusivamente preordinate a garantire l‟inosservanza della legge”. Recita infatti la sentenza del TAR: “Se è vero che, soprattutto negli ultimi anni, la superfetazione della decretazione d’urgenza ha indotto un‟evidente espansione del concetto stesso di “straordinarietà” dell’intervento (in molti casi atteggiantesi quale “ordinaria” modalità di attuazione dell’azione pubblica), va invece rimarcato come la necessità di riaffermazione dell’“ordinario” quadro normativo ordinamentale imponga di ricondurre l’impiego di tale strumento in un ambito di effettiva, quanto comprovabile, eccezionalità: sì da scongiurare la praticabilità di surrettizie scorciatoie esclusivamente preordinate a garantire l‟inosservanza della legge, laddove quest’ultima venga “sterilizzata” dalla consentita derogabilità alle disposizioni di rango primario. Se, a tale riguardo, non può esimersi il Collegio dal formulare l’auspicio che competente Pubblica Autorità promani un forte segnale di discontinuità quanto all’uso intensivo – quanto, frequentemente, inappropriato – della decretazione d’urgenza, il proposto thema decidendum impone di ribadire la constatata inadeguatezza motivazionale del decreto presidenziale del 31 agosto 2009, laddove – pur a fronte della precedente inclusione dell’opera nel novero degli interventi rilevanza strategica (alla quale accede una ben delineata configurazione degli snodi preordinati alla realizzazione dell’infrastruttura, con ricadute anche di carattere processuale volte ad accelerare la definizione delle controversie eventualmente insorte) e del successivo affidamento in concessione della progettazione, realizzazione e gestione della Pedemontana, nondimeno è stato deciso – invero, sorprendentemente – di presidiare il prosieguo del percorso realizzativo con un intervento commissariale ex lege 225/1992” Il Presidente Zaia ha parlato, a proposito della sentenza del TAR, di “eccesso di democrazia”. In realtà c’è stato un deficit di democrazia nelle modalità di approvazione del progetto della Pedemontana, come oggi certifica il TAR e già denunciava la Corte dei Conti per il Passante. Tanto più ingiustificabile, se si considera che il Governo Berlusconi nel 2001 emanò la Legge Obiettivo, che doveva per l’appunto servire a superare lungaggini burocratiche e a consentire una rapida realizzazione delle grandi opere pubbliche, a partire da quelle disegnate da Berlusconi in TV sulla lavagna messa a disposizione dal fido Vespa. Salutiamo quindi con soddisfazione questa sentenza, nell’attesa di conoscere la deliberazione del Consiglio di Stato al quale la Regione ha presentato ricorso, perché punta a smantellare uno dei lasciti negativi del berlusconismo: l’utilizzo della protezione civile per la realizzazione di opere pubbliche saltando le regole, la gestione di grandi eventi come le visite del Papa o anche solo le feste religiose attraverso procedure d’urgenza come si fosse di fronte ad un terremoto. Tutto accentrato nelle mani di pochi fedelissimi, in primis di quelle del capo della Protezione Civile Bertolaso che Berlusconi nominò pure sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Lo stesso meccanismo che faceva ridere a crepapelle lo spregiudicato imprenditore che si fregava le mani per l’avvenuto terremoto a L’Aquila pregustando i ricchi appalti che gli sarebbero spettati. Se il blocco della Pedemontana verrà confermato, per il territorio di Treviso ci sarà anche la positiva conseguenza del tramonto dell’operazione Barcon a Vedelago, dove i cavatori propongono di aggiungere, e in parte di finanziare, un nuovo casello alla costruenda Pedemontana che sia di servizio alle tante cave della zona attraverso una nuova viabilità di collegamento, e in cambio chiedono di poter cementificare trasformare quasi 90 ettari di area agricola, che sta alle spalle della bellissima Villa Emo a Fanzolo, trasformandola in area industriale e commerciale. Una parte del terreno agricolo verrebbe utilizzata per insediarvi uno stabilimento per la produzione del latte, per la macellazione e la lavorazione dei derivati, e accanto una specie di enorme supermercato per prodotti a km zero. L’altra parte del territorio agricolo verrebbe occupato da una cartiera, ora insediata a Piombino Dese nel padovano, che si svilupperebbe su due piani. Uno dei quali interrato, cioè da scavare. Si tratta di una operazione contro la quale sono schierati non solo i comitati locali ma anche tutte le associazioni di categoria, e che vede invece il sostegno degli amministratori locali della Lega.

Luca De Marco

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QUALCHE DOMANDA A LOR SIGNORI

Vorrei fare da semplice uomo della strada alcune domande in ordine sparso ai giornalisti della carta stampata e televisivi, alla classe politica seduta in Parlamento, alla vecchia maggioranza e alla vecchia opposizione; domande sullo spread, sui cambi valutari e sul rapporto debito-PIL , sui capitali in Svizzera, sul debito lasciatoci da Berlusconi, sulle vendite allo scoperto, sulle mancate elezioni.

1. SPREAD!

Perché la stampa ha parlato per mesi in modo martellante, ossessionante, quotidianamente, a tutte le ore, di spread e punti base, invece di usare termini e riferimenti chiari come differenziale e punti percentuale? Forse perché dire “toccati i 400-450-500 punti base di spread Bund-BTP” spaventa di più e meglio che dire l’equivalente “toccato il 6-7 % di interesse sui titoli di Stato, coi titoli tedeschi scesi al 2% “?

Perché, poi, informare l’opinione pubblica riferendosi al dato relativo e non a quello assoluto, visto che per ipotesi lo spread potrebbe ridursi a 100 punti base (oggi fantascienza, lo so) per un rialzo degli interessi tedeschi, lasciando inalterati i nostri interessi e con ciò i nostri guai? Forse sempre per lo stesso motivo?

2. CAMBIO e DEBITO-PIL.

Perché nel dare notizia dell’andamento dei cambi valutari i giornalisti, penso specialmente a quelli televisivi, ci riferiscono quotidianamente sul rapporto euro-dollaro, che sostanzialmente sta sempre su 1,3-1,4 , senza dirci con altrettanta continuità che le due valute nell’ultimo anno si sono svalutate attorno al 40% contro le altre monete forti? C’è il rischio che si possano fare troppe riflessioni sull’andamento della crisi generale?

E poi, cosa potremmo finire col pensare, se fossimo adeguatamente supportati da buone e costanti informazioni sulla crisi dei mutui americani, sul debito pubblico USA (e sul fallimento del super-committee per i tagli negli USA tra democratici e repubblicani), sull’esposizione estera dei debiti sovrani e specialmente sul rapporto debito-PIL che in Giappone è oltre il 220 % e non è in crisi, in Grecia è al 165 % e in Italia al 121% e sappiamo com’è andata, in Spagna è al 67 % ed è in crisi ma l’Olanda col 65% non lo è?

E se ci ricordassero ogni tanto che l’attacco alla Grecia è iniziato contestualmente alla pubblica denuncia fatta dal socialista Papandreu, nel dicembre del 2009 (a tre mesi dalla vittoria elettorale) , che i conti pubblici greci erano stati truccati dal governo precedente di Nuova Democrazia? E se ci ricordassero ogni tanto che la banca USA Goldman Sachs aveva aiutato quel governo a nascondere l’entità del debito, mentre all’epoca era governatore della Banca centrale greca quel Papademos che ora è il Primo Ministro “tecnico” , mentre l’attuale governatore era un manager di Goldman Sachs?

3. CAPITALI in SVIZZERA.

Quest’estate la Germania e la Svizzera hanno firmato un accordo, necessario alla Svizzera per uscire dalla “lista nera” dei paradisi fiscali (e non sufficiente: deve firmarne altri), grazie al quale i redditi finanziari prodotti da capitali tedeschi depositati presso banche svizzere subiranno una tassazione del 26,375 % (a favore della Germania, ovviamente) come imposta anonima liberatoria, più un prelievo una tantum tra il 19 e il 34 % in base agli anni di giacenza nei conti svizzeri e all’ammontare delle cifre ivi depositate.

Perché il governo Berlusconi-Bossi non ha fatto un accordo simile? C’è chi stima ancora in decine di miliardi di euro ( per il Sole 24ore.com sarebbero tra 130 e 230 miliardi) i capitali italiani esportati nelle banche svizzere: quante manovre sarebbero?

Se pensiamo che l’opposizione socialdemocratica tedesca si è pure permessa il lusso di criticare l’accordo perché garantisce il segreto bancario, possiamo valutare la distanza siderale tra la classe dirigente italiana e quella tedesca.

Perché la stampa non ci ricorda tutto questo un giorno sì e l’altro anche? Perché non ci ha detto ogni giorno, tra uno spread e l’altro e con lo stesso ritmo, “neanche oggi è stato firmato ecc.”?

E il nuovo governo lo farà ? Intanto ci dobbiamo accontentare dell’1,5 % annunciato da Monti sui capitali scudati a suo tempo da Berlusconi col 5 % (è la nuova equità?).

4. DEBITO PUBBLICO

Visto che il governo Berlusconi-Bossi aveva trovato nel 2008 un debito pubblico di circa 1600 miliardi e tre anni dopo ce ne lascia 1900 miliardi, visto che nel frattempo, pur negando ufficialmente la crisi, diverse manovre di risparmio le aveva purtroppo malamente fatte (scuola, pubblico impiego, enti locali, ecc.), visto che nonostante i tagli ha messo su 300 miliardi di debito aggiuntivo in tre anni, si può sapere dove ha buttato i nostri soldi ?!

Andando un po’ indietro, sarebbe interessante sapere anche perché tra il 2001 e il 2007 l’Italia ha avuto una crescita del PIL del 6,7% , mentre nell’area euro è stata in media del 12%. Chiedo troppo a lor signori?

5. PENSIONI

Attualmente si parla giustamente molto di quando si andrà in pensione: preoccupazioni legittime e comprensibilissime; ma perché non parliamo un po’ anche di quanto prenderanno i lavoratori colpiti dalla riforma Dini del 1995 e dal passaggio al contributivo?

Perché i lavoratori dipendenti colpiti da quella riforma andranno in pensione con circa la metà del loro ultimo stipendio, cioè dovranno diventare poveri da un giorno all’altro?

E perché quella riforma fu fatta dicendo che “il sistema pensionistico non ce la fa più” (ricordate la cantilena continua?) quando il settore dipendenti era ed è in attivo?

Ci dicevano anche che bisognava adeguarci all’Europa – la solita scusa – e in questi giorni lo sciopero dei dipendenti pubblici inglesi ci ha fatto scoprire che lì sono ancora al retributivo!

6. VENDITE allo SCOPERTO.

Un’ultima domanda, piccola piccola : perché non vietare per legge le vendite allo scoperto con sanzioni penali e accordi internazionali in tal senso ? Perché se io vendo un oggetto che non possiedo faccio una truffa e per la finanza non è così?

7. ELEZIONI.

Avrei ancora tante domande, ma mi chiedo solo perché noi Italiani non abbiamo potuto andare alle elezioni come in Spagna, giudicando chi ci aveva governato fin qui ed eventualmente confermando o cambiando il governo.

Perché noi non possiamo essere una democrazia normale, che anche nei momenti di crisi sceglie democraticamente le strade per uscire dalla crisi?

I socialisti in Spagna ci sono riusciti, pur andando a perdere le elezioni, Papandreu ha tentato in Grecia di dare subito la parola al popolo col referendum sulle misure anticrisi ma non glielo hanno permesso (dovrebbero esserci le elezioni in febbraio), da noi l’ex opposizione parlamentare non ci ha neppure pensato. Perché?

6 dicembre 2011

Stefano Fumarola

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Una manovra ideologica ora più limpidamente di destra

L’Italia è un paese profondamente diseguale nella distribuzione della ricchezza e del reddito, dove il 10% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza nazionale. E’ un paese di scarsa mobilità sociale, dove è sempre più difficile per i figli migliorare la condizione sociale della propria famiglia di provenienza. Per questo c’è bisogno anzitutto di politiche di redistribuzione del reddito e di potenziamento negli investimenti negli apparati formativi. Invece da decenni impera anche da noi una ideologia neoliberista che tende ad amplificare le disuguaglianze riducendo la presenza e la funzione dello stato nel funzionamento della economia e della società. Il socialista Jospin affermava di essere favorevole ad una economia di mercato, ma non ad una società di mercato. Un buon programma di minima che però non pare aver fatto proseliti. Senza l’intervento dello stato a tutela delle fasce meno protette della popolazione e a regolare il meccanismo della corretta competizione economica, il mercato lasciato a se stesso produce disastri, instaura la legge del più forte, sopprime la concorrenza costruendo cartelli, monopoli ed oligopoli. Fa esplodere le ineguaglianze e segmenta la società in caste chiuse. E invece da decenni la nostra classe dirigente nella quasi totalità, non solo politici ma intellettuali, imprenditori, giornalisti, sostiene che il problema è ridurre il peso dello stato nell’economia, liberare lacci e lacciuoli, restringere le competenze del pubblico e ampliare i settori gestiti dal privato, privatizzare le imprese pubbliche che funzionano e rendono, ridurre e tagliare le risorse pubbliche destinate agli studenti e ai pensionati. Questa ideologia malata e fanatica, che ha pervaso da noi anche il campo della sinistra pur essendo tipica in tutto il mondo dei movimenti e dei partiti conservatori, è quella che ha portato l’Italia ad un livello di malessere sociale del tutto ingiustificato rispetto alla potenzialità economica e alla ricchezza del paese.

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Con l’avvento della crisi mondiale, frutto a sua volta dell’affermarsi su scala planetaria del pensiero unico neoliberista, l’occasione per ripensare il modello di sviluppo c’era tutta, ma fino ad ora non è stata colta ed anzi si persevera in ricette vecchie e fallimentari. In questo quadro si colloca la manovra, o meglio l’insieme dell’accavallarsi delle varie manovre economiche improvvisate dal Governo nelle ultime settimane. Il tasso ideologico della manovra è particolarmente alto: in primis l’avversione feroce che Berlusconi e i giornali della destra hanno dimostrato verso il contributo di solidarietà richiesto ai dipendenti privati e agli autonomi con reddito sopra i 90.000,00 euro, fino a deciderne la eliminazione totale nel vertice a casa Berlusconi.  Siamo al pensiero reaganiano, oggi rinverdito negli USA dal Tea Party,  i fanatici che con il loro ostruzionismo ad Obama hanno determinato la recente crisi finanziaria mondiale, e che in Parlamento è stato rivendicato come proprio dal capogruppo della Lega alla Camera: niente tasse ai ricchi, perché i ricchi sono quelli che fanno marciare l’economia.

Uno dei fattori principali della ridistribuzione del reddito è la leva fiscale e la sua progressività, chi più ha più paga. Negli USA, a causa degli anni di governo dei repubblicani, i ricchi sono invece tassati meno dei poveri. Il multimiliardario Warren Buffet, che muove enormi ricchezze con i suoi fondi di investimento, terzo uomo più ricco al mondo, si è chiesto recentemente se è giusto che lui paghi di imposte il 17,4% sui suoi proventi e la sue segretarie vengano invece tassate tra il 30 e il 40%. Secondo i conservatori americani sì, e piuttosto che procedere a rivedere le esenzioni fiscali ai ricchi e ricchissimi hanno imposto a Obama di limitare le risorse a disposizione dei poveri e degli anziani. Non è un caso che gli USA siano uno dei pochissimi paesi occidentali dove l’indice della disuguaglianza è più elevato rispetto all’Italia.

Nella manovra, sempre per motivi ideologici, non si è voluto inserire una misura di equità e dal valore redistributivo come la tassazione patrimoniale. La patrimoniale esiste anche in Francia, dove fu introdotta dal socialista Mitterand, poi tolta dal conservatore Chirac e poi rimessa dai socialisti. Si applica ai patrimoni immobiliari con valore di mercato superiore ai 790.000,00 euro, con aliquote dal 0,55 fino all’1,8%. Il conservatore Sarkozy aveva annunciato di volerla eliminare, ma non gli è facile rinunciare ai 4 miliardi di introito annuo che la tassa garantisce. In Italia la destra ha prima eliminato le tasse di successione sui patrimoni, anche quelli immensi, ristabilite poi in parte dal governo Prodi per i patrimoni sopra il milione, poi ha abolito l’ICI per le prime case di alto valore (per quelle di valore medio basso il governo Prodi aveva già legiferato per la soppressione dell’imposta).

Il carattere ideologico spinto della manovra è evidente laddove interviene sulla materia dei contratti di lavoro, introducendo la possibilità di derogare allo statuto dei lavoratori, compreso l’art. 18 sui licenziamenti, attraverso la contrattazione aziendale. Dietro questo grave provvedimento sta non solo la pervicace volontà di Sacconi di soddisfare le peggiori pulsioni di Marchionne, dando una copertura legislativa alle operazioni antisindacali della Fiat. Agisce pesantemente un altro degli assunti ideologici del pernicioso neoliberismo: la libertà di licenziamento fa bene all’economia e aumenta l’occupazione. In termini più raffinati, è quello che si dice quando si invocano riforme per ridurre la rigidità del mercato del lavoro. E’ un presupposto ideologico, mai dimostrato, (basterebbe dire che nella “rigida” Germania c’è una disoccupazione molto inferiore che nei “flessibiili” Stati Uniti), ma sempre sulla bocca della nostra classe dirigente.

Anche l’attacco alle festività non religiose, la festa del Lavoro, della Liberazione e della Repubblica, cosa sono se non ritorsioni ideologiche che mettono insieme le idiosincrasie del PDL e della Lega contro il movimento dei lavoratori, la Costituzione nata dalla Resistenza e l’unità nazionale ?

E infine la novità emersa dal vertice di Arcore. Per coprire il mancato introito preventivato dal contributo di solidarietà si è deciso di colpire le cooperative, aumentandogli le tasse. Il solito vecchio bersaglio ideologico del berlusconismo, ma anche l’attacco ad un modo di fare economia che non contempla il massimo profitto come proprio ideale regolativo e smentisce perciò il fondamentalismo mercati sta dei liberisti.

C’è inoltre un aspetto della manovra che persegue un’altra delle direzioni di marcia del neoliberismo. L’espropriazione delle sedi democratiche di decisione, l’abbassamento del livello generale di partecipazione democratica dei cittadini alle scelte della comunità nazionale. La manovra è stata presentata come un fatto obbligato, senza margini di discussione e di partecipazione, in nome delle istanze superiori, i mercati e la Banca Europea. Il Parlamento è stato convocato a Ferragosto solo per la farsa inutile dell’esposizione lacunosa della situazione da parte di Tremonti. Le decisioni poi sulla modifica della manovra sono state concordate tra pochi capi, riuniti nella villa del padrone. Tutto viene fatto con decreto legge, oramai la sede legislativa non è più il Parlamento ma il Governo. Siamo di fronte ad una concentrazione del potere in pochissime mani, come mai si era visto nella storia della Repubblica. E questa riduzione della democrazia ad oligarchia viene  pure esaltata come elemento di modernità ed efficienza. Anzi la si vuole imporre agli enti locali, eliminando via via la rappresentanza democratica delle assemblee elettive a favore di luogotenenti nazionali o regionali che sul territorio garantiscano la catena di comando. Con la scusa della riduzione dei costi della politica.

In definitiva, la manovra come si delinea dopo l’accordo di maggioranza di Arcore appare  ancor più cristallina nella sua natura ideologica di destra. Per alcuni aspetti in linea con il pensiero unico neoliberista, che ha generato e che continua ad alimentare la crisi globale, per altri aspetti con la tipicità della destra nostrana. E con l’improvvisazione e la confusione caratteristica di una classe di governo superficiale, impreparata e incapace. Come scrive Mario Deaglio su La Stampa, “questa manovra-bis è il frutto della generale riduzione del livello di competenza e dell’aumento di pressapochismo del mondo politico”.

Una manovra messa in piedi per necessità esterna, e guidata nella redazione da pregiudizio ideologico e improvvisazione, non può che rappresentare un elemento che aggrava e non risolve la crisi, e rischia di trascinare il paese in una spirale perversa alla fine della quale c’è il fallimento del nostro paese e il massacro sociale.

A questa impostazione va  contrapposta una capacità di proposta alternativa, che fuoriesca dal binario unico dell’ideologia imperante e faccia i conti con la realtà. Faccia un bilancio delle politiche neoliberiste e dei disastri ai quali ci ha condotto questo finanzcapitalismo, o turbo capitalismo, o capitalismo finanziario che dir si voglia, e proponga misure alternative e opposte rispetto a quelle della destra. Potrebbe essere una buona occasione per mettere assieme le forze di cambiamento e cominciare a costruire la proposta di governo alternativa al berlusconismo leghismo. Lo sciopero generale indetto prontamente dalla CGIL per il prossimo 6 settembre può essere una buona spinta contro le inerzie delle segreterie dei partiti dell’opposizione parlamentare.

Luca De Marco

coordinatore provinciale SEL Treviso

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I deputati trevigiani non cerchino anche stavolta di salvare i protagonisti della P4.

Grazie alle intercettazioni telefoniche è emerso un risvolto trevigiano dell’inchiesta sulla PB, con il parlamentare del PDL Papa che briga per dirottare l’attenzione delle forze di polizia su un auto di lusso, probabilmente una sua regalia del tipo al quale ci ha abituato Berlusconi con le cosiddette Olgettine. Diversamente dal suo capo che chiamava la Questura di Milano per far scarcerare una minorenne marocchina, qui il Papa si preoccupa che i marocchini possano rubare la preziosa automobile. Ma per il resto la gravità del fatto è evidente: per interessi privatissimi si intende distogliere dalla loro attività le forze dell’ordine come fossero al proprio servizio e non al servizio della collettività.
Una situazione che rappresenta lo squallore totale al quale è arrivata la politica ai tempi del berlusconismo, e che andrebbe spazzata via al più presto.
Chiediamo ai parlamentari eletti nella nostra provincia, in particolare ai leghisti, di non fare anche questa volta i reggicoda di Berlusconi per salvare dal carcere i suoi accoliti. La richiesta di arresto per il deputato Papa arriverà presto al voto in aula alla Camera, nonostante il PDL stia cercando di tirarla per le lunghe nella commissione per le autorizzazioni a procedere. I leghisti hanno già negato l’arresto a Nicola Cosentino, detto Nick O’ Mericano, accusato di stare con i Casalesi, hanno votato che Berlusconi era davvero convinto quando telefonava di agire per salvaguardare gli interessi del nostro paese di fronte all’arresto della nipote di Mubarack, hanno approvato tutte le leggi ad personam per salvare Berlusconi, e ne hanno fatte anche per i loro guai giudiziari (affossamento dell’inchiesta sulla Guardia Nazionale Padana da parte di Calderoli eliminando per legge il reato contestato). Dimostrino i leghisti (in questo caso i deputati Dussin, Dozzo, Dussin) con i fatti se dietro i loro recenti proclami di autonomia da Berlusconi non c’è solo l’ennesima prima in giro degli elettori, ma se davvero sono capaci di dispiacere al loro vero capo, che non sta evidentemente a Gemonio ma ad Arcore.

Luca De Marco

Coordinatore provinciale Sinistra Ecologia Libertà

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LETTERA APERTA ALL’ ON. BERLUSCONI sulla scuola statale

love scuola

On. Berlusconi, ogni giorno gli insegnanti della scuola statale cercano di insegnare ai loro allievi i princìpi ed i valori repubblicani, valori che stanno alla base della convivenza civile: onestà, serietà, impegno, senso del dovere e consapevolezza dei diritti, rispetto per gli altri, disponibilità al confronto e al dialogo, solidarietà, tolleranza, spirito critico, amore per la democrazia (scusi la lunghezza dell’elenco ma è bene esser chiari, a scanso di equivoci).

On. Berlusconi, ci dica una buona volta quali sono i princìpi diversi che le famiglie a Lei care devono poter rifiutare; ci dica quali valori e quali princìpi diversi ispirano le famiglie che Lei ha in mente.

On. Berlusconi, Lei una volta di più, e come ormai ci ha abituati nei fatti con l’azione del suo governo, attacca la scuola pubblica perché vi si insegnano valori che Lei non condivide.

On. Berlusconi, nella scuola statale (e dico proprio “statale” con l’orgoglio di chi lavora al servizio della Nazione senza fini di personale profitto) non si fa indottrinamento, vi convivono tutte le opzioni culturali e gli insegnanti stessi appartengono alle diverse culture e sensibilità, non essendo stati assunti sulla base di una selezione ideologica: tale garanzia di pluralismo costituisce la vera e insostituibile ricchezza della scuola statale.

On. Berlusconi, nella scuola statale gli studenti vengono a contatto e si confrontano con coetanei di diversa origine, classe sociale, cultura politica, religione; imparano a conoscere l’altro, il “diverso da te”, a riconoscere in lui un loro simile; imparano le basi del dialogo, creano la coesione sociale del futuro.

On. Berlusconi, Lei attaccando la scuola statale e difendendo le scuole private indirizzate ideologicamente ha in mente una società in cui ognuno va solo coi suoi simili, una società di barriere e steccati sempre più alti, una società frantumata e separata.

On. Berlusconi, Lei è un pericolo per la convivenza civile e per la coesione sociale.

1° marzo 2011

Non Suo

Stefano Fumarola

(un insegnante statale)

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Se non ora quando? Adesione Gruppo SEL Provincia Treviso

Non possiamo tacere di fronte allo spettacolo indegno di questa Italia in cui le donne non sono altro che carne da macello, corpi da mercimonio, protagoniste solo nei festini privati del Presidente Berlusconi.

È il momento di ricordare che la maggioranza delle donne italiane e trevigiane hanno una dignità costruita attraverso un impegno civile e morale che è parte inalienabile della storia dei 150 anni d’Italia, che è formalmente sancita dalla Costituzione e che nulla ha da spartire con una cultura degradata e degradante offerta da giornali, televisioni e pubblicità.

La politica ha una grossa responsabilità, alla quale noi Consiglieri Provinciali di Sinistra Ecologia Libertà sentiamo di non poterci sottrarre, per questo domenica 13 febbraio saremo in piazza con le donne di Treviso e aderiamo alla mobilitazione “Se non ora quando?” promossa dalle donne a difesa della dignità propria e di quella delle Istituzioni.

Stefano Dall’Agata, Luca De Marco, Marco Scolese

Gruppo Consiliare Sinistra Ecologia Libertà

Provincia di Treviso

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Minetti e Buffoni

Vedere come i militanti del PDL si arrampicano sugli specchi per prender posizione e distanziarsi da Nicole Minetti è tra il divertente e il fastidioso.
La signora Buffoni non vuole rivolgere rimproveri al Presidente Berlusconi, ma afferma: “Minetti è andata sul listino bloccato senza aver fatto niente di niente: è stato un errore candidarla”.
Siccome non l’abbiamo candidata né io né la signora Buffoni, che sia il caso di prendere atto che Silvio Berlusconi candida per seggi sicuri persone che politicamente e pubblicamente non hanno fatto nulla?
Le cronache di stampa ci regalano notizie di vari servizi “privati” che la signora Minetti ha svolto: dal ruolo di “mediatrice internazionale” a quello connesso al favoreggiamento della prostituzione minorile.
Forse è il caso che la signora Buffoni prenda atto che questi ruoli sono stati assunti alle dipendenze del Presidente Berlusconi, e che è ora di tirarne le conclusioni, dato che è tanto ladro chi ruba che chi tiene il sacco.
Signora Buffoni, smetta di continuare a tenere il sacco al Presidente Berlusconi, esca da quel PDL di cui fa parte, sia coerente con quanto dice; altrimenti si dovrà pensare che le sue parole sono distinguo di facciata dovuti al momento mediatico non particolarmente felice per la sua parte politica, e nulla di più.

Stefano Dall’Agata
Capogruppo Sinistra Ecologia Libertà
Provincia di Treviso

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Il silenzio dei padri per le notti di Arcore

da L’Unità e dal sito di SEL Nazionale
Non solo il cavaliere, non solo le ragazzine, non solo le maitresse e gli adulatori, non solo gli amici travestiti da maggiordomi, le procacciatrici di sesso, i dischi di Apicella e la lap dance in cantina: in questa storia da basso impero ci sono anche i padri. E sono l’evocazione più sfrontata, più malinconica di cosa sia rimasto dell’Italia ai tempi di Berlusconi. I padri che amministrano le figlie, che le introducono alla corte del drago, le istruiscono, le accompagnano all’imbocco della notte. I padri che chiedono meticoloso conto e ragione delle loro performance, che si lagnano perché la nomination del Berlusca le ha escluse, che chiedono a quelle loro figlie di non sfigurare, di impegnarsi di più a letto, di meritarsi i favori del vecchio sultano. I padri un po’ prosseneti, un po’ procuratori che smanacciano la vita di quelle ragazze come se fossero biglietti della lotteria e si aggrappano alle fregole del capo del governo come si farebbe con la leva di una slot machine… Insomma questi padri ci sono, esistono, li abbiamo sentiti sospirare in attesa del verdetto, abbiamo letto nei verbali delle intercettazioni i loro pensieri, li abbiamo sentiti ragionare di arricchimenti e di case e di esistenze cambiate in cambio di una sveltina delle loro figlie con un uomo di settantaquattro anni: sono loro, più del drago, più delle sue ancelle, i veri sconfitti di questa storia. Perché con loro, con i padri, viene meno l’ultimo tassello di italianissima normalità, con loro tutto assume definitivamente un prezzo, una convenienza, un’opportunità.Ecco perché accanto ai dieci milioni di firme contro Berlusconi andrebbero raccolti altri dieci milioni di firme contro noi italiani. Quelle notti ad Arcore sono lo specchio del paese. Di ragazzine invecchiate in fretta e di padri ottusi e contenti. Convinti che per le loro figlie, grande fratello o grande bordello, l’importante sia essere scelte, essere annusate, essere comprate. Dici: colpa della periferia, della televisione, della povertà che pesa come un cilicio, della ricchezza di pochi che offende come uno sputo e autorizza pensieri impuri. Balle. Bernardo Viola, voi non vi ricordate chi sia stato. Ve lo racconto io. Era il padre di Franca Viola, la ragazzina di diciassette anni di Alcamo che, a metà degli anni sessanta, fu rapita per ordine del suo corteggiatore respinto, tenuta prigioniera per una settimana in un casolare di campagna e a lungo violentata. Era un preludio alle nozze, nell’Italia e nel codice penale di quei tempi. Se ti piaceva una ragazza, e tu a quella ragazza non piacevi, avevi due strade: o ti rassegnavi o te la prendevi. La sequestravi, la stupravi, la sposavi. Secondo le leggi dell’epoca, il matrimonio sanava ogni reato: era l’amore che trionfava, era il senso buono della famiglia e pazienza se per arrivarci dovevi passare sul corpo e sulla dignità di una donna.

A Franca Viola
fu riservato lo stesso trattamento. Lui, Filippo Melodia, un picciotto di paese, ricco e figlio di gente dal cognome pesante, aveva offerto in dote a Franca la spider, la terra e il rispetto degli amici. Tutto quello che una ragazza di paese poteva desiderare da un uomo e da un matrimonio nella Sicilia degli anni sessanta. E quando Franca gli disse di no, lui se l’andò a prendere, com’era costume dei tempi. Solo che Franca gli disse di no anche dopo, glielo disse quando fece arrestare lui e i suoi amici, glielo urlò il giorno della sentenza, quando Filippo si sentì condannare a dodici anni di galera.

Il costume morale e sessuale dell’Italia cominciò a cambiare quel giorno, cambiò anche il codice penale, venne cancellato il diritto di rapire e violentare all’ombra di un matrimonio riparatore. Fu per il coraggio di quella ragazzina siciliana. E per suo padre: Bernardo, appunto. Un contadino semianalfabeta, cresciuto a pane e fame zappando la terra degli altri. Gli tagliarono gli alberi, gli ammazzarono le bestie, gli tolsero il lavoro: convinci tua figlia a sposarsi, gli fecero sapere. E lui invece la convinse a tener duro, a denunziare, a pretendere il rispetto della verità. Tu gli metti una mano e io gliene metto altre cento, disse Bernardo a sua figlia Franca. Atto d’amore, più che di coraggio. Era povero, Bernardo, più povero dei padri di alcune squinzie di Arcore, quelli che s’informano se le loro figlie sono state prescelte per il letto del drago. Ma forse era solo un’altra Italia.

Claudio Fava

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