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Costituzione: una riforma malfatta e dannosa da respingere al referendum

Con l’approvazione della riforma della Costituzione da parte del Senato, che dovrà essere confermata dalla Camera e poi sottoposta tra circa un anno a referendum confermativo, il nostro paese non fa un passo avanti verso la modernizzazione ma un passo avanti verso la confusione e un passo indietro sul terreno della democrazia e della partecipazione popolare alle decisioni pubbliche.

La riforma è tecnicamente fatta male, per quanto il Parlamento l’abbia migliorata rispetto alla proposta iniziale del governo e del ministro Boschi, irrisa da tutti coloro che masticano un po’ di questioni istituzionali come un compitino da prima elementare rispetto alla complessità e importanza delle questioni in ballo. Del resto questo è il governo che ha inteso liquidare sbrigativamente le commissioni di saggi ed esperti messi in campo dal Quirinale e dal Governo Letta per confezionare una riforma a misura dei propri interessi politici. E, del resto, la discussione su questa riforma si è svolta “in un pesante clima di antintellettualismo”, come ha ricordato la senatrice a vita Elena Cattaneo dichiarando il suo voto contrario, che ha voluto anche ricordare “quanto l’insofferenza per le competenze è stata la cartina al tornasole di stagioni politiche tragiche del passato anche recente”.

La riforma è fatta male, e non c’è infatti nessuno che la difenda per come è, ma la si giustifica con motivazioni estranee alla sua qualità ed efficacia, quali l’esigenza di dare un segnale di rinnovamento, o addirittura l’utilità della riforma per farci dare il permesso dalla Commissione Europea di aumentare di 8 miliardi il deficit pubblico. Per non dire delle battute da asilo infantile sui “gufi” e i “professoroni” e altre sciocchezze da imbonitore televisivo che promanano da Palazzo Chigi e sviliscono il livello del dibattito pubblico. Al fondo, la motivazioni dei sostenitori della riforma è il vecchio adagio “piuttosto che niente meglio piuttosto”, o il più nuovista “l’importante è fare, non importa cosa basta fare presto”. La modifica della Costituzione non è un provvedimento facilmente reversibile  e non è nemmeno una legge come un’altra ma è la legge delle leggi e la regola delle regole. Giustificare una approssimazione e una sua scarsa qualità interna in nome di altre esigenze significa elevare a norma fondativa del paese il pressapochismo e l’incompetenza, e produrre in prospettiva guasti profondi per molti anni

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Non è, purtroppo, solo l’insipienza a muovere i novelli costituenti, ma anche se non soprattutto l’astuzia nel congegnare un meccanismo istituzionale, composto da riforma del Senato e nuova legge elettorale, che intende incidere profondamente nel nostro sistema democratico riducendo gli spazi di partecipazione e verticalizzando il potere, potenziando a dismisura la maggioranza e il governo. Quella che si vuol chiudere non è la stagione della stagnazione, come recita la propaganda, ma l’esperienza storica e istituzionale di una democrazia a base parlamentare e a partecipazione diffusa, e di un sistema della autonomie locali che è uno degli assi portanti delle nostre istituzioni e un elemento fondamentale per l’esercizio dei diritti dei cittadini e per l’erogazione dei servizi. Questa riforma porta a completamento una deriva personalistica della nostra politica e un progressivo svuotamento delle sedi rappresentative che dura ormai da anni. Il passaggio dalla democrazia dei partiti di massa alla democrazia del pubblico, dalla partecipazione attiva alla passività dello spettatore televisivo, è un fenomeno che conosciamo da un ventennio e che non è slegato dal fatto di avere avuto come perno centrale della politica degli ultimi 20 anni l’uomo più ricco e il maggior proprietario televisivo di Italia. Anziché marcare una discontinuità con quella deriva post-democratica, approfittando anche della sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato la legge elettorale del centrodestra (il famigerato “Porcellum”), per un soverchiante eccesso delle esigenze di “governabilità” che mortificava la rappresentatività democratica prevista dalla Costituzione, si è invece congegnata una nuova legge elettorale che riprende e peggiora il Porcellum e che amplifica fino all’estremo, attraverso il meccanismo del ballottaggio,  la personalizzazione televisiva della contesa democratica per il Governo. E la riforma del Senato, come anche la precedente riforma delle Province, ha al centro l’idea di togliere ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, restringendo questa facoltà all’interno di pochissimi partiti. L’altra idea forte è quella di ridurre il più possibile meccanismi di controllo e di contrappeso, e di diffusione del potere a livello territoriale, non tanto per “snellire i procedimenti”, come dice la propaganda, ma per accentrare quanto possibile tutti i poteri in un solo partito e quindi, per come siamo messi oggi, in un solo uomo, senza nemmeno il bisogno che sia d’accordo la maggioranza dei cittadini, perché il meccanismo elettorale consente ad una minoranza di farsi maggioranza pigliatutto. Tutto questo non è indifferente e lontano rispetto alla vita quotidiana delle italiane e degli italiani, perché i processi neoautoritari non sono funzionali a politiche di giustizia sociale e di crescita sostenibile e collettiva, ma servono a eliminare gli ostacoli a politiche antisociali e promuovere gli interessi di pochi contro gli interessi di tutti. Tempo fa, del resto, era stato messo nero su bianco da un documento della JP Morgan, dove si diceva che le costituzioni antifasciste dei paesi del Sud dell’Europa erano di ostacolo al dispiegarsi delle riforme neoliberiste che tanto piacciono ai padroni della finanza e tanto fanno soffrire i lavoratori, gli studenti e i pensionati.

Di fronte al disegno complessivo che viene avanti con queste modifiche istituzionali, che si accompagnano poi a cosiddette “riforme” che, dalla scuola al mercato del lavoro, hanno una chiara impronta conservatrice, conviene prepararsi da subito alla campagna referendaria, per dire No a questa manomissione della nostra Costituzione. Costruiamo dei comitati tra tutti coloro che hanno a cuore la qualità della democrazia e considerano la Costituzione un buon programma da attuare e non un ferrovecchio da rottamare.

Luca De Marco

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Per una scuola democratica

All’Italia serve una scuola democratica

e alla Scuola serve un Sindacato Nuovo

1. Dirigente padrone o Preside elettivo?

La riforma della scuola che il governo Renzi intende imporre all’Italia è, in realtà, la vittoria di quanti negli ultimi anni vogliono imporre un modello aziendale e manageriale alla scuola pubblica del nostro Paese.

Termini come “concorrenza” e “competizione” sono ormai entrati nel lessico comune anche parlando di scuola, ma la competizione e la concorrenza tra gli insegnanti e tra le scuole sono quanto di più scuolpubb_benecomunelontano ci sia dall’insegnamento, inteso nel senso più autentico e fecondo del termine.

Per favorire l’azione didattica, in una scuola è fondamentale che regni l’armonia e la collaborazione tra gli insegnanti, cose che difficilmente potranno esistere se i docenti saranno in competizione permanente tra loro e se vedranno nei colleghi degli avversari con cui contendersi i favori del dirigente-padrone; e invece di chiedere consiglio e di confrontarsi coi colleghi , si cercherà piuttosto il modo per emergere su di loro: una vera barbarie!

E che senso ha confrontare con logica aziendale, e quindi porre in competizione tra loro, scuole molto diverse per situazione ambientale, sociale, umana? Nel valutare l’operato di una scuola e dei suoi insegnanti ci possiamo dimenticare delle situazioni di partenza, che ovviamente determinano in molta parte quelle d’arrivo?

Ricordiamoci che nella vita e nella società non tutto è mercato, che la scuola non è un’azienda e che i risultati dell’insegnamento non sono prodotti commerciali.

Ma alcuni non la pensano così e la vedono proprio come un’azienda; e un’azienda non è tale se non è guidata da un manager: ecco il senso dell’ulteriore rafforzamento dei dirigenti scolastici che con la riforma di Renzi potranno definire il piano triennale dell’offerta formativa (cioè decidere cosa produrre), scegliere i docenti da assumere ( cioè diventare i padroni che decidono chi assumere), premiare i “migliori” (cioè consolidare il loro aspetto padronale con incentivi economici decisi da loro). Va da sé che una scuola così è la negazione della scuola pubblica che avevamo conosciuto; il bello è che ce la vendono come il modo per migliorare la scuola italiana, da anni invece sottoposta a tagli delle risorse di vario e diverso tipo. E non cambierà la sostanza delle cose qualche correttivo che dovesse essere apportato al testo di partenza: resterà sempre lo spirito di questa legge, che si pone in diretta continuità con la ex proposta di legge Aprea.

E’ di questo che l’Italia ha bisogno? Credo proprio di no!

Vogliamo davvero che le scuole pubbliche (e dunque per loro natura trasversali) possano nel tempo diventare scuole a immagine e somiglianza del loro dirigente scolastico, caratterizzate in un determinato senso culturale, ideologico, politico? Questo è un rischio concreto, se il manager può assumere chi ritiene più “adatto”.

E oltre a ciò, vogliamo davvero che si rischi di arrivare ad assumere gli “amici” e gli “amici degli amici”, introducendo il malaffare e la corruzione nella scuola, uno dei pochi settori finora indenni nello sfacelo morale dei nostri anni?

Non mi sembra che questo sia un pericolo fantasioso e alla politica spetta il compito di migliorare la scuola, non di distruggerla.

L’Italia attraversa, a mio parere, una fase di involuzione autoritaria della sua cultura politica: dobbiamo ricostruire dal basso una diffusa cultura democratica e dobbiamo cominciare a farlo proprio dalla scuola rafforzandone gli aspetti democratici, a suo tempo introdotti con gli organi collegiali .

E’ nostro compito lanciare la sfida al partito aziendalista e portare la scuola ad essere un’autentica comunità democratica della cultura: perciò è tempo che venga riformata la testa delle istituzioni scolastiche e che si dia vero senso all’Autonomia scolastica: dobbiamo abolire la figura del dirigente scolastico di nomina amministrativa (altro che trasformarlo in manager-padrone !) e istituire il Preside eletto dalla comunità scolastica, un docente primus inter pares responsabile della didattica.

Va da sé che il preside eletto non dovrà essere un manager-padrone ma il riferimento e il responsabile della attuazione delle scelte didattiche operate democraticamente dalla scuola; e la scuola sarà modello vivente di democrazia, con insegnanti liberi e in grado quindi di insegnare il valore della libertà (non degli “yes-man”, come altri vorrebbero).

Questa è la vera sfida! Alla politica spetta il compito di portare la scuola verso questa nuova realtà; ai partiti spetta il compito di proporre questa idea alternativa di sistema scolastico per ridare slancio e vigore ai valori repubblicani nella scuola e nella società.

§§

2. Sindacato nuovo?

I docenti e il personale non docente, oltre agli studenti, stanno attuando la loro resistenza alla riforma Renzi e lo abbiamo visto di recente con l’adesione massiccia allo sciopero unitario proclamato dai sindacati per il 5 maggio scorso, consapevoli tutti della gravità dei pericoli che corrono la scuola e la cultura democratica: bene. E dopo?

In passato abbiamo già visto che l’unità dell’azione sindacale è durata molto poco; come non ricordare per esempio il grande sciopero del 2008 e l’unità subito frantumatasi? Spesso poi sono stati proclamati scioperi che coinvolgevano questo o quel sindacato, o questi piuttosto che quegli altri. Ma la divisione fa il gioco della controparte e i lavoratori della scuola non ne possono più: vogliono una volta per tutte l’unità sindacale.

Ovviamente ogni sindacato ha, legittimamente, la sua storia, la sua identità, la sua struttura, i suoi programmi, non sempre coincidenti con quelli degli altri, e tutto ciò è difficile da superare.

Ma la storia si muove, la società va avanti, e non possiamo arrenderci all’idea che i lavoratori della scuola (vorrei dire: i lavoratori in generale) non possano avere un Sindacato Nuovo, un sindacato unito che superi le divisioni in modo permanente, organico, stabile.

Perché non individuare quei punti e obiettivi programmatici sicuramente comuni a tutti e cominciare un percorso unificante creando una Federazione Nazionale della Scuola? Questa potrebbe essere un contenitore comune dentro il quale gli attuali sindacati potrebbero anche continuare a mantenere le loro individualità, ma ricondotte a unità per le lotte comuni. Poi, nel proseguo degli anni, la cosa potrebbe evolvere ulteriormente, oppure no, se risultasse impossibile, ma qualcosa di unito ci sarebbe comunque. Intanto cominciamo, poi si vedrà.

Il momento è maturo : proviamoci.

12 maggio 2015

Stefano Fumarola

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Il 25 Aprile oggi

Il 25 Aprile è una Festa che non perde di attualità, ma acquista ogni volta nuovi significati e rinnova la memoria della nostra comunità nazionale.

Settanta anni fa la Liberazione, dal nazismo e dal fascismo, apriva la strada alla nascita della nostra Repubblica, alla scelta della democrazia, alla libertà. Si tratta di valori e diritti per i quali ancor oggi nel mondo si combatte, perché in troppi paesi sono ancora negati. E che non si possono dare per acquisiti  per l’eternità, ma devono vivere e rafforzarsi con il riconoscimento dei nuovi diritti che nascono dai mutamenti sociali, dei nuovi ambiti nei quali riconoscere la dignità e la libertà delle persone.

Da quella Liberazione nacque il patto costituzionale, sancito nella nostra Carta fondamentale, che oggi è oggetto di una profonda revisione del tutto irrispettosa dei principi fondamentali che animano la costruzione delle nostre istituzioni democratiche repubblicane.

Anche lo stile, oltre che la sostanza, con il quale si va baldanzosamente perseguendo questa  manomissione costituzionale, pare del tutto fuori luogo rispetto alla importanza e alla natura delle regole del gioco democratico, che dovrebbero essere sottratte a logiche di corto respiro come quelle che paiono muovere i novelli costituenti. La legge elettorale, che pur essendo legge ordinaria ha evidenti riflessi sul quadro costituzionale, non può essere una imposizione di una parte, per quanto maggioritaria nei numeri parlamentari, che intende cucire a propria misura le regole della contesa elettorale per averne vantaggio per sé e svantaggio per tutti gli altri. L’eliminazione della elezione diretta del Senato e il suo cambio di ruolo, il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo e l’accentramento centralistico delle funzioni, sono ingredienti velenosi della proposta di riforma costituzionale frettolosamente e superficialmente assembrata dalla maggioranza. Che prefigura una Repubblica a democrazia attenuata, dove saltano meccanismi di controllo e di equilibrio tra i poteri e si verticalizza radicalmente la catena decisionale.

Eppure si vuol dare ad intendere che si tratti non di questioni fondamentali che riguardano tutte le parti in campo ora e nei prossimi decenni, ma che siano un tassello essenziale delle tanto invocate “riforme” che dovrebbero far uscire il paese dalla crisi. E sulla velocità delle quali si misurerebbe la forza e la capacità dell’attuale governo, e il suo distinguersi da un passato dipinto indiscriminatamente come buio e paludoso. Niente di vero, anzi vere e proprie mistificazioni della realtà ad uso propagandistico. Le riforme in questione non apportano alcun beneficio alla situazione sociale ed economica del paese, ma anzi servono semmai a indebolire i corpi sociali intermedi e il sistema delle autonomie locali, a sottomettere il parlamento al governo, a far saltare meccanismi di garanzia e di equilibrio, con la finalità di poter più agevolmente far transitare politiche antisociali e antipopolari, di riduzione dei diritti del lavoro e di taglio ai servizi pubblici, aumentando anziché riducendo l’ingiustizia e la disuguaglianza sociale.

La Costituzione ci consegna invece altri compiti da svolgere. Quei compiti che il Presidente della Repubblica Mattarella elencava nel suo discorso di insediamento, e che attendono ancora qualcuno che si incarichi di svolgerli diligentemente.

Anche per questo il 25 Aprile dovrebbe essere consacrato alla memoria dei resistenti e alla traduzione odierna di quella forza d’animo e di quella passione per la libertà e la giustizia che riscattarono il nostro paese dalla cupa stagione fascista. Non la si prenda a pretesto per strumentalizzazioni con altre finalità, e non se ne faccia un giorno come un altro nel quale andare a fare la spesa nei troppi negozi aperti.

Il Sindaco di Santa Lucia di Piave prende a pretesto la giusta protesta e recriminazione per i continui e profondi tagli alle risorse degli enti locali messe in atto con continuità negli ultimi anni per dichiarare di non voler onorare la Festa della Liberazione: bersaglio sbagliato e pretestuoso. Per questo saremo a celebrare la Festa della Liberazione il 25 aprile a Santa Lucia, assieme all’Anpi e al PD e a tutti coloro che hanno chiara la differenza tra politiche sbagliate dei governi e il valore di quella data fondativa della nostra democrazia.

Troppi negozi e centri commerciali tengono aperto il 25 aprile, come terranno aperto pure il 1 maggio. Cose simili non accadono in altri paesi. I lavoratori del commercio hanno diritto a poter stare in famiglia e poter celebrare queste date come si conviene. Va rivista la legge del 2012 che ha lasciato libertà totale nelle aperture dei negozi, senza determinare nessun significativo aumento né dell’occupazione né dei consumi, ridando alle Regioni il potere di regolamentazione o vauro-25-aprile1salvaguardando almeno le principali festività laiche e religiose.

L’impegno che nasce dal 25 Aprile ci porta anche a schierarci, nelle prossime elezioni regionali, contro il nuovo volto che ha assunto la destra estrema, contro il sodalizio tra l’ex partito padanista e i nazionalisti xenofobi di tutta Europa, propugnatori a oltranza della disuguaglianza dei diritti  e dell’ingiustizia sociale.

Luca De Marco

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L’Italicum è funzionale a un disegno di peggioramento della nostra democrazia

La legge elettorale confezionata da Renzi e Berlusconi, che la direzione del PD ha deciso di votare tale quale nonostante la fine del patto del Nazareno, è una brutta legge, che ha lo scopo di salvare di fatto il Porcellum nella sua parte peggiore dopo che la Corte Costituzionale ha bocciato la legge elettorale figlia di Calderoli. La Corte ha infatti argomentato la bocciatura della legge su due punti fondamentali: le liste bloccate che impediscono agli elettori di scegliere i parlamentari, e il premio di maggioranza eccessivo che non rispetta il principio di rappresentatività implicito nell’impianto costituzionale, subordinandolo a quello di governabilità. Lo slalom tra questi paletti della Corte Costituzionale realizzato dalla proposta Renzi Berlusconi consiste nel prevedere capolista bloccati, ma con una quota di eletti con le preferenze e comunque in collegi meno ampi rispetto a quanto previsto dal Porcellum, e che il premio di maggioranza scatti solo al raggiungimento della soglia del 40% dei consensi, sotto la quale si procederebbe invece al ballottaggio tra i primi due. L’altra innovazione apportata rispetto al Porcellum è quella di attribuire il premio di maggioranza solamente alla lista e non alle coalizioni. In pratica, la nuova legge, cosiddetta “Italicum”, non prevede più l’esistenza di coalizioni, ma solo di liste tutte in competizione tra loro. Significa che non vi saranno più coalizioni tra partiti di centrosinistra e tra partiti di centrodestra. Il risultato è che la Camera dei Deputati, la sola che sarà eletta dai cittadini, sarà composta perlopiù da nominati, anche se non solo, e la maggioranza sarà frutto di un premio di maggioranza, che potrà essere anche particolarmente distorsivo rispetto al consenso elettorale (una lista con il 25% potrebbe, in caso di vittoria, avere il 53% dei deputati, e quindi tutti gli altri passare dal 75% dei consenti al 46% dei seggi).

Il PD realizza inoltre, con l’eliminazione delle coalizioni, quell’aspirazione all’autosufficienza che aveva animato la sua stagione iniziale sotto la guida di Walter Veltroni, quella cosiddetta “vocazione maggioritaria” che portò il nascente partito a determinare la fine anzitempo del Governo Prodi e a correre alle urne per liberarsi degli alleati (poi in realtà fece l’accordo con Italia dei Valori) e per consegnare a Berlusconi la più grande maggioranza mai prima registrata in Parlamento dalla nascita della Repubblica. Ci provò già il PD di Veltroni, del resto, a eliminare le coalizioni, attraverso un referendum proposto dal costituzionalista Guzzetta, tenuto nel 2009 ma che non ottenne il quorum perché neanche il 24% degli elettori andò a votare. Poi venne la segreteria Bersani che invece rifiutò sempre l’idea di un partito autosufficiente, e infatti costruì la coalizione Italia Bene Comune. Ora si torna indietro, a quel progetto di vocazione maggioritaria che oggi prende il volto del cosiddetto “partito della Nazione”.

Il contesto generale nel quale si colloca questa riforma elettorale è quello nel quale le elezioni a suffragio universale per le province sono state abolite e quindi decidono i grandi partiti già presenti nelle istituzioni chi mettere ad amministrarle, nelle Regioni si ha la tendenza da parte del PD di metter mano alle leggi elettorali per peggiorarle, aumentando le soglie di esclusione dai consigli e prevedendo alti premi di maggioranza, le elezioni del Senato verranno abolite e il Senato ridotto a emanazione delle segreterie di partito che manderanno i loro consiglieri regionali a popolare la nuova assemblea riformata. La Camera diventa il luogo principale del potere, determinante per costituire il governo e per scegliere gli organi di garanzia. La annunciata riforma della Rai dà più potere ai partiti di maggioranza nell’eleggere i membri del CDA, e dà più potere al Governo nelle scelte operative dell’azienda. Inoltre, la finanza locale viene sempre più ridimensionata e la riforma del titolo V ricentralizza una serie di competenze che oggi sono delle Regioni o condivise con le Regioni.

La legge elettorale rientra insomma dentro un disegno piuttosto organico di estrema verticalizzazione del potere. Dietro la retorica della democrazia che deve poter decidere, si sta modificando il nostro sistema democratico, liquefacendo il sistema delle rappresentanze e il sistema delle autonomie locali. Non è che si tratti del ribaltamento della democrazia in un regime dittatoriale, ma certamente uno scadimento della qualità democratica e un restringimento degli spazi di partecipazione. Sbagliato anche dal punto di vista socio economico, perché l’operazione di dare più potere ai potenti ha un segno sociale evidentemente antipopolare e antiegualitario. Anzi, non sarà che il vero obiettivo strategico sia proprio questo?

Luca De Marco

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La PaTreVe : tanto potere in mano di pochi

Da molto tempo si parla di PaTreVe, una nuova unione di territorio che dovrebbe comprendere le Province di Treviso, Venezia e Padova. Qualcosa di unico nel suo genere, in tutto il nostro paese.
Già questo dovrebbe porre delle domande a qualcuno. Un territorio vasto come metà della Regione Veneto, che dovrà occuparsi di grandi temi come lo sviluppo economico, la costruzione di strade, di ponti, di pianificazione urbanistica, di valorizzare il territorio e della sua tutela. Insieme alla gestione del trasporto pubblico urbano ed extraurbano. Insomma un ente amministrativo enorme. Tutti o quasi si stanno esprimendo con fervore a questa nuova soluzione di governo del territorio, dimenticandosi però di una cosa fondamentale. In questa nuova macchina amministrativa che potrebbe gestire risorse per centinaia di milioni di euro per conto dei cittadini, sono proprio questi ultimi che mancheranno nella loro gestione. Infatti, nessuno si sta ponendo seriamente il problema della partecipazione democratica, nell’amministrazione di questo nuovo ente territoriale.
Le nuove riforme dell’attuale governo stanno svuotando rapidamente le istituzioni di tutta la rappresentanza elettiva. Come se questa fosse la ” sola ” causa del malgoverno del paese. Nessuno si pone invece il problema contrario. Certamente negli ultimi anni siamo stati malgovernati ed anche male amministrati, ma questo forse è stato causato da scelte sbagliate e non da come sono composte le istituzioni. Bisogna fare molta attenzione nel porre nelle mani di poche persone, un grande potere.
Certo i Sindaci (che saranno l’assemblea del nuovo ente) e che dovranno gestire la PaTreVe, saranno pure capaci, ma ricordiamoci che gli stessi sono stati eletti , per il solo ambito del loro comune e con un mandato elettorale e del cittadino ben preciso e circostanziato. Non si capisce il perché essi si dovrebbero occupare anche di questioni che non appartengono al loro comune. Ormai si sta perdendo il concetto della rappresentanza democratica. Tu cittadino, ti scegli chi ti deve rappresentare per ogni livello istituzionale, e a lui chiedi spiegazioni di quello che ha fatto nel suo mandato elettorale. A lui chiedi trasparenza e disponibilità nell’affrontare temi e problemi che ti riguardano e che riguardano il territorio in cui vivi, e chiedi delle risposte. Invece con questo nuovo processo amministrativo, si tende a fare perfettamente il contrario. I grandi poteri economici, come Unindustria (la più favorevole alla PaTreVe) detteranno, di fatto, le condizioni nella gestione politica del nuovo ente e sicuramente con il solo scopo di produrre profitto per le aziende a lei associate. E’ un pericolo che nessuno sta ponendo seriamente in luce e questo ci preoccupa.
Non pensiamo che chi vede il nostro territorio come fonte di guadagno, possa avere a cuore un suo sviluppo equo e sostenibile.
Consideriamo ora anche l’aspetto della rappresentanza.
Noi abbiamo già delle Consorziate o Società gestite direttamente dai comuni. Un esempio è l’Ascopiave, che è una Holding che gestisce il gas e non solo per tutto il nostro territorio. La sua governance è in mano ai partiti maggiori, che nelle stanze chiuse, si dividono i membri del suo consiglio di amministrazione. Sfidiamo chiunque a conoscere i nomi di chi è seduto nella stanza dei bottoni di questa grande società. La cosa è semplice, perché essi sono nominati e non eletti e quindi il cittadino è patreche?escluso, di fatto, nella scelta, non ne è nemmeno a conoscenza della sua esistenza. Inoltre lo stesso non partecipa alla sua gestione in nessun modo, pur “subendone” le scelte.
Siamo preoccupati per l’estrema facilità con cui si tende ora ad affrontare un tema così delicato e importante che ci riguarda da vicino come l’amministrazione del territorio.
Non capiamo perché si continua a sottovalutare il problema della rappresentanza democratica nelle istituzioni, continuando a eliminare tutti i processi elettivi, trasformando gli enti territoriali in rappresentanze di secondo livello. Dimenticando che così i cittadini saranno sempre più lontani dalla cosa pubblica e si sentiranno ancor più estranei dalla vita poltica.
Infine, se si deve mandare a casa il malgoverno della Lega, è più realizzante e democratico farlo con i cittadini accanto, che pongono nelle tue mani la loro speranza di cambiamento. Senza dover usare ” fantasiosi” processi di ingegneria istituzionale, di cui pochi o nessuno riesce a capire la vera utilità.
Luigi Amendola

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Questo 25 Aprile

In questo 25 aprile del 2014 vi sono almeno due grandi questioni aperte sul presente che ci rimandano  al significato di questo anniversario della Liberazione.Immagine

Uno riguarda la sovranità nazionale. Il 25 aprile del 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia proclama a Milano l’insurrezione generale per cacciare i tedeschi. E’ Sandro Pertini che alla radio annuncia lo sciopero generale: « Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire. ». Fortunatamente, oggi non vi è in Italia alcuna occupazione militare e il rapporto con la Germania si pone in tutt’altri termini. Epperò, è ben vero che la nostra cessione di sovranità nazionale in direzione dell’Unione Europea che si è verificata negli ultimi anni è stata più una cessione di sovranità alla conventicola dei capi di governo dell’Unione, egemonizzata dalla leadership tedesca, piuttosto che il contributo alla nascita di una vera Unione Europea dei cittadini, democratica e inclusiva. Quando invece, il progetto degli Stati Uniti d’Europa, che nel 1941 l’antifascismo italiano seppe esprimere con incredibile lucidità nel manifesto di Ventotene, scritto dal confino da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, prevedeva che per assolvere ai propri compiti “la Federazione deve disporre di una magistratura federale, di un apparato amministrativo indipendente da quello dei singoli stati, del diritto di riscuotere direttamente dai cittadini le imposte necessarie per il suo funzionamento, di organi di legislazione e di controllo fondati sulla partecipazione diretta dei cittadini e non su rappresentanze degli stati federati”. Tra breve andremo a votare alle elezioni europee, con una legge elettorale incostituzionale e antidemocratica, e nella totale confusione di idee e programmi in merito al futuro dell’Unione Europea. Ci soccorre, e ci occorre ancora, la limpida visione di Spinelli e Rossi quando pensavano agli Stati Uniti d’Europa come fattore di pace, con un esercito unico e una politica estera comune, e scrivevano: “la federazione europea riduce al minimo le spese militari, permettendo così l’impiego della quasi totalità delle risorse a scopi di elevazione del grado di civiltà”. Allora, la lotta per la sovranità nazionale e per “la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine”, nel tempo di oggi è la questione della ricostruzione di una sovranità democratica in Italia e la costruzione di una nuova sovranità democratica a livello europeo, che passa attraverso la radicale messa in discussione della natura intergovernativa e tecnocratica del governo dell’Unione.

L’altro tema di cui ci parla il 25 aprile è la nostra Costituzione, figlia di quella stagione di lotte e di quella capacità di unità nelle differenze che il fronte antifascista seppe mettere al servizio della nascita della Repubblica e della costruzione della democrazia. Oggi siamo di fronte ad un disegno di revisione profondissimo della Costituzione. Tramontato il progetto di mettere in campo una procedura straordinaria per aggirare l’art. 138 e costruire una commissione parlamentare nella quale concordare tra i due maggiori, o quasi, partiti le regole a misura loro, così come qualche anno addietro si fece dentro una baita a Lorenzago, oggi che tutto è più spudorato si è di fronte ad un patto privato tra due capipartito, uno dei quali condannato a quattro anni e affidato ai servizi sociali per frode fiscale, l’altro che conta su una forza parlamentare eletta con un mandato e in una alleanza compeltamente diversi. Questo Parlamento, eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale perché non rispettosa del principio di rappresentatività, dovrebbe quindi ratificare il disegno di riforma costituzionale che promana non da sé stesso ma dal Governo, sulla base di un accordo privato extraistituzionale. Siamo in una situazione che legittima l’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia a dire che non siamo in una situazione di normalità democratica. La riscrittura della carta fondamentale non può essere dettata da esigenze elettoralistiche o, peggio, personalistiche, di questo o quel capo partito, e realizzata da un parlamento che la corte costituzionale ha sostanzialmente delegittimato della sua funzione costituente perché poco rappresentativo del popolo italiano. E anche nel merito delle proposte, l’idea di accentramento dei poteri e di riduzione del coinvolgimento elettorale e democratico dei cittadini contenuta nel patto dei capi dei capi va in direzione opposta a quanto bisogna invece chiedere si realizzi a livello europeo e a livello nazionale: un rinnovamento democratico reale delle forme e della sostanza della politica e delle istituzioni che metta al primo posto le persone, il lavoro, i diritti, l’ambiente.

Per questo il 25 Aprile è un anniversario e una festa che ancora ci chiama alla lotta, pacifica e democratica, per la liberazione dalle nuove forme di oppressione che affliggono il nostro e gli altri popoli europei.

Luca De Marco

 

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Aumentano i seggi per consiglieri comunali nei piccoli comuni

Con l’entrata in vigore della legge Delrio, per la Marca sono previsti quasi 200 posti di amministratore da eleggere in più nei piccoli comuni. Ci si attivi per cominciare già dalle prossime elezioni. Immagine

All’interno di una riforma degli enti locali brutta e irricevibile come quella firmata da Delrio, approvata in via definitiva dal Parlamento e già in vigore, c’è un elemento, introdotto nel percorso parlamentare, che va in controtendenza rispetto alla riforma delle province, che costituisce il contenuto principale del provvedimento e che punta a eliminare il voto a suffragio universale per la scelta degli amministratori provinciali e consegnare invece la gestione delle province riformate agli accordi tra i politici (in pratica un rafforzamento della cosiddetta “casta”, a dispetto di ciò che si va raccontando). Si tratta dell’aumento dei consiglieri comunali e degli assessori nei comuni inferiori ai 10.000 abitanti. Nel corso degli ultimi anni sono stati via via tagliati migliaia di seggi di assessore e consigliere comunale; secondo Calderoli, che ebbe la brillante idea da ministro del governo Berlusconi, sarebbero addirittura 100.000. E’ così che, dal 2009,  con la legge finanziaria per il 2010, diventata operativa nel 2011, ad ogni elezioni amministrativa i consiglieri comunali, e provinciali, da eleggere sono sempre diminuiti del 20%.  Il taglio di Calderoli è poi stato confermato, e aumentato, da un decreto dell’estate 2011, sempre del governo Berlusconi.  Questo taglio di democrazia non ha prodotto né un riavvicinamento dei cittadini alla politica, né alcun risparmio significativo per le casse pubbliche, né alcun miglioramento della qualità dei governi locali e delle classi politiche locali. Si è solo ridotto il numero di cittadini che si occupano con costanza dell’amministrazione della propria città, che conoscono il funzionamento di un bilancio pubblico e le questioni urbanistiche e amministrative che gli enti locali devono affrontare e risolvere per governare il proprio territorio e la propria comunità di riferimento. E si è ridotta la possibilità di presenza in consiglio comunale delle minoranza, anche in presenza di minoranze del 20%, con una evidente lesione democratica.

L’elemento di controtendenza e positivo contenuto nella riforma Delrio, nonostante Delrio, è costituito dall’aumento da 6 a 10 dei consiglieri comunali dei comuni fino a 3000 abitanti, dell’aumento da 0 a 2 degli assessori nei comuni sotto i 1000 abitanti; nell’aumento da 7 a 12 dei consiglieri, e da 3 a 4 degli assessori, nei comuni da 3000 a 5000 abitanti; nell’aumento da 10 a 12 dei consiglieri nei comuni da 5000 a 10000 abitanti. Non viene toccata una fascia più numerosa di comuni, quella da 10.000  a 30.000, dove permane un problema di rappresentanza, dato il premio di maggioranza e gli sbarramenti matematici all’ingresso che diventano altissimi. Né i comuni più popolosi.

In totale vi sarà un aumento, a livello nazionale, di 26.000 cittadine e cittadini in più che si occuperanno della cosa pubblica. L’informazione, allineata al potere, ha preferito omettere questa informazione e far risaltare una presunta abolizione delle provincie, che in realtà significa solo l’abolizione di 3000 consiglieri eletti che si occupano dei problemi delle comunità provinciali per lasciare spazio a logiche spartitorie, gestite dalle segreterie di partito fuori da ogni controllo dell’opinione pubblica e della cittadinanza attiva.

Come si vede dalle tabelle sottostanti, gli attuali aumenti restano al di sotto della situazione precedente i tagli operati dal governo Berlusconi. Segno che permane l’idea che si debba rinsecchire la rappresentanza e la partecipazione democratica in quegli enti, come i piccoli comuni, dove nessuno riesce a vivere di politica con i gettoni di presenza o le basse indennità degli assessori. Il provvedimento non comporterà comunque alcun aumento dei costi, perché i comuni dovranno ridistribuire le poche risorse destinate agli amministratori senza aumentarle.

consiglieri

Abitanti comuni fino a Calderoli Dopo i tagli Adesso con la legge Delrio
Fino a 1000 12 6 10
Da 1000 a 3000 12 6 10
Da 3000 a 5000 16 7 12
Da 5000 a 10000 16 10 12
Da 10000 a 30000 20 16 16

 

assessori

Abitanti comuni fino a Calderoli Dopo i tagli Adesso con la legge Delrio
Fino a 1000 4 0 2
Da 1000 a 3000 4 2 2
Da 3000 a 5000 6 3 4
Da 5000 a 10000 6 4 4
Da 10000 a 30000 7 5 5

 

Si tratta comunque di un passo in avanti che, in provincia di Treviso, comporta un aumento dei seggi di consigliere comunale di circa 167 consiglieri e di circa 21 posti di assessore (“circa” perché calcolati sulla base dei residenti attuali e non sui dati dell’ultimo censimento, che sono il riferimento ufficiale per la determinazione dell’appartenenza di un comune a una fascia di popolazione o ad un’altra). Quindi poco meno di 200 amministratori vengono sottratti alla mannaia populista e antidemocratica imbracciata dalla casta per meglio tutelarsi.

La misura può essere operativa già dalle prossime elezioni comunali del 25 maggio. Ed è auspicabile che gli enti preposti, la Prefettura e i comuni interessati, si attivino al più presto per realizzare questo allargamento di partecipazione democratica.

Luca De Marco

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I 100 passi di sinistra ecologia libertà

Oggi Comitato nazionale, proposto congresso a ottobre

“Oggi e’ tempo che Sinistra Ecologia Libertà non sia più una somma di storie ma diventi stabilmente sostanza politica”. Con queste parole il coordinatore della segreteria Claudio Fava ha aperto i lavori del Comitato Nazionale di Sel in corso a Roma e che saranno tra poco conclusi da Nichi Vendola.

“Nonostante un grave arretramento elettorale, politico e culturale del centrosinistra – prosegue Fava – che ha contrassegnato le ultime elezioni regionali, eccetto il risultato straordinario della Puglia, per quanto riguarda Sel le elezioni hanno dimostrato la giustezza della nostra intuizione politica: della necessità di lavorare per un nuovo soggetto politico di sinistra. Ora si tratta di passare dall’intuizione ad un progetto stabile per costruire unl’aternativa politica e culturale alla destra, contribuire ad una nuova alfabetizzazione della politica italiana, per contruibuire ad una nuova stagione del centrosinistra.

Da oggi- conclude Fava – siamo impegnati sulle nostre opzioni strategiche: dal successo dei 3 referendum sull’acqua bene comune, alla tutela dei diritti e del lavoro, dall’autonomia della politica dagli affari e dalle lobby, al ripristino della democrazia”. E’ stato proposto che il congresso fondativo di Sinistra Ecologia Liberta’ si tenga nei giorni 22-23-24 ottobre 2010, e che dalla fine del mese di aprile e fino ad ottobre, parta la campagna nazionale “I 100 passi di sinistra ecologia liberta’”, iniziative pubbliche, assemble, eventi, in tutta italia.

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lega arraffona

Lettera aperta al Sindaco di Treviso On. Gianpaolo Gobbo sul tiro mancino degli spazi elettorali dati alla Lega

Egregio Signor Sindaco,

la sua Giunta ha deliberato lunedì scorso l’assegnazione degli spazi per le affissioni elettorali ai gruppi ed associazioni che ne avevano fatto richiesta, la cosiddetta “propaganda indiretta”. Come capita oramai da tempo in occasione di tutte le elezioni, il Comune di Treviso si comporta in maniera difforme da tutti gli altri 94 comuni della Provincia e, riteniamo, dalla quasi totalità dei comuni italiani. Gli altri comuni infatti, anche quelli amministrati dal suo partito, utilizzano un criterio proporzionale, cioè in base al numero e all’ordine delle richieste pervenute assegnano uno o più spazi ad ogni lista per la quale siano arrivate richieste. La sua Giunta, invece, attribuisce una quantità spropositata di spazi alle associazioni vicine alla Lega, e agli altri assegna il minimo degli spazi, senza curarsi di mettere insieme gruppi che sostengono liste diverse, dunque attribuendo uno stesso spazio per affiggere manifesti a cinque liste diverse. Se alla associazione “Padambiente”, infatti, avete riservato uno spazio tutto suo,  lo stesso  spazio viene dato a 12 associazioni che hanno richiesto spazi in appoggio a Idv, PD, SeL-PSI, FdS e  Democrazia Cattolica. Certo vi sarete divertiti un mondo a fare i birichini e a creare confusione in casa altrui, e avrete goduto di gioia nel dare uno spazio elettorale tutto per loro ai “musicisti padani” in condominio con gli “orsetti padani”, e un altro ai “collezionisti padani” assieme alle “donne padane”. In totale le cinque simpatiche associazioni “padane” sopra nominate avranno lo stesso spazio di tutte le 26 richieste di area centrosinistra. Con quale criterio sia stata fatta la ripartizione è inutile chiederlo, semplicemente sono amici vostri. E poi ci sono tutti gli spazi attribuiti  ai cattolici padani, agli alpini padani, ai liberi escursionisti padani  e via enumerando, in quell’orgia di declinazioni padane che Lei conosce molto bene. Non occorre che illustri oltre lo scempio di equità da voi operato, perché certamente ne siete più che consapevoli e probabilmente orgogliosi.

A noi, invece, rattrista e preoccupa questo vostro spregio delle regole e delle norme, il cui unico scopo, se permette alquanto meschino e avvilente, è quello di poter occupare con i manifesti della Lega la stragrande maggioranza degli spazi d’affissione regolamentati per la campagna elettorale. Evidentemente non paghi del profluvio propagandistico pre-campagna elettorale che i vostri ingenti mezzi vi hanno consentito, né della possibilità, alquanto discutibile, di utilizzare da parte del vostro candidato presidente il ruolo di ministro per farsi la campagna elettorale, né dell’utilizzo di una rivista pagata con soldi pubblici per diffondere nelle case dei veneti un servizio fotografico su Luca Zaia, avete anche bisogno di questi mezzucci, del tutto indegni di un comune capoluogo di Provincia come Treviso ?

Non ci speriamo molto, ma noi con la presente la invitiamo ad un sussulto di senso delle istituzioni  e del ruolo che ricopre. Lei sa benissimo che una amministrazione pubblica ha l’obbligo di motivare ogni sua scelta con criteri oggettivi, trasparenti e legati all’interesse pubblico, e che la scelta da voi fatta risponde a criteri faziosi, oscuri e legati al vostro interesse privato. Ritiri la delibera orribile dell’altro giorno e proceda come ogni altra amministrazione comunale ad una distribuzione giusta degli spazi.

Cordialmente

Luca De Marco,  coordinatore provinciale Sinistra Ecologia Libertà

AMMIRA QUI LA RIPARTIZIONE DEGLI SPAZI D’AFFISSIONE IN SALSA PADANA:

spazi indiretta provinciale.pdf

spazi indiretta regionale.pdf

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Treviso antidemocratica

La Giunta di Treviso dà spazio sui muri solo alla Lega

i forchettoni leghisti stravolgono le norme e si prendono tutti gli spazi per le affissioni, lasciando solo le briciole al centrosinistra

Un manifesto di Zaia "opportunamente corretto"

In campagna elettorale l’affissione di manifesti è consentita solo negli spazi delimitati dai comuni, sui muri o sui tabelloni metallici. Gli spazi vengono attribuiti alle liste in due modi: per la cosiddetta propaganda “diretta” ad ogni lista spetta uno stesso numero di spazi, in pratica un numero per ogni blocco di tabelloni. Per la propaganda “indiretta” si fa riferimento alle richieste pervenute al comune da parte di associazioni che non partecipano direttamente alla competizione elettorale ma chiedono di avere uno spazio per affiggere manifesti, un tempo si dicevano “fiancheggiatori” perché di fatto erano gruppi legati a questo o quel partito. L’attribuzione della indiretta viene fatta dalla Giunta Comunale: in tutti i comuni della provincia, di ogni colore politico, si segue come criterio l’ordine di arrivo delle richieste e il numero delle richieste stesse per distribuire gli spazi.  Poiché le richieste contengono quasi sempre l’indicazione della lista che si intende sostenere, accade così che ogni lista per la quale siano state inoltrate richieste abbia assegnato, almeno uno spazio in ogni comune, e le liste con il maggior numero di richieste ne abbiano più di uno,  con una ripartizione grosso modo proporzionale. L’unico comune che fa eccezione a questo comportamento è quello di Treviso. Ad ogni elezioni la Giunta Comunale attribuisce alla Lega una quantità del tutto sproporzionata rispetto a qualsiasi criterio. Per le associazioni para leghiste basta infatti anche una sola richiesta per ottenere un numero (ad uno spazio corrispondono 42 spazi, divisi per 21 postazioni e per le liste regionali e provinciali), per il centrosinistra ce ne vogliono 12, di richieste. Capita così che la Giunta attribuisca alla sola Padaniambiente il numero 12 della indiretta regionale, mentre Sinistra Democratica, Punto Critico, partito dei comunisti italiani, federazione giovanile comunisti italiani, amici della rinascita, Paesambiente, Partito politico DCL democrazia cattolica liberale, Lega Abolizione Caccia, Movimento per la Sinistra, Associazione per la Sinistra, Associazione Fare Veneto, Comitato per Andrea Zanoni, che sostengono cinque liste diverse, avranno lo stesso spazio tutte assieme.

Questa decisione arbitraria, faziosa, antidemocratica della Giunta Comunale farà sì che i tabelloni elettorali saranno tutti tappezzati di verde Lega. Evidentemente non basta ai leghisti il fatto di avere un candidato che sfrutta per la sua campagna elettorale il ruolo e la visibilità di ministro, che utilizza riviste pagate con soldi pubblici per inondare le case con i suoi servizi fotografici, o di aver inondato il Veneto di pubblicità nella fase pre-campagna con le enormi risorse a propria disposizione. Vuole anche espropriare le opposizioni di quelle piccolissime riserve che la legge prevede anche a chi non ha milioni di euro da spendere per la campagna elettorale.

Anche questo comportamento scandaloso della Giunta di Treviso rientra nella violenza alla legalità che la destra sta perpetrando alle norme elettorali. Quando si comincia a voler manipolare anche le procedure elettorali per il proprio tornaconto personale e di partito, allora è giusto che la mobilitazione per la democrazia che si sta levando in questi giorni dalle piazze italiane prosegua e diventi sempre più forte.

Luca De Marco

Sinistra Ecologia e Libertà

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