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Incontro sul Jobs Act. La sintesi

Venerdì 20 febbraio sono stati ospiti della federazione trevigiana di Sinistra Ecologia Libertà Giorgio Airaudo, deputato SEL in Commissione Lavoro e responsabile nazionale Lavoro di SEL, e Giacomo Vendrame, segretario provinciale della CGIL di Treviso. L’incontro si è svolto presso la saletta del Caf CGIL a Treviso.

Coordinatore della serata è stato Luca De Marco, coordinatore provinciale di SEL, a cui è spettata una prima introduzione riassuntiva sull’argomento in questione, ovvero sul Jobs Act targato governo Renzi.

Introduzione

Proprio poche ore prima dell’incontro il Consiglio dei Ministri aveva approvato in via definitiva i primi due provvedimenti attuativi dell’imponente legge delega sul lavoro denominata Jobs Act. Il segretario De Marco ha ricordato come il nome “Jobs Act” in origine dovesse richiamare l’insieme dei provvedimenti attuati da Obama negli Stati Uniti, provvedimenti al cui centro c’erano non solo le start up, ma anche un’ampia gamma di investimenti destinati a creare lavoro, non quindi un taglio dei diritti dei lavoratori.

Di tutto ciò non si occupa la versione italiana, che invece non fa che proseguire le politiche di austerità, dimostrate deleterie e controproducenti già da tempo, e l’umiliazione del lavoro dipendente, pubblico e non. Il progetto portato avanti è mortificare ulteriormente un paese già allo stremo e fin troppo flessibile nelle politiche del lavoro, il tutto a favore di una fantomatica ‘crescita’ che dovrebbe arrivare per input divino. Tutte queste riforme seguono la scia della politiche di destra proposte negli ultimi anni, come provano le motivazioni delle proteste del 2002 contro il tentativo di abolizione dell’articolo 18 a cui partecipò anche l’allora centrosinitra a fianco del sindacato, ma ora riuscito e in forma di molto ampliata,  con buona pace dei diritti dei lavoratori.

L’approvazione dei primi provvedimenti, da punto di vista politico, segna una definitiva rottura con il riferimento sociale originario di buona parte della maggioranza, eletta con una coalizione di centro sinistra che vedeva come riferimento i lavoratori e le classi più deboli, non di certo la finanza e Confindustria.
A quel riferimento sociale originario, SEL si è posta il problema di ridare rappresentanza, e ha cercato di fare un primo passo recentemente con la manifestazione Human Factor, che aveva come obiettivo proprio sfidare il renzismo con dei programmi e dei ragionamenti rinnovati e partecipati da tutte le esperienze che si riconoscono nel termine “sinistra”.
Giorgio Airaudo-Le riforme del lavoro in Parlamento

All’onorevole Airaudo è spettato parlare di come è stata gestita la riforma del lavoro dal punto di vista parlamentare. Infatti al momento sono stati licenziati solo i primi due provvedimenti, a dispetto di una legge delega così ampia da risultare incostituzionale non solo dal punto di vista italiano, ma persino secondo le norme europee.
L’intera operazione per far approvare il Jobs Act è stata fin dall’inizio intrisa, come del resto è successo per buona parte delle altre riforme portate avanti dal governo Renzi, di un forte simbolismo agonistico causato dalla smania del fare. Un fare che ha portato ad approvare una legge che aveva le sue basi pregresse in un progetto di parecchi anni più vecchio, quello di Garibaldi e Boeri, ma esasperando i concetti espressi dagli esperti nel peggiore dei modi e di fatto eliminando le tutele e le garanzie proposte dai due economisti per riequilibrare parzialmente la situazione che si veniva a creare.

Unica cosa positiva del Jobs act al momento è la cancellazione dei co.co.co e dei co.co.pro, o meglio la non legalità di riproporne di nuovi, perché in realtà per coloro che sono già stati assunti con queste modalità non è presentata via d’uscita prima del termine o rimodilazione del contratto già esistente.

 

I licenziamenti collettivi non erano inclusi nella delega

Per il resto, i due provvedimenti intervengono anche sulla legge del 23/07/1991 n. 223, quella che parla dei licenziamenti collettivi, permettendo di equipararli ai singoli. Unico risultato positivo da questo punto di vista è stato il far scendere finalmente in campo anche la CISL.

Per quanto riguarda i licenziamenti collettivi, infatti, la questione è molto diversa rispetto alla situazione in cui ci si è venuti a trovare per gli altri punti della riforma. Se il Parlamento ha concesso un eccesso di delega su quasi tutto il campo della riforma del lavoro, di licenziamenti collettivi non se ne è mai parlato. Quindi, a conti fatti, il governo si è permesso di legiferare su un campo che ancora spetta al Parlamento.

Come se ciò non bastasse, le commissioni parlamentari hanno espresso parere contrario riguardo alla norma, per giunta spaccando la maggioranza, ma il Governo ha ritenuto che le commissioni avessero solo funzione consultoria e ha inserito i licenziamenti collettivi ugualmente ignorando il parere delle commissioni.

Quindi, riassumendo, sui licenziamenti collettivi il Governo ha esautorato il Parlamento, sia della sua funzione di organo legiferante sia della sua funzione di controllo e ratifica delle leggi emesse.
Conseguenze

Che in tutto questo pandemonio politico non si parli di Grecia e di debito è importante e significativo. Infatti, il punto cardine del Jobs Act e delle stolte politiche della Troika è svalutare il lavoro perché non si vuole svalutare la moneta.
Infatti, pur avendo eliminato i co.co.co e i co.co.pro, si è lasciata la possibilità di avere contratti precari di 36 mesi per cui sono consentiti ben 5 rinnovi. Il significato tecnico è che si concede alle aziende una lunga prova del lavoratore, una lunga prova inutile. Sono rimasti inoltre i pagamenti con i voucher, e i quasi tutti i contratti a tempo determinato. Tutto questo prova che alle tutele crescenti non ci credono nemmeno loro.

Infatti, posto che anche dopo anni di anzianità il lavoratore non raggiungerà mai l’articolo 18 a livello di tutele, alle aziende, senza controlli e senza colpo ferire, vengono dati 8.000 euro all’anno di sgravi per i primi 3anni. Al termine dei 3 anni, se licenzio il lavoratore, poiché non spetta l’obbligo di riassunzione neanche per ingiusta causa ma solo un risarcimento in denaro, l’imprenditore alla fine arriverà comunque a pagare meno dei 24.000 euro che non ha pagato negli anni precedenti.
Se al momento si certifica un minimo aumento delle assunzioni, non è l’aver privato il lavoratore dei diritti che ne è la causa, ma i 24.000 euro di incentivi. Sono questi che fanno assumere, come dimostrano i nuovi contratti, difficilmente c’entra la facilità di licenziamento.
Senza contare che “contatto indeterminato a tutele crescenti” è un falso di significato in quanto non è detto che venga concepito come vero indeterminato e non ci sono che briciole di tutele che si acquisiscono solo dopo parecchi anni.

Non è concepibile come vero indeterminato non solo per la non possibilità di reintegro, ma anche perché in caso di licenziamento l’onere per dimostrare che questo è avvenuto senza giusta causa stetta interamente al lavoratore. È come se si tornasse indietro nel tempo in cui erano possibili i licenziamenti detti “ad nutum”, cioè con un segno. Non importa se il datore di lavoro ha torto, comunque può licenziare quando e come vuole, mentre al lavoratore spetterà valutare se davvero ha i soldi per poter fare ricorso, con il solo obiettivo di ricevere al massimo qualche euro in più che non gli garantiranno la sussistenza finchè sarà disoccupato vista al crisi del momento.
Per quanto riguarda le tutele, alle categorie più deboli è stata concessa un po’di maternità e qualche briciola di altri diritti, ma neanche tanto, in quanto in minime parti erano già stati previsti dalla vituperata riforma Fornero, i cosiddetti ammortizzatori targati NASPI, che ora sono stati estesi anche al CATUC (Contratto A Tutele Crescenti)

Conseguenze meno visibili comprendono anche i sindacati, in quanto nei luoghi di lavoro sarà molto più difficile iscriversi al sindacato, offendo quindi una generalizzata estensione del modello FIAT (dove a Pomigliano FIOM è stata esclusa dalle votazioni per le RSA in quanto non firmataria del contratto proposto ndr). Se ti puoi teoricamente iscrivere anche ad un sindacato non gradito, non lo farai di certo in fabbrica, ma fuori e sperando che non lo sappia il datore di lavoro, tutto ciò rendendo ancora più difficili i rapporti sindacali.

Situazione Europea
Tutto ciò mostra grande coerenza sul versante europeo, dove stanno litigando Tsipras e Merkel non sul debito, ma sui diritti del lavoro, gli stessi che il governo Renzi qui si sta diligentemente apprestando a smantellare come ordinato dalla Troika. Poiché in Grecia la situazione è disperata, è ovvio che questa si sia giocata tutte le carte a propria disposizione. Con Russia non è altro che un attento gioco geopolitico, che mostra quanto la battaglia sia al momento serrata.

Sinistra Ecologia Libertà in Parlamento

Alla camera, il gruppo parlamentare di SEL si è impegnato sulla norma d’azienda per la deroga dei contratti, si è riusciti ad incardinare il Green New Deal, che dovrebbe creare un vero e proprio nuovo mercato nel lavoro basandosi su ben altre richieste dell’Europa, si sono messe toppe o si è cercato di farlo dove possibile, ci si è messi d’impegno per tener aperte le discussioni sugli argomenti più importanti e che avrebbero portato maggiori danni alle persone, ma non sempre ci si è riusciti.
Una delle ultime battaglie contro il governo è quella che comporta l’eliminazione della cassa integrazione per fallimento, che dovrebbe“togliere dalle spese”dell’impenditore gli operai nel momento in cui svendi un’azienda, che fino ad oggi veniva rilevata con tutti gli operai. Il nuovo padrone doveva pagare anche un tanto (simbolico) per operaio e garantirne l’occupazione. A farsi carico della ricollocazione, su modello tedesco, dovrebbero farsi carico i centri per l’impiego. A costo zero. Cioè, secondo il governo i 9.000 precari impiegati nei centri per l’impego, in un periodo di massima crisi, dovrebbero trovare lavoro in tempi ragionevoli a tutti gli esuberi dei fallimenti e delle cessioni di attività. Senza contare che in Germania per lo stesso scopo e con meno crisi gli addetti sono 110.000.
Airaudo ha fatto notare che se fosse stata in vigore questa norma all’epoca la tanto decantata FIAT non si sarebbe comprata la Bertone, in quanto all’azienda ex torinese interessavano i lavoratori e la loro esperienza. Senza il sistema della cassa integrazione sarebbero dispersi e per FIAT sarebbe stato difficile recuperarli. La risposta dell’ex sotto segretario durante il governo Letta, Carlo Dell’Aringa, dopo una lunga telefonata con Confindustria, è stata che per quanto la precisazione fosse di buon senso, loro dovevano mantenere la teoria alla base della riforma, e comunque secondo Confindustria era più facile vendere le fabbriche così. Cioè, secondo Confindustria, le norme devono consentire agli imprenditori italiani di poter vendere agevolemente, libere dal carico della forza lavoro, le loro aziende.

Reazioni a sinistra e tesi del professor Gallino
A controbilanciare questa marea di riforme illogiche, deleterie e incostituzionali, si sta cercando da vari livelli a reagire. Una legge di iniziativa popolare è stata proposta dalla CGIL e un referendum abrogativo. Quest’ultimo puntroppo sarà principalmente buono per prendere tempo, perché gli italiani probabilmente se ne accorgeranno solo quando gli arriverà addosso, esattamente come era successo con la riforma Fonero. Purtroppo non si può aspettare che vada in peggio.

Secondo Airaudo le possibilità per una risalita ci possono ancora essere, ma offre anche un’altra opinione, quella di Luciano Gallino con cui SEL ha costruito la sua proposta di Green New Deal.

Secondo l’autorevole sociologo, i consumi al momento sono calati di 59 punti in termini di crescita, e ora persino una fantomatica ripresa dell’1 pare difficile, senza contare che ora le sutuazioni si fanno di anno in anno diverse.

Man mano che si andrà avanti con l’evoluzione tecnologica infatti, se prima per fare una macchina erano necessarie 8 ore di lavoro, ora ce ne vogliono solo 5 e meno manodopera grazie all’introduzione delle applicazioni informatiche.

Aggiungendo a questo una riduzione del reddito e della sicurezza dei lavoratori, in questo modo il capitalismo sega il ramo stesso su cui è costriito: chi produce non può comperare.
Tutto ciò va bene solo per chi esporta, sfruttando il combinato disposto, ma i consumi interni e la capacità per l’italiano medio di spendere rimarrà invariata, potrà solo andare peggio. Non solo, secondo Gallino, non torneremo alla situazione di prima, ma verranno ad aggiungersi anche altri problemi. Non basta più nemmeno spostare la fabbrica in Romania, perché i prodotti in Italia non te li compra nessuno.

Renzi va forte perché la gente vuole speranza, conclude l’onorevole Airaudo, ma con la sola speranza non si cambia la realtà e prima o poi si vedranno i fatti. Bisognerà per quel giorno costruire altemative, anche politiche. In Italia ci sono molte macerie e vigliaccheria, ma si può fare. Se governi prendono le parti dei più forti, siamo tornati agli anni ‘50 ed è questo ciò che sta accadendo. Infatti danno a Squinzi persino più cose di quelle chr hanno chiesto.

A livello politico sono cambiate molte cose in questi due anni, l’obiettivo deve essere andare contro il renzismo, stare con il mondo del lavoro opponendosi alla via speculativa. Bisogna ricostruire il rapporto di forza per non far vincere il racconto e Twitter. Nel momento in cui togliamo il co.co.pro e l’art 18 è finita un’epoca.

Giacomo Vendrame – Il rapporto tra Governo e CGIL

Sulla stessa linea si pone Giacomo Vendrame, che offre un punto di vista sull’argomento più legato al territorio. Nemmeno lui lesina critiche al Governo, riprendendo ed approfondendo proprio il fattore “racconto” tipico di Renzi, che infatti fa leva sulla propria capacità comunicativa e usa i dati che ha per rassicurare anche quando in realtà sta parlando delle peggiori nefandezze.

Renzi rassicura, ad esempio, dicendo di aver tolto le differenze nel mondo del lavoro, ma non entrando nei dettagli del come e in che modo ha omologato i lavoratori, non spiegando che è stato un gioco al ribasso e che le condizioni misere di certe categorie di lavoratori vengono ora estese anche agli altri. I discorsi servono a disinnescare la paura, non a dire quello che fa.

Per quanto riguarda la CGIL, a livello nazionale ci si ripropone di non fare lo stesso errore fatto in occasione della legge 30 (legge biagi) e di studiare il documento che verrà approvato attentamente. Il sindacato infatti deve essere certo di poter tutelare tutti e contrattare. Come la CGIL riuscirà a farlo dipenderà dal contingente, contingente che al momento non vede il Veneto in buone acque.

Tutele del lavoratore

I problemi del sindacato di fronte alle continue modifiche del governo, dipendono anche dalla necessità di scegliere come tutelare il lavoratore, in quanto in tutte le nuove varianti si presuppone sempre la capacità di prevedere per quanto tempo il lavoratore sarà disoccupato: NASPI, mobilità, ASBI per gli over 50 che però dura solo 6 mesi.
La priorità in questo frangente è essenzialmente cambiare la riforma Fornero, ma anche affrontare finalmente il problema della ricollocazione per i membri della categoria over 50.

In questo panorama, sarebbe stato prioritario persino il contratto a tutele crescenti se fosse servito per sopprimere l’enorme quantità di contratti precari, che invece non solo sono rimasti, ma hanno aggiunto anche un nuovo tipo di controatto fin troppo semplificato. Infatti, quando si modificano o creano nuovi contratti, bisogna considerare che il mercato del lavoro è liquido: blocchi con un paletto, passi dall’altra parte.

Bisogna mettere i paletti giusti al posto giusto e su questo lavorerà la CGIL anche se sarà difficile, specie con i contratti nazionali. L’obiettivo dev’essere unificare il mondo del lavoro, costruire un nuovo statuto, lavorare per modificare il sistema degli appalti, assicurando clausole sociali che tutelino i lavoratori durante il cambio di appalti. Proprio questo punto è stato troppo sottovalutato, anche dai sindacati, perché spesso si guarda solo all’azienda e non ai margini, aiutando a creare abissi tra chi lavora per le cooperative e chi è regolarmente assunto in fabbrica: lavorano nella stessa ditta ma sono divisi.

Il lavoro in Veneto
Dicembre, infatti, è stato un mese eccezionale come licenziamenti, nei mesi precedenti si prendevano in mano 300 licenziamenti in media, ma nel mese di dicembre si è saliti a ben 1085, e per un motivo ben preciso: molti hanno aspettato la scadenza della proroga che era stata garantita. Tutto questo in Veneto, dove c’è una forte vocazione all’export e quindi l’economia locale dovrebbe resistere

Molte colpe a livello locale vengono date anche al silenzio del governo regionale su temi importanti: Castelfranco è ora svuotata per quanto riguarda l’industria metalmeccanica, Motta di Livenza ha praticamente perduto il distretto industriale famoso per i mobili, categoria per cui il Veneto era tra i più importanti in Italia, la zona industriale di Susegana e il distretto di Montebelluna sono in sofferenza.
Pare che solo in questi ultimi giorni ci si stia ponendo il problema di come fare ad uscirne, ma arriva il tutto a 6 anni dalla crisi, una crisi che in Veneto non si era pronti a sostenere dal punto di vista culturale e a cui i veneti hanno risposto in molti casi con i suicidi, non solo di imprenditori, come dicono i giornali, ma anche di lavoratori dipendenti, che non sapevano come affrontare la nuova situazione. Invece di insegnare a chi perde il lavoro a leggere la nuova situazione e il nuovo mercato in cui ci si trova, ci sono formazioni, anche politiche come al Lega, che invece fomentano le paure.

In regione, Vendrame ha indicato come punto importante su cui è necessario lavorare quello della legalità, infatti Treviso, con le sue tante piccole aziende che nascono, vengono vendute e falliscono velocemente, è facile che si trasformi in una grande lavatrice, una macchina ripulitrice di denaro sporco così grande che non è possibile che possa sfuggire ad un uomo attento come Zaia. Senza contare che non si è mai pensato ad un piano sanità che pensi alle categorie deboli, come i pensionati o i disoccupati e la faccenda Mose è stata fatta passare in sordina.

Inoltre in Veneto si studia spesso in luoghi non idonei e non si presta dovuta attenzione al vero significato del rapporto scuola-azienda.

Il fattore conoscenza
Determinante risulta infatti il fattore conoscenza, senza si può solo fare di peggio. Ed è la conoscenza che al momento viene sottovalutata a tutti i livelli. Basta vedere gli stipendi dei ricercatori, per cui non c’è da stupirsi della loro fuga all’estero, laureati di alto livello che fanno altri tipi di lavoro perché le aziende non ne concepiscono il valore, che invece è essenziale sia nel campo dell’export sia per rinnovare le aziende ed i prodotti. Senza conoscenza non si cresce, anche perché per avere effettivamente un vero aumento degli occupati, non bastano le stime al +0,4%, bisogna come minimo arrivare ad un +2%.

Da qui in poi però il compito spetta alla politica, perché non è la CGIL che siede in parlamento. Per quanto sia facile attribuire colpa al sindacato e chiedere perché non ha fatto qualcosa nei vari momenti della nostra storia, ma la colpa non può essere solo sua. Spetta al Parlamento riprendere il proprio ruolo a dispetto della crescente esautorazione, perché se alla CGIL dovesse toccare ancora un eccesso di supplenza, sarebbe il modo più facile per garantirle l’accumulo di critica, mentre il sindacato deve continuare a svolgere il suo compito esternamente alla politica.

La crisi non la risolve la CGIL, conclude Vendrame, ma nemmeno le aziende come vuole il governo, perché se le aziende non sanno finalizzare i loro investimenti non si avrà mai una vera ripresa della crescita.

Conclusioni di Airaudo – Destino della sinistra e ruolo di SEL
L’onorevole Airaudo, a seguito delle domande poste in sala, ha precisato che per quanto riguarda i rapporti interni al centro-sinistra niente potrà più essere come prima, bisogna fare altro. Un segnale forte l’ha data al rottura tra Pd e CGIL, che non è tattica o su un singolo argomento, come Lama contro Berlinguer, non è una dialettica su un campo comune e condiviso, ma una lotta per mantenere la propria autonomia. O pensi che sia tutto momentaneo, o ha ragione Fulvio Colombo quando dice che Renzi viene da destra e vola a destra, ma nel frattempo ha dirottato il PD. Non è un caso che il massimo del suo consenso venga da destra.

Dopo lo strappo, la sinistra soffre, e in parte viene dirottata sula Movimento 5 Stelle e non va più a votare. Non basta sommare quello che c’è perché probabilmente tutte le forze esistenti sono inadeguate. Non esiste il Maradona di tumo, prima va creato il campo, poi arriverà il leader. Prima o poi anche le parti sociali dovranno darsi un riferimento politico, che difficilmente sarà qualcosa che esiste, visto che in commissione lavoro metà sono ex-sindacalisti ma non votano per i loro diritti.

Non si puo delegare alla CGIL e nemmeno a SEL. È positivo il dialogo con SEL della Camusso quando è venuta alla camera, ma è indubbio che fosse di cortesia, perché SEL è ancora troppo piccolo, siamo troppo pochi per svolgere quel compito. Possiamo però ricucire e aiutare.

C’è stata una destrutturazione pesante, che diffonde l’idea che alcune parti sociali non servono. Negli uffici pubblici, nei luoghi di lavoro, negli incontri a palazzo chigi alcune parti sociali non vengono più chiamate. È vero che alcuni tavoli erano estenuanti, ma il confronto ci deve essere. SEL può riaggregare e praticare la buona politica, lavorando per qualcosa più grande.
L’Italia ha le sue particolarità e quelle bisogna sfruttare. Spagna e Grecia non avevano asociazioni di volontariato, e quella parte qui sta ancora lavorando e deve avvicinarsi da sola ad un modo di fare politica in cui riconoscersi. Tsipras cominciò dal 2% dopo una scissione, Podemos è nata fuori dalla politica stessa.

La classe media in Grecia è collassata, ma anche qui ci sono problemi gravi in piccoli settori localizzati. I 4 mesi di proroga per gli sfratti, infatti, non fermeranno gli sfratti di migliaia di persone di qui a pochi mesi. Per le pensioni è prevista al massimo un’altra proroga, perchè non hanno intenzione di mettere mano alla legge Fornero che garantisce almeno 90 miliardi di euro.

Nel Parlamento però ben pochi sono disposti a votare contro questi provvedimenti, infatti Fassina e Civati sono soli lì, non hanno truppe a dispetto dell’elettorato originario del PD.

In compenso l’informazione è faziosa e attenta più alle bagarre che ai contenuti. Dopo la presentazione del Green New Deal, l’onorevole Airaudo rivela di non aver avuto alcuna richiesta di interviste nonostante l’apporto importante che poteva dare all’occupaizone italiana, mentre non appena è accaduta al ressa tra SEL e PD gliene sono state richieste tantissime.
Tutto ciò che SEL e chi vuole ricostruire la sinistra può fare al momeno è solo stare dalla parte dei sistemi sociali, perchè una volta che il progetto buono sarà partito. gli altri arriveranno, anche in overbooking. Bisognerà vincere la figura del premier vincente che fa paura e deve andare avanti, perché finchè si va avanti veloce non si discute. L’unico punto del PD in cui si discute ancora è la sua aprte a sinistra, ma è essenzialmente basata sul fatto se il PD sia ancora recuperabile o no.

Per informazioni sul progetto di Garibaldi e Boeri vedi:

http://archivio.panorama.it/economia/Lavoro-Tito-Boeri-le-mie-idee-per-la-riforma-L-INTERVISTA

http://www.lavoce.info/archives/30121/quali-tutele-quanto-crescenti/

Per informazione sulla legge Biagi

http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Biagi

Deborah Marcon20feb220fe320feb4

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più diritti e più lavoro per tutti

Pubblichiamo il resoconto dell’intervento alla Camera, il 25 novembre scorso, di Giorgio Airaudo per dichiarazione di voto finale sul Jobs Act:

“Signor Presidente, guardate, c’è una distanza enorme tra la discussione che stiamo svolgendo in quest’Aula sul lavoro, sui suoi diritti, sui suoi doveri, su come si contribuisce a costruire e a creare lavoro e su come si evita di distruggerlo. È il Paese reale, che è fuori da qui a difendere le fabbriche, a difendere i posti di lavoro, financo a difendere le compagnie aeree e il lavoro che esse danno; e il mio pensiero va tra i molti al comandante Mascia, che da 42 giorni è su una torre-faro di 35 metri, mentre noi parliamo (Applausi dei deputati del gruppo Sinistra Ecologia Libertà).
Il Paese reale si unisce nelle piazze, e unisce i giovani precari. A proposito, vi siete dimenticati di dire, e avete perso per strada quella retorica giovanilista, che non veniva dalle culture della sinistra, ma da ben altre culture e che divideva i giovani dagli anziani. Il Paese si unisce, i giovani precari, i lavoratori; e si unisce sul fatto che si vogliono più diritti e più lavoro per tutti, e non meno lavoro e diritti a pochi, pochi diritti a tutti. airadu
Questa è una distanza che ormai si misura tra la nostra discussione e il Paese e si misura ormai di elezione in elezione in centinaia di migliaia di astensioni che solo il delirio di onnipotenza del Premier confonde come effetto secondario, effetto collaterale quando per il Paese, per i lavoratori è l’azione di questo Governo che è secondaria, che è un effetto collaterale perché non risponde ai problemi del Paese e dei lavoratori. Il plagio che si sta compiendo inizia dalla campagna nominalistica sul job act che richiamava i propositi delle politiche pubbliche nordamericane per creare lavoro, immaginate dal presidente Obama nel 2011, politiche che immaginavano un intervento pubblico, pesante, significativo un vero e proprio New deal, ricordando quello di Roosevelt, politiche purtroppo incompiute e non realizzate.
In Italia voi invece lo utilizzate per dare alle imprese il  massimo di messa a disposizione della forza lavoro, il massimo di messa a disposizione del singolo lavoratore; questo provvedimento che ci accingiamo a votare si carica della responsabilità di rendere possibile il demansionamento, il controllo a distanza senza il consenso dei lavoratori, di sterilizzare una buona proposta di legge contro le dimissioni in bianco già approvata da questa Camera, che questa Camera non ha neanche l’orgoglio e la dignità di difendere (Applausi dei deputati del gruppo Sinistra Ecologia Libertà) perché l’abbiamo approvata a larghissima maggioranza in questa parte del Parlamento.
Tutti i provvedimenti che non servono a creare lavoro ma che mandano  nella crisi un messaggio preciso: il lavoro umano deve contare meno delle merci che produce. L’impresa deve avere più peso, più autorità del lavoro fino all’articolo 18 reso definitivamente inutilizzabile. Molti di voi o almeno tutti quelli di voi che hanno visto il lavoro dalla parte delle radici, quella dei lavoratori, sanno che nessuno licenzia con argomenti discriminatori o disciplinari, se può per motivo economico collocare un lavoratore o una lavoratrice in un ramo d’azienda in crisi o su un prodotto obsoleto.
I licenziamenti, Ministro Poletti, come l’acqua, scelgono la via più facile non vanno in salita. Voi sperate che di fronte a questa riduzione di cittadinanza del lavoro, una cittadinanza già fragile perché storicamente con poche leggi è a favore del lavoro il nostro Paese, arrivino gli investimenti quelli nostrani e quelli esteri, arrivi il lavoro da questi investimenti, quel lavoro e quegli investimenti già mancati dal Governo Monti e spero che l’onorevole Tinagli si giustifichi nell’intervento che seguirà perché lei sa che quella politica ha già fallito e ci riprova anche con voi.
Il Governo Monti aveva già sterilizzato l’articolo 18, voi proseguite e andate oltre su quella stessa strada; vantate, dopo il decreto Poletti che ha cancelletto le causali e ha reso ripetitivo il contratto a termine aumentando la precarietà, un aumento di occupazione ma come ha notato pochi giorni fa su La Stampa di Torino un vostro ex esegeta, il professore Ricolfi, i vostri dati vanno ridotti dai 153 mila a, forse, 70 mila visto che come dice lui avete scelto il frutto migliore e cioè avete usato e presentato solo i dati che vi danno ragione. Ovviamente bisognerebbe anche tener conto dell’aumento della disoccupazione – 48 mila persone in più, ci ricorda il professor Ricolfi su La Stampa di Torino, sempre fra agosto e settembre – e l’esplosione delle ore di cassa integrazione che sta continuando.
Piangono 145 mila posti di lavoro in meno e voi invece di intervenire in modo selettivo incentivando chi mantiene l’occupazione, chi rinuncia a licenziare, chi assume in Italia, immaginate 6 milioni di riduzione sull’IRAP a pioggia senza nessun vincolo. Immaginate un contratto a tutele crescenti che di crescente ha solo l’indennizzo per il licenziamento che crescerà con l’anzianità, non le tutele perché non si sa quali sono quelle di partenza e non ce ne sono all’arrivo, perché l’articolo 18 quello light decapitato da Monti non l’avrà progressivamente più nessuno.
Io non posso non chiedere, non ce la faccio Guglielmo, non posso non chiedere a te Guglielmo Epifani, mio segretario della CGIL, cosa è cambiato dal 23 marzo 2002 quando tu eri sul palco insieme a Cofferati ? O hai sbagliato allora o sbagli oggi (Applausi dei deputati dei gruppi Sinistra Ecologia Libertà e MoVimento 5 Stelle).
E a Damiano, anche lui sindacalista, anche lui Ministro del lavoro e quindi per la nostra cultura dei lavoratori, sindacalista con cui condivido non solo la stessa città e la stessa categoria di militanza e di precedente esperienza sindacale, non posso non ricordare che se lui ha potuto fare il Ministro e siede in questo Parlamento è perché alcune centinaia di migliaia di operai, metalmeccanici, comunisti spesso, comunisti, hanno lottato e si sono battuti per quei diritti. Lui non sarebbe mai arrivato come me in questa Camera se non ci fossero stati quei lavoratori che quell’articolo 18 l’hanno conquistato scioperando e battendosi (Applausi dei deputati del gruppo Sinistra Ecologia Libertà) e non posso non ricordare uno di questi lavoratori che negli anni Ottanta, quando si è cominciato ad arretrare, a ritirarsi scambiando diritti, diceva in dialetto piemontese «ciamuma niente» prorogato nel tempo. È meglio non chiedere niente ogni tanto, onorevole Damiano, se poi si ottiene una scrittura sui licenziamenti peggiore di quella uscita dal Senato, se poi si sanciscono i licenziamenti in quel testo. Allora, mentre voi annunciate l’allargamento degli ammortizzatori, ci sono nel Paese reale lavoratori che sono costretti, per l’effetto delle norme Fornero, sempre quelle di Monti che voi proseguite, a dover scegliere se andare in mobilità entro il 31 dicembre con tre anni o se andarci dal 1o gennaio con due. C’è una specie di riffa in molte aziende, con gli imprenditori che aspettano e che offrono: ti licenzi adesso e hai tre anni, che non ti serviranno a raggiungere la pensione che scappa, o ti licenzi fra un anno. Perché non avete sospeso quella norma ? Dov’è l’allargamento degli ammortizzatori per questi lavoratori nella crisi ? Dove sono i soldi ? Lo scopriremo nella legge di stabilità, forse fra qualche giorno, perché volete farci un regalo di Natale. Spero lo facciate davvero ai lavoratori, perché servono molti di più dei 200 milioni che avete aggiunto fino adesso in Commissione e ne servono molti di più per tutelare chi oggi è in difficoltà. E ne serviranno di più perché la cassa integrazione è in aumento, quando sarebbe bastato estendere la cassa a tutti, facendolo pagare a tutte le imprese e a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici. Ieri vi abbiamo ricordato – sto finendo, Presidente – che il 20 maggio del 1970, giorno in cui veniva approvato lo Statuto dei lavoratori L’Avanti ! salutò quell’evento dicendo che la Costituzione entrava in fabbrica. Oggi con questo voto, ripensateci, non fatela uscire dalle fabbriche e dai luoghi di lavoro, lasciatela in eredità ai giovani che cercano un lavoro stabile con buoni diritti. Abbiamo molte ragioni – ha ragione l’onorevole Buttiglione – bisognerà trovare la forza – su questo ha proprio ragione – per far rientrare questa ragione da fuori il Parlamento a dentro il Parlamento, perché da oggi inizia una nuova battaglia se approverete questa norma, quella per ricostruire il diritto del lavoro, il diritto dei lavoratori perché può esserci un lavoro con buoni diritti, perché se ci si arrende all’idea che l’unico lavoro possibile è quello che c’è, è quello che resta, quello che ti consegna al mercato se vali meno dei prodotti che produci, c’è un problema che riguarda la libertà, la dignità e noi a questo non rinunceremo mai (Applausi dei deputati del gruppo Sinistra Ecologia Libertà – I deputati del gruppo Sinistra Ecologia Libertà espongono cartelli recanti la scritta: «Statuto dei lavoratori»).

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GIORGIO AIRAUDO A TREVISO

La controriforma  del lavoro del governo Renzi, chiamata Jobs act, rappresenta il più radicale cedimento alle politiche dell’austerità che pure a parole si dice di voler modificare. E  invece l’azione del governo porta avanti con decisione nei suoi elementi fondamentali: ridurre i diritti dei lavoratori, ridurre i salari e gli stipendi dei lavoratori, per aumentare la concorrenzialità delle esportazioni. Una politica del tutto fallimentare che aggrava e non risolve la crisi, aumenta la disuguaglianza sociale, riduce in povertà parte crescente della popolazione, destruttura il welfare colpendo i servizi pubblici, e che non funziona neppure economicamente, deprimendo la domanda interna e impedendo politiche di investimento pubblico. Una politica che ha bisogno, per vincere ogni resistenza, di modificare anche gli assetti istituzionali, eliminare le elezioni dove possibile (vedi province e Senato), e dare più potere al Governo e alla maggiore minoranza elettorale.

La scelta del governo è stata quella di provocare una rottura profonda rispetto alla cultura di riferimento e al programma con il quale si presentò l’alleanza Italia Bene Comune alle ultime elezioni, e di assumere come proprio avversario il sindacato e proprio sponsor il fronte industriale. Questo ha portato ad una mobilitazione sociale importante e inedita, culminata nello sciopero generale del 12  dicembre indetto da CGIL e UIL. E ha manifestato la necessità di un cambiamento del quadro politico, per far sì che sia in campo una rappresentanza del mondo del lavoro adeguata alle necessità del presente, capace di portare sul terreno della sfida per il governo una modalità alternativa di affrontare la crisi sociale ed economica che l’impostazione dominante in Europa e in Italia dimostra di non essere in grado di risolvere.

SEL ha già esplicitato, con la iniziativa Human Factor svoltasi a Milano a fine gennaio, la propria messa a disposizione di un processo di ricomposizione a sinistra. Che parta da contenuti concreti e da questioni dirimenti, a partire dalla questione lavoro.

Per affrontare nel dettaglio delle sue implicazioni pratiche, oltreché politiche, il tema del Jobs Act,  SEL organizza un incontro pubblico per venerdì 20 febbraio alle ore 18.00 presso la saletta CGIL, in via Dandolo a Treviso, nel quale sarà presente il responsabile nazionale lavoro di SEL e deputato della Commissione Lavoro della Camera GIORGIO AIRAUDO, e il segretario provinciale della CGIL di Treviso GIACOMO VENDRAMEtreviso20febbraio.

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Così vanno le cose, così non devono andare. Sel sostiene lo sciopero generale

La Federazione Provinciale di Treviso di Sinistra Ecologia Libertà condivide le ragioni della sciopero nazionale di venerdì indetto da CGIL e UIL.160x600
In questo momento di smarrimento sociale, di fronte ad una crisi sociale, economica e ambientale profonda, e a una questione morale che riesplode ancora una volta e ci ricorda quanto sia profonda la disuguaglianza e l’ingiustizia in questo paese, la mobilitazione democratica alla quale i sindacati chiamano lavoratori e cittadini è un antidoto sia alla depressione e al disimpegno civile, sia alla rabbia cieca e disperata che rischia di prendersela con bersagli sbagliati e fare il gioco dei nemici della democrazia. Va invece tenuta viva la richiesta di un cambio di passo nelle politiche economiche e sociali di questo governo, che non indicano una via di uscita dalla crisi ma la assecondano.
Il Jobs Act prevede di ridurre i diritti dei lavoratori in cambio di un aumento della occupazione che non ci sarà. Non realizza la cancellazione della precarietà bensì la estende a vita per le nuove generazioni. Fa tornare indietro e non avanzare il paese.
La legge di stabilità per il 2015 non inverte la rotta per quanto riguarda l’assenza di una politica industriale e di un piano di investimenti pubblici che consenta un nuovo sviluppo. Non da risposta alla domanda di futuro delle nuove generazioni, alle ansie dei lavoratori e alle speranze di precari e disoccupati, alle insicurezze degli anziani. Non c’è nessun piano di azione contro la povertà e il disagio sociale. E anzi, i tagli effettuati sugli enti locali sono destinati a produrre riduzione dei servizi e inasprimenti della tassazione locale a carico di lavoratori, pensionati e famiglie. Viene colpito il diritto allo studio, il servizio sanitario, il trasporto pubblico, i servizi sociali, l’istruzione. Bisogna invece ridare dignità e valore al lavoro, estendere i diritti, rilanciare la domanda interna, combattere le mille forme della precarietà, riportare democrazia e diritti nei luoghi di lavoro. Contrastare la povertà dilagante e rilanciare l’economia attraverso una pianificazione pubblica che rimetta in moto l’occupazione e l’economia, che metta al primo posto le vere emergenze del paese, come la difesa idrogeologica, che diriga lo sviluppo del paese verso produzioni ecosostenibili e di qualità, valorizzando il patrimonio culturale e paesaggistico unico che ci distingue. Tagliare le spese militari per reperire risorse da destinare a finalità utili, rivedere il fisco in senso progressivo, andando a prendere da chi la crisi non l’ha patita e non la patisce, in un paese dove la forbice tra ricchi e poveri si va sempre più dilatando. Colpire drasticamente evasione e corruzione, i veri freni alla competitività del nostro paese e i tumori che erodono e infettano il corpo del paese. Come dice lo slogan della manifestazione sindacale: “Così non va”. E così non deve andare.

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Seminario sullo statuto dei Lavoratori

Il Circolo di Sinistra Ecologia Libertà di Conegliano organizza sabato 29 novembre un seminario sui temi dello Statuto dei Lavoratori, alla luce delle ipotesi di riforma portate avanti dal Governo.

Quali sono i diritti sanciti dallo Statuto? Cosa comporterà il Jobs Act?

Alla mattina vi sarà una sessione di approfondimento tecnico e giuridico sui vari aspetti del diritto del lavoro con esperti del settore.
Al pomeriggio si affronteranno anche gli aspetti politici della discussione in atto nel paese e in Parlamento, con la presenza del deputato di Sinistra Ecologia Libertà Giovanni Paglia.

I cittadini e i lavoratori sono invitati.

statuto

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SEL in piazza con la CGIL il 25 ottobre

fateLa Federazione Provinciale di Treviso di Sinistra Ecologia Libertà condivide le ragioni della manifestazione nazionale del 25 ottobre indetta dalla CGIL. Parteciperà con i suoi militanti e simpatizzanti alla manifestazione di Roma per chiedere più diritti e più lavoro, aggregandosi ai pullman organizzati dal sindacato o con mezzi autonomi. A Roma SEL seguirà il corteo da P.zza della Repubblica con concentramento davanti ad un proprio furgone ben visibile che alla partenza distribuirà bandiere e materiali. Il Jobs Act propone uno scambio diseguale tra diritti dei lavoratori e nuova occupazione. Ma è chiaro che la certezza è solo quella di una ulteriore riduzione dei diritti, che mette fine ad una intera civiltà del lavoro come l’abbiamo conosciuta, e la nuova occupazione finora l’ha esclusa la stessa rappresentanza confindustriale. La cancellazione del reintegro nel posto di lavoro come previsto dall’art.18 in caso di licenziamento immotivato, l’introduzione del controllo a distanza dei dipendenti nei luoghi di lavoro e la facoltà di demansionare il lavoratore riducendogli professionalità e salario, non hanno alcuna attinenza con la ripresa dello sviluppo economico e la creazione di nuova occupazione.
La legge di stabilità per il 2015 non inverte la rotta per quanto riguarda l’assenza di una politica industriale e di un piano di investimenti pubblici che consenta un nuovo sviluppo. Non da risposta al tema degli esodati, non riduce la precarietà, non delinea una via di uscita dalla crisi. Non c’è nessun piano di azione contro la povertà e il disagio sociale. E i tagli effettuati sugli enti locali sono destinati a produrre riduzione dei servizi e inasprimenti della tassazione locale a carico di lavoratori, pensionati e famiglie. Viene colpito il diritto allo studio, per il quale le regioni non saranno in grado di destinare le risorse previste. Viene colpito il servizio sanitario, che non potrà non risentire dei 4 miliardi sottratti alle casse regionali. E il trasporto pubblico, e i servizi sociali, e l’istruzione.
La manovra del Governo ha un carattere recessivo che non aiuterà a superare la crisi sociale, occupazionale, economica e ambientale che attanaglia il paese. C’è bisogno di cambiare verso.
Bisogna ridare dignità e valore al lavoro, estendere i diritti, rilanciare la domanda interna, combattere le mille forme della precarietà, riportare democrazia e diritti nei luoghi di lavoro. Contrastare la povertà dilagante e rilanciare l’economia attraverso una pianificazione pubblica che rimetta in moto l’occupazione e l’economia, che metta al primo posto le vere emergenze del paese, come la difesa idrogeologica, che diriga lo sviluppo del paese verso produzioni ecosostenibili e di qualità, valorizzando il patrimonio culturale e paesaggistico unico che ci distingue. Tagliare le spese militari per reperire risorse da destinare a finalità utili, rivedere il fisco in senso progressivo, andando a prendere da chi la crisi non l’ha patita e non la patisce, in un paese dove la forbice tra ricchi e poveri si va sempre più dilatando.
La manifestazione di Roma del 25 ottobre rappresenta un grande momento di mobilitazione democratica per il Lavoro, la Dignità, l’Uguaglianza, che rilancia la speranza in un cambiamento vero del paese. Per questo Sinistra Ecologia Libertà ci sarà, con tutta la propria convinzione e determinazione.

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le feste passiamole a scoprire il territorio, e non l’ultima offerta sullo scaffale del centro commerciale

 

In questo fine settimana di festività, sono purtroppo molti, troppi, i centri commerciali, i supermercati e i negozi che tengono aperto a Pasqua e a Pasquetta. Per non parlare di quello che ci aspetta nei prossimi week-end. Non va per niente bene.

Siamo contrari alla liberalizzazione selvaggia che la maggioranza che sosteneva il Governo Monti, che è la medesima che sostiene l’attuale governo, ha imposto 3 anni fa, mettendo fine al regime concordato con gli enti locali che consentiva una ampia apertura domenicale dei negozi nel corso dell’anno, ma salvaguardava le principali festività e il diritto al riposo e alla famiglia delle lavoratrici e dei lavoratori. E auspichiamo che si rimetta mano al più presto a questa normativa assurda e centralistica.

Invitiamo i cittadini ad approfittare delle prossime festività per andare alla scoperta, o alla riscoperta, dell’immensa bellezza del nostro territorio, dei suoi colori e dei suoi sapori, del suo paesaggio e del suo patrimonio culturale, sotto la luce naturale della Primavera; e non a rinchiudersi in luoghi artificiali illuminati dai neon e faretti studiati per attrarre agli acquisti e far scoprire l’ultimo prodotto o l’ultima offerta speciale.

Così si fa del bene alla economia legata al territorio, a sé stessi, e alla qualità della vita di chi nei centri commerciali ci lavora.

 

Luca De Marco

Coordinatore provinciale Sinistra Ecologia LibertàImmagine

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Da Renzi brutto sgarbo ai lavoratori Electrolux. Possono stare sereni ?

Il Presidente del Consiglio nella sua visita a Treviso non ha incontrato i rappresentanti dei lavoratori Electrolux, ai quali non è neppure stato concesso di accedere alla sala dove era in corso l’incontro con gli imprenditori. E questo nonostante l’incontro rientrasse nel programma della giornata e come tale era stato reso pubblico dalla stampa locale e nazionale. Ci pare una scelta sbagliata e preoccupante.

La promessa di una prossima convocazione di un tavolo a Roma aperto a tutte le RSU, che speriamo sia un effettivo impegno e un momento reale di decisioni e non un modo per dilazione la questione, non risolve la questione del mancato incontro. E’ possibile che un Presidente del Consiglio che intende fare della informalità e del rapporto diretto con i cittadini la sua caratteristica principale, riscopri la fredda formalità della disponibilità di un incontro delle RSU a un tavolo di trattativa nazionale a Roma, solo nel caso dei lavoratori Electrolux ?

E assieme al Presidente del Consiglio, non era presente stamane pure il nuovo ministro Poletti ? Non era una ottima occasione, per il ministro del Lavoro, di incontrare i lavoratori ?

Auspichiamo che si sia trattato di un malinteso organizzativo e che questo atteggiamento non preluda ad una politica che non tenga realmente conto del valore del lavoro e della pressione insostenibile alla quale sono sottoposti i diritti e i salari dei lavoratori. Sarebbe ancora più preoccupante, e più grave, di questo già brutto sgarbo iniziale.

I lavoratori Electrolux possono davvero stare sereni ?

Luca De Marco
coordinatore prov SEL TVImmagine

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Renzi a Treviso: Solo parole ? No grazie

ImmaginePresidente Renzi, a Treviso porti non solo parole, ma opere concrete, e giuste

 L’intenzione del presidente del Consiglio di inaugurare il suo mandato visitando le scuole, e di partire da Treviso, è una buona intenzione alla quale ci auguriamo seguano i fatti.

  Nella nostra provincia vi sono situazioni pesanti di difficoltà strutturali negli istituti secondari superiori. La contrazione delle risorse destinate alla Provincia, attraverso l’azzeramento dei trasferimenti statali e la strettoia del patto di stabilità sulla possibilità di spesa delle risorse disponibili, rende difficile, se non impossibile, intervenire adeguatamente su alcuni punti critici, quali gli istituti di Castelfranco, a partire dal liceo Giorgione e dall’alberghiero Maffioli, il liceo Berto a Mogliano, l’istituto Duca degli Abruzzi a Treviso, il Pittoni a Conegliano, l’alberghiero di Vittorio Veneto e molte altre realtà che soffrono di mancanza di spazi, di carenze strutturali e di degrado degli edifici. Almeno 20 milioni di Euro servirebbero subito per le situazioni più urgenti.

 Gli istituti per la scuola dell’obbligo, di competenza dei comuni, subiscono le conseguenze del patto di stabilità e del taglio drastico dei trasferimenti agli enti locali. E i bandi attraverso i quali la Regione redistribuisce gli esigui stanziamenti statali, vengono spalmati in miriade di piccoli interventi anziché intervenire sui grossi interventi strutturali che possono realizzare un autentico salto di qualità nell’edilizia scolastica per i primi due cicli scolastici.

 Esiste un problema generale di messa in sicurezza degli edifici scolastici, e un problema specifico di messa in sicurezza sismica che riguarda buona parte del territorio provinciale. Un piano per l’edilizia scolastica deve porsi oggi anche ambiziosi traguardi riguardo all’efficienza energetica degli edifici, fino alla loro autosufficienza, e contribuire così all’abbassamento della bolletta energetica nazionale e alla qualità dell’ambiente e dell’aria.

 Perché un gesto simbolico non diventi l’ennesima promessa non mantenuta, bisogna che al gesto seguano scelte concrete con la messa a disposizione di adeguate risorse e con l’allentamento del patto di stabilità per gli enti locali. E che le risorse vengano distribuite secondo precise priorità di intervento, non lasciando che la mediazione regionale possa frazionare in troppi rivoli i pochi soldi disponibili ma finalizzando gli interventi secondo rigidi criteri di priorità.

 L’investimento per la scuola non può riguardare solo i muri, ma deve comprendere chi lavora e studia dentro quelle mura. L’istituzione scuola deve diventare il motore e il perno di una nuova idea di società, che riveda le priorità che il paese si è dato in questi anni. Veniamo da anni nei quali ha dominato la logica dei tagli; il famoso taglio da 8 miliardi alla scuola operato allegramente dalla famigerata Gelmini è ancora tra noi vivo e vegeto. Ai docenti si è pure ventilata a inizio anno l’ipotesi di riduzione di una parte degli stipendi arretrati, rientrata attraverso un ulteriore taglio ai fondi di istituto. Il Presidente Renzi ha sostenuto in parlamento che non servono nuove risorse per i docenti ma un cambio di mentalità. Risulta però difficile non partire dal fatto che abbiamo il corpo docente più anziano d’età e più malpagato d’Europa. Bisogna consentire il pensionamento per far posto a docenti più giovani e porsi in generale il problema di un sottofinanziamento di tutti gli istituti della conoscenza, a partire dalla scuola pubblica, che non può continuare senza compromettere irrimediabilmente quella possibilità di contribuire decisamente all’uscita dalla crisi che a parole tutti facilmente rionoscono al mondo dei saperi.

 Chiediamo inoltre al Presidente del Consiglio che assieme all’emergenza edilizia scolastica assuma l’emergenza relativa all’assetto idrogeologico del nostro paese. La nostra provincia ha subito in queste settimane allagamenti, frane, smottamenti: milioni di euro di danni. Ancora una volta mettendo a nudo tutta la fragilità di un territorio poco rispettato e deturpato nel corso degli anni da una politica scriteriatamente cementificatoria e poco rispettosa degli equilibri naturali. Prevenire costa meno che curare. Si predisponga un grande piano verde per la messa in sicurezza del territorio, con il quale dare lavoro e fare del bene all’ambiente, alla qualità della vita dei cittadini e alle casse pubbliche non più costrette ad aprirsi velocemente e ampiamente ad ogni ulteriore emergenza.

 Sia per l’edilizia scolastica che per gli interventi a favore del territorio, chiediamo che si reperiscano risorse anche attraverso il taglio delle spese per armamenti, a cominciare dai famigerati F-35 ai vari sofisticati sistemi d’arma dai costi esorbitanti.

 E infine, ma non per certo per ultimo, la drammatica crisi sociale ed economica nella quale non il caso malvagio ma precise scelte dei decisori europei e nazionali hanno avviluppato il nostro paese, trova un punto acuto di sofferenza in una delle aziende simbolo della nostra provincia come la Electrolux di Susegana. Siamo di fronte ad una vertenza paradigmatica, nella quale si era arrivati a mettere in contrapposizione il diritto al posto di lavoro e il diritto a ricevere un giusto (e basso) salario per quel lavoro; si era minacciato di delocalizzare in un altro paese europeo la produzione senza una disponibilità dei lavoratori a vedersi ridurre drasticamente il loro salario. La questione non è chiusa, e a essere chiamata in gioco deve essere la politica europea e la politica nazionale. La prima è praticamente inesistente, ed è auspicabile che dalle prossime elezioni europee emerga qualche segno tangibile della necessità di una dimensione politica e democratica della costruzione europea affinché non si tramuti definitivamente in incubo il sogno europeo. La politica nazionale non pare fino ad oggi aver dato le risposte necessarie per chiudere positivamente per i lavoratori la vertenza. Vista la sostituzione del ministro Zanonato con un ministro di chiare simpatie berlusconiane e liberiste ed esperta in pratiche di delocalizzazione, che non pare dare le migliori garanzie rispetto alla vertenza Electrolux, e visto che non ci pare che in Parlamento abbia nemmeno sfiorato la questione, è davvero il caso che il Presidente Renzi si faccia istruire in materia dagli operai per prendere coscienza della posta in gioco.

 Serve al nostro paese una politica industriale, e interventi per frenare, e non incentivare, la corsa al ribasso sui diritti e sui salari dei lavoratori.

L’allentamento dei vincoli del patto di stabilità per gli enti locali potrebbe anche liberare delle risorse (peraltro già presenti nelle casse di molti Comuni) utili, se non necessarie, per un intervento a sostegno delle persone più deboli.  Un numero sempre maggiore di disoccupati o cassintegrati non sanno più come affrontare le spese quotidiane o saldare le fatture per le utenze domestiche, e i servizi sociali dei Comuni non hanno fondi per garantire un sussidio.  Una maggiore disponibilità di risorse potrebbe anche permettere ai nostri Comuni di progettare piani di intervento per affrontare l’emergenza abitativa, visto che anche nella nostra provincia di Treviso sono ormai centinaia le famiglie sotto sfratto per morosità incolpevole. 

 In questa situazione di crisi che indebolisce anche la coesione sociale, è anche importante che lo Stato favorisca e sostenga tutti quegli istituti giuridici che garantiscano alle famiglie maggiore unità, e alle persone maggiore senso di appartenenza rispetto alla comunità di cui fanno parte.  È in questa prospettiva che riteniamo che la tutela di tutte le coppie fondate su vincolo affettivo, attraverso una unione civile pubblicamente riconosciuta, così come l’accesso alla cittadinanza italiana per i ragazzi nati in Italia in virtù dello “ius soli”, non siano capricci non urgenti né prioritari, ma vere occasioni per creare un corpo sociale più coeso e per consolidare il senso di solidarietà e di corresponsabilità tra le persone.

 

 

Luca De Marco, coordinatore Federazione provinciale SEL

Marco Pedretti, coordinatore Circolo SEL Treviso

Forum provinciale SEL Saperi 

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Electrolux: serve una vera politica industriale

dett elNella risposta del governo alla interrogazione di SEL sulla situazione aperta alla Electrolux non c’è traccia di impegni concreti se non la promessa di valutare la possibilità di un intervento pubblico in tema di ricerca e di innovazione tecnologica.

Gli investimenti in ricerca e innovazione sono uno dei punti cruciali di un piano per il rilancio del settore; è però necessario un piano che valuti come strategico questo settore; un piano che non può e non deve prescindere dalla difesa dei posti di lavoro, dei salari,dei diritti.

Sinistra Ecologia e Libertà già la scorsa settimana ha avanzato una proposta di legge affinché il governo si impegni attraverso un provvedimento urgente a salvaguardare l’occupazione e i salari dell’intero comparto e, insieme, a costruire le premesse per un suo rilancio.

Senza un provvedimento di questo tipo e un vero piano industriale le recenti proposte dell’azienda sono “vuote”e ricattatorie come hanno giustamente inteso i lavoratori mantenendo i presidi davanti ai cancelli delle fabbriche!

Le dichiarazioni di intenti non sono più sufficienti ne’ quelle aziendali ne quelle governative!

 La vicenda Electrolux, così come quelle di altre realtà del settore, sono il tragico risultato della mancanza di una qualsiasi politica industriale nel nostro paese.

in questi anni l’assenza di qualsiasi riferimento pubblico a fatto in modo che le aziende abbiano deciso come e quando chiudere, licenziare, delocalizzare, tagliare salari naturalmente sulla pelle dei lavoratori!

Le mancanze e gli errori dei nostri governi si è aggiunta, spesso anzi ne è stata la causa condivisa,la folle politica europea della “austerità”incapace di costruire la benché minima politica di sviluppo capace di dare prospettiva all’ intero continente: al suo Nord e al suo Sud; anzi questa politica europea, lo dimostra ancora il caso Electrolux, ha tollerato, se non favorito, la ricerca da parte delle aziende di sfruttare le diverse condizioni in essere tra i lavoratori nei diversi paesi!

Anche per questo motivo la lotta dei lavoratori Electrolux per il lavoro, per il salario, per i diritti, riguarda tutti i lavoratori!

 Costruire una soluzione positiva per Electrolux e l’ intero comparto è un passo importante per la modifica dell’attuale politica europea e per costruire una nuova Europa dei popoli!!!

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