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Un sindaco ai confini della realtà

Il Sindaco di Resana che distribuisce materiale “informativo” a spese del comune alle neomamme sui presunti rischi della vaccinazione compie un atto sconsiderato e grave, foriero di conseguenze nefaste che non si limitano alla comunità che amministra ma coinvolgono un territorio ben più vasto (ricordiamo che la copertura vaccinale ha efficacia se coinvolge almeno il 95% della popolazione). Il fascicolo allarmistico che gli uffici comunali consegnano alle neomamme non è prodotto da alcun ente scientifico o istituzionale ma da una associazione che ha come scopo la propaganda antivaccino.

Ha fatto quindi bene il direttore generale della sanità della Regione a rispondere alla sollecitazione dei pediatri che hanno richiesto il suo intervento, coinvolgendo il ministero della salute e la Prefettura perché valuti le azioni da intraprendere. Da parte nostra auspichiamo che si proceda oltre e che si intervenga per riportare nell’ambito della razionalità una amministrazione che sembra far riferimento ad un’altra dimensione rispetto a quella della realtà.

L’efficacia dei vaccini, soprattutto dal dopoguerra ad oggi, è oggettiva e non può essere messa in discussione da alcuno. Centinaia di milioni di persone, nel mondo, hanno evitato la morte e/o malattie estremamente invalidanti, poliomielite in primis.mazzorato

Il sindaco è la massima autorità sanitaria locale per cui ha l’obbligo di garantire la pubblica incolumità. Qui siamo di fronte alla totale irresponsabilità di un amministratore pubblico, già noto per il suo elogio al nazista Erich Priebke e per la promozione delle teorie di Scientology, a cui vanno ricordati i propri obblighi morali e legislativi.

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L’Italicum è funzionale a un disegno di peggioramento della nostra democrazia

La legge elettorale confezionata da Renzi e Berlusconi, che la direzione del PD ha deciso di votare tale quale nonostante la fine del patto del Nazareno, è una brutta legge, che ha lo scopo di salvare di fatto il Porcellum nella sua parte peggiore dopo che la Corte Costituzionale ha bocciato la legge elettorale figlia di Calderoli. La Corte ha infatti argomentato la bocciatura della legge su due punti fondamentali: le liste bloccate che impediscono agli elettori di scegliere i parlamentari, e il premio di maggioranza eccessivo che non rispetta il principio di rappresentatività implicito nell’impianto costituzionale, subordinandolo a quello di governabilità. Lo slalom tra questi paletti della Corte Costituzionale realizzato dalla proposta Renzi Berlusconi consiste nel prevedere capolista bloccati, ma con una quota di eletti con le preferenze e comunque in collegi meno ampi rispetto a quanto previsto dal Porcellum, e che il premio di maggioranza scatti solo al raggiungimento della soglia del 40% dei consensi, sotto la quale si procederebbe invece al ballottaggio tra i primi due. L’altra innovazione apportata rispetto al Porcellum è quella di attribuire il premio di maggioranza solamente alla lista e non alle coalizioni. In pratica, la nuova legge, cosiddetta “Italicum”, non prevede più l’esistenza di coalizioni, ma solo di liste tutte in competizione tra loro. Significa che non vi saranno più coalizioni tra partiti di centrosinistra e tra partiti di centrodestra. Il risultato è che la Camera dei Deputati, la sola che sarà eletta dai cittadini, sarà composta perlopiù da nominati, anche se non solo, e la maggioranza sarà frutto di un premio di maggioranza, che potrà essere anche particolarmente distorsivo rispetto al consenso elettorale (una lista con il 25% potrebbe, in caso di vittoria, avere il 53% dei deputati, e quindi tutti gli altri passare dal 75% dei consenti al 46% dei seggi).

Il PD realizza inoltre, con l’eliminazione delle coalizioni, quell’aspirazione all’autosufficienza che aveva animato la sua stagione iniziale sotto la guida di Walter Veltroni, quella cosiddetta “vocazione maggioritaria” che portò il nascente partito a determinare la fine anzitempo del Governo Prodi e a correre alle urne per liberarsi degli alleati (poi in realtà fece l’accordo con Italia dei Valori) e per consegnare a Berlusconi la più grande maggioranza mai prima registrata in Parlamento dalla nascita della Repubblica. Ci provò già il PD di Veltroni, del resto, a eliminare le coalizioni, attraverso un referendum proposto dal costituzionalista Guzzetta, tenuto nel 2009 ma che non ottenne il quorum perché neanche il 24% degli elettori andò a votare. Poi venne la segreteria Bersani che invece rifiutò sempre l’idea di un partito autosufficiente, e infatti costruì la coalizione Italia Bene Comune. Ora si torna indietro, a quel progetto di vocazione maggioritaria che oggi prende il volto del cosiddetto “partito della Nazione”.

Il contesto generale nel quale si colloca questa riforma elettorale è quello nel quale le elezioni a suffragio universale per le province sono state abolite e quindi decidono i grandi partiti già presenti nelle istituzioni chi mettere ad amministrarle, nelle Regioni si ha la tendenza da parte del PD di metter mano alle leggi elettorali per peggiorarle, aumentando le soglie di esclusione dai consigli e prevedendo alti premi di maggioranza, le elezioni del Senato verranno abolite e il Senato ridotto a emanazione delle segreterie di partito che manderanno i loro consiglieri regionali a popolare la nuova assemblea riformata. La Camera diventa il luogo principale del potere, determinante per costituire il governo e per scegliere gli organi di garanzia. La annunciata riforma della Rai dà più potere ai partiti di maggioranza nell’eleggere i membri del CDA, e dà più potere al Governo nelle scelte operative dell’azienda. Inoltre, la finanza locale viene sempre più ridimensionata e la riforma del titolo V ricentralizza una serie di competenze che oggi sono delle Regioni o condivise con le Regioni.

La legge elettorale rientra insomma dentro un disegno piuttosto organico di estrema verticalizzazione del potere. Dietro la retorica della democrazia che deve poter decidere, si sta modificando il nostro sistema democratico, liquefacendo il sistema delle rappresentanze e il sistema delle autonomie locali. Non è che si tratti del ribaltamento della democrazia in un regime dittatoriale, ma certamente uno scadimento della qualità democratica e un restringimento degli spazi di partecipazione. Sbagliato anche dal punto di vista socio economico, perché l’operazione di dare più potere ai potenti ha un segno sociale evidentemente antipopolare e antiegualitario. Anzi, non sarà che il vero obiettivo strategico sia proprio questo?

Luca De Marco

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Il Consiglio Provinciale contro la chiusura degli uffici postali

 Su proposta del gruppo di Sinistra Ecologia Libertà, il Consiglio Provinciale di Treviso si è schierato contro la chiusura degli uffici postali decisa da Poste Italiane e a fianco degli amministratori e dei cittadini che protestano a difesa del servizio universalistico.
 Mercoledì 11 marzo il Consiglio Provinciale ha infatti approvato un ordine del giorno a prima firma Luigi Amendola, di Sinistra Ecologia Libertà, e  sottoscritto anche da UDC, Marca Civica e PD, contro la chiusura degli uffici postali, già presentato  il 26 febbraio scorso.
Un documento che ha visto il voto unanime di tutto il Consiglio per manifestare  il proprio sostegno ai Sindaci che si sono mobilitati contro la decisione di Poste Italiane di ridurre il servizio universalistico nel loro territorio e per impegnare la Giunta e il Presidente della Provincia ad adoperarsi presso Poste Italiane spa per scongiurare l’ipotesi di soppressione dei 15 uffici postali, in sinergia con comuni, sindacati e altri soggetti sociali e istituzionali mobilitati a difesa del servizio postale universalistico.giu le mani

la decisione di Poste italiane spa di ridurre il perimetro del servizio universale nei modi anzi descritti conferma la volontà da parte della società di perseguire la mera logica del profitto puntando su assicurazioni, carte di credito, telefonia mobile e servizi finanziari in genere, che nulla hanno a che fare con il servizio universale, a scapito delle esigenze della collettività, chiudendo uffici che ritiene «improduttivi» o «diseconomici», senza considerare che i servizi postali rappresentano un servizio fondamentale per lo svolgimento delle attività quotidiane di numerosissime imprese, famiglie e residenti anziani che si troveranno nella condizione di non poter più usufruire di prestazioni essenziali, quali il pagamento delle bollette o la riscossione della pensione, con la conseguenza di essere costretti a fare lunghe file nei giorni di apertura, ritardare le operazioni o affrontare frequenti e difficili spostamenti nei territori più disagiati.

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Dal Governo nessun impegno contro la chiusura degli Uffici Postali. Serve la mobilitazione territoriale. SEL presenta ordine del giorno in Provincia

Dal Governo nessun impegno contro la chiusura degli Uffici Postali. Serve la mobilitazione territoriale. SEL presenta ordine del giorno in Provinciaposta

Ieri alla Camera dei Deputati il ministro dello sviluppo economico Federica Guidi, competente anche per le materie del vecchio ministero delle Poste e Telecomunicazioni, ha risposto ad una interpellanza presentata dai parlamentari di Sinistra Ecologia Libertà, a prima firma dell’on. Franco Bordo, in merito al piano di chiusura degli uffici postali da parte di Poste Italiane.

Il ministro si è purtroppo limitato a rendicontare un incontro tra il sottosegretario e gli amministratori di Poste Italiane, nel quale l’azienda ha confermato il piano di chiusura, accompagnandolo a generiche assicurazioni sulla qualità del servizio complessivo. E rimandando alle interlocuzioni che stanno avvenendo sul territorio con le istituzioni locali.

In pratica, dal governo non c’è e non ci sarà una presa di posizione contraria al piano di chiusura, che viene quindi di fatto avvallato dall’esecutivo Renzi. Diventa perciò prioritario l’impegno sul territorio per non assecondare questa deriva privatistica di Poste Italiane, che sacrifica al profitto la presenza e la vicinanza territoriale, e crea nuovi problemi alle cittadine e ai cittadini già alle prese con tante tristezze.

Per questo il gruppo consigliare provinciale di Sinistra Ecologia Libertà presenterà un ordine del giorno da sottoporre all’approvazione del Consiglio Provinciale, per esprimere sostegno ai sindaci mobilitati e chiedere una azione congiunta dei soggetti sociali e istituzionali che impedisca la realizzazione del piano di dismissione previsto da Poste Italiane.

la discussione alla Camera

  FRANCO BORDO. Signor Presidente, signora Ministra, Poste italiane è una azienda pubblica controllata dal Governo italiano che presenta un consolidato bilancio in attivo. Negli ultimi tre anni l’utile di esercizio è pari a una media di un miliardo l’anno. Poste italiane riceve significativi contributi da parte dello Stato per consentire l’erogazione dei servizi essenziali e in modo particolare per gli uffici postali periferici.franco
L’azienda lo scorso dicembre ha presentato un piano strategico che  prevede la chiusura di 455 uffici postali e la riduzione degli orari di apertura per 608 uffici. Questa scelta, se attuata, causerà gravi disagi soprattutto per i residenti anziani o con difficoltà motorie oltre che per le imprese nelle zone colpite dalla scelta.
Sono a chiedere quale azione il Governo intenda attivare perché   tale piano venga rivisto affinché non si arrechino ulteriori disservizi agli utenti contravvenendo così a qualsiasi principio di qualità del servizio pubblico che deve essere assicurato in modo efficace e continuativo.

PRESIDENTE. Il Ministro dello sviluppo economico, Federica Guidi, ha facoltà di rispondere per tre minuti.

FEDERICA GUIDI, Ministro dello sviluppo economico. Signor Presidente, rispondo all’interrogazione dell’onorevole Bordo segnalando in primis che la normativa vigente attribuisce comunque il potere di determinare i criteri per l’individuazione degli uffici postali sul territorio nazionale necessari ad assicurare una regolare fornitura del servizio universale all’Autorità per la garanzia nelle comunicazioni, la Agcom.
Il criterio guida per la distribuzione degli uffici postali è   costituito, in base alla normativa vigente, dalla distanza massima di accessibilità al servizio espressa in chilometri percorsi dall’utente per recarsi al presidio più vicino e sono fissate diverse soglie di copertura tutte riferite alla popolazione residente sull’intero territorio nazionale. Si prescrive, inoltre, l’operatività di almeno un ufficio postale nel 96 per cento dei comuni italiani e nei comuni con un unico presidio postale in cui non è consentita la soppressione degli uffici si impone una apertura al pubblico degli uffici non inferiore a 3 giorni e a 18 ore settimanali.
La delibera Agcom del giugno scorso prevede criteri ulteriori di   distribuzione degli uffici postali con divieto di chiusura di uffici situati in comuni rurali che rientrano anche nella categoria dei comuni montani e di uffici che sono presidio unico nelle isole minori.
In conformità al suddetto quadro regolatorio Poste italiane   pianifica annualmente eventuali interventi di chiusura o rimodulazione oraria degli uffici postali informando, con congruo anticipo, gli enti territoriali interessati e naturalmente l’Agcom.
Dopo aver raccolto dai parlamentari, dagli amministratori comunali   e regionali molti segnali di preoccupazione a proposito del piano di razionalizzazione degli uffici avviato da Poste italiane, il sottosegretario per lo sviluppo economico Giacomelli, con delega alla materia delle telecomunicazioni, ha incontrato il 12 febbraio scorso l’amministratore delegato di Poste italiane e il Presidente dell’Autorità di regolazione, per valutare le opportune iniziative nel rispettivo ambito di competenza.
In tale occasione l’amministratore delegato di Poste italiane ha fatto presente che il suddetto piano non comporterà alcun impatto occupazionale né una riduzione dei servizi ai cittadini. Ha, inoltre, ribadito che i tagli degli uffici previsti nel 2015 sono in linea con i criteri fissati dalla Agcom come peraltro confermato dalla stessa Autorità. Si è, infine, reso disponibile comunque a intraprendere iniziative di condivisione del piano con il territorio e, in tal senso, è stato definito il programma di incontri con il presidente della Conferenza delle regioni e delle province autonome e con il presidente dell’Associazione nazionale dei comuni italiani.
Sono tuttavia già in corso, a livello territoriale, iniziative di comunicazione con i sindaci e le istituzioni locali e in particolare l’azienda si è impegnata a spiegare come l’introduzione dei servizi innovativi assicurerà comunque la tutela dei servizi universali per i cittadini.
Quanto, infine, al nuovo contratto di programma fra il Ministero dello sviluppo economico e Poste italiane Spa, è in corso naturalmente il relativo iter di predisposizione secondo quanto previsto nella legge di stabilità per il 2015.

PRESIDENTE. L’onorevole Franco Bordo ha facoltà di replicare per due minuti.

FRANCO BORDO. Signor Presidente, non sono soddisfatto, signora Ministra, perché ovviamente la sua ricostruzione sta dentro quella che è la correttezza di un percorso, però la scelta politica, voglio dire, del Governo di dire «mettiamo un fermo a questo piano» non l’ho sentita.
Invece è necessario dal nostro punto di vista fermare, stoppare questo piano perché questo piano riguarda soprattutto la scelta di Poste italiane di quotarsi in borsa, di andare verso la privatizzazione per cui guardate ai numeri, agli interessi finanziari e poco alle persone. È una scelta che colpirà tutti i territori di Italia, tutte le regioni, che mette in discussione lo stesso principio di servizio universale sancito dalla legge.
Ecco, questo piano presenta, inoltre, ampi margini di irrazionalità. Io voglio farle un esempio su tutti perché lo vivo nella mia città, Crema. Un quartiere popoloso, 6-7 mila abitanti, e l’ufficio postale di Ombriano rientra nell’elenco di chiusura, quando di fianco abbiamo un ufficio postale che è stato acquistato da Poste italiane e per questo motivo verrà chiuso quello delle Poste di Ombriano appunto; e questa è una scelta che arrecherà disagi a migliaia di cittadini e a imprese anche, perché si lamentano le imprese, signora Ministro, banche e non soltanto.
Noi mettiamo al centro del nostro operato la persona e la giustizia sociale. Per questo non molleremo, terremo alto il controllo e faremo di tutto perché sui territori, insieme ai sindaci e insieme ai cittadini e qui in Parlamento, questo piano venga rimesso in discussione nei prossimi mesi.

dal resoconto della Camera dei Deputati di mercoledì 18 febbraio 2015

 

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Dalla parte dei lavoratori delle province

Siamo dalla parte dei dipendenti delle province in mobilitazione. La riforma Delrio è una riforma priva di logica e di buon senso istituzionale, che ha avuto come duplice obiettivo quello di fare un po’ di propaganda a buon mercato sulla pelle dei lavoratori e delle istituzioni provinciali, e di eliminare il fastidio del voto popolare democratico per decidere gli amministratori, cioè chi prende le decisioni su come spendere il denaro pubblico. Quello che non è mai stato un obiettivo del Governo, e ora lo si vede ben nel caos che la riforma ha generato, è quello di verificare il modo migliore per rendere buoni servizi ai cittadini, di distribuire con razionalità le competenze e le funzioni tra i vari livelli amministrativi, di valutare come valorizzare le competenze e le professionalità presenti all’interno delle istituzioni provinciali. Ora si rischia la perdita di posto immediato per i contrattisti a termine e un futuro di incertezza per tanti lavoratori che non hanno alcuna responsabilità e nessuna colpa per meritarsi l’incompentenza, la superficialità e approssimazione con le quali il Governo affronta le questioni istituzionali. Ai cittadini non ne verrà niente da questo pasticcio, se non servizi peggiori e personale meno qualificato. Ora si cerchi di rimediare in fretta, per quel che si può, ai danni provocati dall’insipienza al governo.

Luca De Marco

coordinatore provinciale SELprovincie

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Se la morosità è incolpevole, la Regione no

Quello dell’emergenza casa è uno dei fronti più caldi aperti dalla crisi, sul quale i comuni e gli enti locali devono combattere senza avere a disposizione le necessarie risorse per fronteggiare situazioni sempre più gravi e sempre più estese.
Per questo, quando si apre qualche spiraglio e qualche nuova possibilità di intervento, è il caso che non si perda tempo.
E invece c’è un tema sul quale va denunciato un colpevole ritardo da parte della Regione Veneto. Quello dei fondi a sostegno di chi subisce uno sfratto perché non riesce più a pagare l’affitto a seguito di perdita del lavoro, licenziamento, cassa integrazione o per malattia. Ed è evidente a tutti di come non stiamo parlando di casi rari.

Il Veneto è due volte in ritardo. La prima, perché non ha attivato negli anni scorsi alcun provvedimento contro il disagio abitativo a sostegno degli sfrattati. Questo ha comportato una penalizzazione pesante nel riparto dei fondi che il decreto sull’IMU del governo Letta dell’agosto 2013 destinava agli inquilini morosi incolpevoli*. Quel decreto stanziava infatti 20 milioni, che sono stati ripartiti tra tutte le regioni, ma prioritariamente a quelle regioni che già si erano attivate con propri provvedimenti. Questo ha comportato che la Lombardia abbia avuto un paio di milioni in più, l’Emilia Romagna e il Piemonte un milione in più, rispetto al riparto operato sulla base del numero degli sfratti per morosità. In pratica, al Veneto spetta 1 milione e 6 mila euro. Meno che alla Regione Marche.
La seconda volta, il Veneto è in ritardo nel ripartire i fondi ai Comuni. Infatti, una volta che finalmente l’iter nazionale è giunto a conclusione con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 14 luglio 2014** del decreto attuativo che predispone il riparto tra le Regioni dei 20 milioni stanziati e i criteri da rispettare nei provvedimenti comunali, la Regione lascia passare due mesi prima di muoversi, deliberando solo il 29 settembre come ripartire il milione che spetta al Veneto tra i comuni destinatari del provvedimento, cioè quelli ad alta tensione abitativa. L’Emilia-Romagna, tanto per far un esempio, ha deliberato la ripartizione ai propri comuni il 23 luglio!

Tutto ciò significa che ad oggi nel Veneto manca ancora una risposta al problema della morosità incolpevole, mentre nelle altre regioni si è partiti negli anni scorsi oppure parecchi mesi fa.
Oltre al ritardo con il quale è stata emanata, la delibera regionale si limita a ripartire i fondi ai comuni ai quali spettano (vedi tabella) e a riportare i criteri di massima fissati dal decreto ministeriale. Ai Comuni spetta quindi organizzarsi e predisporre i bandi; per evitare che si proceda in ordine sparso, il Comune di Treviso, che ha colto il problema, ha invitato per giovedì 23 ottobre il Prefetto e tutti gli altri 28 comuni del Veneto interessati, al fine di coordinarsi e predisporre delle linee guida. Si spera che, grazie a questa positiva iniziativa del Sindaco di Treviso, finalmente si possa colmare i ritardi accumulati dalla Giunta Zaia e dare risposte concrete su questo fronte ai cittadini.

riparto morosità incolpevole

riparto morosità incolpevole

* Legge 28 ottobre 2013 n. 124, art.6:” 5. È istituito presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti un Fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli, con una dotazione pari a 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014 e 2015. Le risorse del Fondo possono essere utilizzate nei Comuni ad alta tensione abitativa che abbiano avviato, entro la data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, bandi o altre procedure amministrative per l’erogazione di contributi in favore di inquilini morosi incolpevoli. Con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, le risorse assegnate al Fondo di cui al primo periodo sono ripartite tra le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano. Con il medesimo decreto sono stabiliti i criteri e le priorità da rispettare nei provvedimenti comunali che definiscono le condizioni di morosità incolpevole che consentono l’accesso ai contributi. Le risorse di cui al presente comma sono assegnate prioritariamente alle regioni che abbiano emanato norme per la riduzione del disagio abitativo, che prevedano percorsi di accompagnamento sociale per i soggetti sottoposti a sfratto, anche attraverso organismi comunali. A tal fine, le prefetture-uffici territoriali del Governo adottano misure di graduazione programmata dell’intervento della forza pubblica nell’esecuzione dei provvedimenti di sfratto.”

** Breve considerazione sullo stato disastroso del processo legislativo nel nostro paese: si decreta d’urgenza il 31 agosto del 2013, per abolire la seconda rata dell’IMU, istituire la Tasi e tra le tante cose nello stesso testo si istituisce questo fondo, che però non è esecutivo ma rimanda a un decreto attuativo (quindi urgente un cavolo). Il decreto attuativo, non particolarmente complesso, si fa attendere fino al 14 maggio, e viene pubblicato in G.U. due mesi dopo. Si noti bene che rispetto a queste lungaggini l’abolizione del Senato non risolve nulla. Bisogna riportare alla normalità un processo legislativo che viaggia solo per decreti d’urgenza, ma che così facendo non accelera un piffero perché si schianta sulla mole di decreti attuativi inevasi, che spettano al Governo, non al Parlamento. E’ nei ministeri e non nel Parlamento (che anzi non fa che migliorare le brutture che il Governo infila nei suoi decreti legge), che risiede la causa della lentezza della macchina statale.

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Mettiamo la PaTreVe con i piedi per terra

Se chiedessimo a un passante: “Secondo lei quante sono le metropoli in Italia?”, probabilmente ci guarderebbe strano e azzarderebbe un elenco a partire da Roma, Milano, poi esiterebbe e aggiungerebbe qualche altra ipotesi. Quel che è certo è che molto difficilmente proseguirebbe nell’elencazione fino a raggiungere la decina. Non hanno avuto esitazione a farlo invece il Governo e la maggioranza che lo sostiene nel fissare per legge che in Italia esistono più di 10 città metropolitane. Oggi dunque il nostro paese è quello in Europa più denso di metropoli. Siamo già a una quindicina e, se si desse retta a tutte le strampalate ipotesi che fioriscono di qua e di là, non ci metteremmo molto a superare la ventina. Già dalle denominazioni scelte, regna la confusione nella nuova architettura degli enti locali in via di costruzione. Si chiama Città Metropolitana quello che in realtà è un ente di area vasta che sostituisce la Provincia.

In Veneto la città metropolitana che attualmente la legge in materia individua è quella di Venezia. Per la legge attuale, la città metropolitana coincide con il territorio provinciale del comune di riferimento e assorbe le funzioni, le sedi, il personale, le obbligazioni dell’Ente Provincia che va a sostituire. Il passaggio sarà effettivo dal 1 gennaio 2015, ma entro il 30 settembre di quest’anno bisognerà che venga preparato lo statuto ed eletto il consiglio metropolitano tra i consiglieri comunali e amministratori dei comuni della provincia, che affiancherà il Sindaco metropolitano. Non si capisce come si riuscirà a fare, viste le note vicende che hanno travolto la politica veneziana. I sindaci del Veneziano, coordinati da Orsoni, avevano infatti deciso ai primi di maggio di tenere ai primi di luglio l’elezione, da parte degli amministratori, della conferenza metropolitana, che è l’organismo che dovrebbe redarre lo statuto della Città Metropolitana entro il 30 settembre. Ma anche nel resto d’Italia il processo non sembra marciare in modo particolarmente spedito, e comunque nel disinteresse generale.

Quando si parla di PaTreVe sarebbe quindi corretto partire dalla legge che c’è, visto che è stata approvata da 3 mesi e non da 30 anni ed è ancora in avvìo di attuazione, ed è la Legge Delrio figlia dei governi Letta e Renzi. Nella legge non è prevista la creazione di una città metropolitana costituita dalla fusione di due o più provincie. I tentativi di inserire nella legge questa possibilità creativa non hanno avuto successo. Se si vuole a tutti i costi l’aggregazione, dunque, è necessario che si ricorra al meccanismo, previsto dalla Costituzione all’art. 133, che regolamenta il passaggio di un comune da una provincia ad un’altra. La cosa divertente è che il comune di Padova ha già deliberato, nel novembre 2012, di chiedere il distacco dalla Provincia della quale è capoluogo e alla quale dà il nome, per essere annessa alla Provincia di Venezia, e tramite questa alla Città Metropolitana nella quale si sta trasformando.

Sia chiaro che, con questo percorso finalizzato alla creazione della PaTreVe, si realizzerebbe una città metropolitana di 2,5 milioni di abitanti al cui vertice sta il Sindaco di Venezia, cioè colui che è stato eletto dai soli cittadini di Venezia per amministrare quella città. Se fosse passato in Parlamento il progetto dei sostenitori della PaTreVe, oggi Orsoni sarebbe sindaco metropolitano delle tre province e avrebbe inguaiato, con le sue vicende, non solo la città di Venezia ma un territorio pari a quasi metà del Veneto popolato da oltre la metà della popolazione del Veneto. Il tipo di governance della Città Metropolitana prevede infatti che “il sindaco metropolitano è di diritto il sindaco del comune capoluogo”. Per poter prevedere l’elezione diretta da parte di tutti i cittadini del territorio amministrato, cioè quel vecchio arnese democratico oggi tanto disprezzato che è il suffragio universale, bisognerebbe prima dividere il Comune di Venezia in più comuni, con un lungo e complicato procedimento, e attendere che il governo emani una legge per stabilire con quale sistema procedere alle elezioni. E soprattutto bisogna che nello Statuto venga fatta la scelta per l’elezione diretta del sindaco metropolitano, eventualità sulla quale Orsoni manifestava contrarietà, a differenza di Pisapia. Ci sono tracce di questa discussione nel dibattito sulla PaTreVe?

Se quindi a Venezia si voterà a novembre per sostituire Orsoni, i cittadini di Venezia eleggeranno di fatto il capo della provincia di Venezia, rinominata Città Metropolitana (oltre a un potenziale neosenatore). Ed è probabile che lo faranno sulla base di considerazioni che avranno molto poco a che fare, ad esempio, con lo sviluppo turistico della Riviera del Brenta o con la realtà agricola del Veneto Orientale, o con i problemi delle scuole di Chioggia. Non ci è chiaro che specie di democrazia sia questa. Se invece le elezioni comunali veneziane si terranno in primavera, la Città Metropolitana nasce a gennaio acefala.

Alla base della legge del governo su Città Metropolitane e riforma delle province, e alla base del progetto della PaTreVe così come viene spinto, c’è il presupposto che le libere elezioni democratiche a suffragio universale non siano un elemento qualificante degli enti di governo territoriali, ma un impaccio che è meglio evitare. Non ci pare un grande elemento di modernità e progresso, ma un puro e semplice regresso verso una società gerarchizzata e immobile che tutela e da potere ai già potenti. Una visione tecnocratica ed elitista che spaccia come novità il ritorno all’antico. Si avverte nell’aria una voglia strisciante di autoritarismo, di verticalizzazione estrema del potere, di velocità e fragore futuristico nel fare le “riforme”. Ma se tutta questa assenza di impacci e questa velocità decisionale serve solo a poter meglio veicolare le politiche sbagliate che le classi dirigenti, nazionali e locali, ci impongono, chi se ne avvantaggia di tutta questa liquefazione degli apparati rappresentativi? Siamo sicuri che il problema siano i contenitori e i confini, cioè le province, i comuni, o su scala nazionale il Senato, e non invece i contenuti delle politiche attuate e da attuare? Per andare sul concreto, se il progetto di metropolitana di superficie è al palo da decenni, è colpa della mancanza di una città metropolitana interprovinciale, o è colpa di scelte e non scelte di chi ha gestito la Regione? Lo scempio di denaro pubblico del Consorzio Venezia Nuova è frutto dell’assenza di un sindaco metropolitano, o non è forse il frutto di una procedura straordinaria che ha messo al primo posto la velocità, l’efficienza, l’indispensabile procedere dei lavori del Mose, senza le seccature derivanti dalle elezioni e dalle conseguenze che queste determinano? La cementificazione del territorio è conseguenza della mancanza di un piano urbanistico che si fregi del titolo “metropolitano”, o piuttosto delle scelte fatte nei piani urbanistici comunali, provinciali e regionali?

Allora, sarebbe il caso di sgombrare il campo dalle ambiguità e dagli equivoci che la PaTreVe porta con sé. Si vuol costruire una sorta di nuova Regione, priva però del carattere democratico della elezione dei suoi amministratori? Lo si dica chiaramente, del resto esistono già movimenti che chiedono la separazione del Salento dalla Puglia e della Romagna dall’Emilia. Si vuol costruire una cabina di regia, dove i sindaci, organizzati dai partiti maggiori, contrattano con le categorie economiche le scelte amministrative, senza il fastidio di doverne rendere conto a qualche elettorato? Lo si dica. Continuare ad alimentare il progetto PaTreVe con motivazioni vaghe e fumose, o con argomenti sbrigative e schematiche come: PaTreVe è il bene, chi non è d’accordo è arretrato e conservatore, è probabilmente il modo migliore non solo per togliere gambe al progetto, il che non guasterebbe, ma anche per evitare di affrontare temi reali che riguardano il miglioramento dell’assetto di governo del territorio. Ad esempio, non è forse il caso di ragionare approfonditamente su una organizzazione del livello comunale che superi eccessi di frammentazione, ma che lo faccia con criteri di logicità e non in base alle simpatie e alle intese tra questo e quel sindaco, che poi, come si è visto con i due referendum in provincia di Treviso, non rappresentano neppure la volontà dei loro elettori? Si pensi allora alla “Grande Treviso”, ma anche a quei comuni attorno ai quali esiste già una logica mandamentale, perché poli di attrazione per i servizi scolastici, sanitari, trasportistici, produttivi, di un bacino più ampio rispetto ai propri confini comunali. Si tratta di Conegliano, Castelfranco, Vittorio Veneto, Montebelluna, e altre realtà, che potrebbero portarsi ad una dimensione più ampia, producendo sicuramente efficienza ma dentro il quadro democratico e trasparente della dimensione comunale.

E, prima di pensare a come realizzare la PaTreVe, non sarebbe il caso di mettere alla prova il funzionamento di questo nuovo tipo di ente locale, a partire dalla Città Metropolitana di Venezia, sui quali dovrebbero essere in pieno corso i lavori e invece pare non suscitare particolari entusiasmi da nessuna parte?

Oggi il panorama istituzionale del territorio della presunta PaTreVe è devastato dalle tanto decantate “riforme”. Se guardiamo agli enti di area vasta, le Province di Padova e Venezia hanno visto lo scioglimento del consiglio provinciale lo scorso 25 giugno, e rimangono in carica per l’ordinaria amministrazione assessori e presidenti a titolo gratuito, la Provincia di Padova è retta a titolo gratuito dal vicepresidente (la Presidente eletta è andata a far il sottosegretario del Governo Renzi), la Provincia di Venezia è retta dalla Presidente uscente, la Provincia di Treviso continua invece a pieno titolo il proprio mandato che scade nel 2016. La Provincia di Venezia cessa di esistere il 1 gennaio, salvo auspicabili proroghe vista la situazione. La Provincia di Padova deve tenere le elezioni di secondo livello entro il 30 settembre, con il voto riservato ai consiglieri comunali, per eleggere il nuovo consiglio provinciale composto solo da sindaci e amministratori. L’anno prossimo, insomma, avremmo tre realtà una diversa dall’altra: città metropolitana a Venezia, provincia di nuovo tipo a Padova, provincia del vecchio tipo a Treviso. Per chi ne ha voglia e capacità, c’è di che applicarsi, in questo contesto in via di rivoluzione, per introdurre gli efficientamenti e le istanze di coordinamento e copianificazione che troppo sbrigativamente vengono proiettati sulla soluzione taumaturgica della PaTreVe.

Senza dimenticare che l’esigenza di politiche coordinate che interessino un territorio trans provinciale che condivide flussi di lavoro, trasporto e comunicazione, può ben trovare una risposta diversa e più flessibile di quanto non sia la creazione di un nuovo Ente Locale su misura, anche all’interno nella programmazione regionale, che altrimenti non si capisce bene a cosa serva. Si contesti allora il PTRC, il piano urbanistico regionale, o il piano dei trasporti o il piano di sviluppo. Si entri insomma nel merito delle questioni, evitando vie di fuga illusorie, e ci si prepari alla battaglia per governare, meglio di come è stato finora, la Regione Veneto, anziché puntare alla sua liquidazione di fatto.

In definitiva, pare a noi che il dibattito sulla PaTreVe sia ozioso e fuorviante, se non parte da alcuni dati di fatto e da alcuni processi in corso che sono già di cambiamento radicale. Ed è significativo che qualche voce autorevole cominci a guardarci dentro, e a constatarne il vuoto. Un tempo l’Italia era il paese in cui tutti i cittadini erano commissari tecnici della Nazionale, oggi siamo tutti ingegneri istituzionali e costituzionali che smontano e rimontano le istituzioni come in un Lego impazzito. Per qualcuno, probabilmente, è anche un buon modo per non parlare delle vere riforme, quelle che cambiano la società, salvano l’ambiente, e riducono le disuguaglianze e le ingiustizie. E delle quali non si vede ancora traccia.

Luca De Marco

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La PaTreVe : tanto potere in mano di pochi

Da molto tempo si parla di PaTreVe, una nuova unione di territorio che dovrebbe comprendere le Province di Treviso, Venezia e Padova. Qualcosa di unico nel suo genere, in tutto il nostro paese.
Già questo dovrebbe porre delle domande a qualcuno. Un territorio vasto come metà della Regione Veneto, che dovrà occuparsi di grandi temi come lo sviluppo economico, la costruzione di strade, di ponti, di pianificazione urbanistica, di valorizzare il territorio e della sua tutela. Insieme alla gestione del trasporto pubblico urbano ed extraurbano. Insomma un ente amministrativo enorme. Tutti o quasi si stanno esprimendo con fervore a questa nuova soluzione di governo del territorio, dimenticandosi però di una cosa fondamentale. In questa nuova macchina amministrativa che potrebbe gestire risorse per centinaia di milioni di euro per conto dei cittadini, sono proprio questi ultimi che mancheranno nella loro gestione. Infatti, nessuno si sta ponendo seriamente il problema della partecipazione democratica, nell’amministrazione di questo nuovo ente territoriale.
Le nuove riforme dell’attuale governo stanno svuotando rapidamente le istituzioni di tutta la rappresentanza elettiva. Come se questa fosse la ” sola ” causa del malgoverno del paese. Nessuno si pone invece il problema contrario. Certamente negli ultimi anni siamo stati malgovernati ed anche male amministrati, ma questo forse è stato causato da scelte sbagliate e non da come sono composte le istituzioni. Bisogna fare molta attenzione nel porre nelle mani di poche persone, un grande potere.
Certo i Sindaci (che saranno l’assemblea del nuovo ente) e che dovranno gestire la PaTreVe, saranno pure capaci, ma ricordiamoci che gli stessi sono stati eletti , per il solo ambito del loro comune e con un mandato elettorale e del cittadino ben preciso e circostanziato. Non si capisce il perché essi si dovrebbero occupare anche di questioni che non appartengono al loro comune. Ormai si sta perdendo il concetto della rappresentanza democratica. Tu cittadino, ti scegli chi ti deve rappresentare per ogni livello istituzionale, e a lui chiedi spiegazioni di quello che ha fatto nel suo mandato elettorale. A lui chiedi trasparenza e disponibilità nell’affrontare temi e problemi che ti riguardano e che riguardano il territorio in cui vivi, e chiedi delle risposte. Invece con questo nuovo processo amministrativo, si tende a fare perfettamente il contrario. I grandi poteri economici, come Unindustria (la più favorevole alla PaTreVe) detteranno, di fatto, le condizioni nella gestione politica del nuovo ente e sicuramente con il solo scopo di produrre profitto per le aziende a lei associate. E’ un pericolo che nessuno sta ponendo seriamente in luce e questo ci preoccupa.
Non pensiamo che chi vede il nostro territorio come fonte di guadagno, possa avere a cuore un suo sviluppo equo e sostenibile.
Consideriamo ora anche l’aspetto della rappresentanza.
Noi abbiamo già delle Consorziate o Società gestite direttamente dai comuni. Un esempio è l’Ascopiave, che è una Holding che gestisce il gas e non solo per tutto il nostro territorio. La sua governance è in mano ai partiti maggiori, che nelle stanze chiuse, si dividono i membri del suo consiglio di amministrazione. Sfidiamo chiunque a conoscere i nomi di chi è seduto nella stanza dei bottoni di questa grande società. La cosa è semplice, perché essi sono nominati e non eletti e quindi il cittadino è patreche?escluso, di fatto, nella scelta, non ne è nemmeno a conoscenza della sua esistenza. Inoltre lo stesso non partecipa alla sua gestione in nessun modo, pur “subendone” le scelte.
Siamo preoccupati per l’estrema facilità con cui si tende ora ad affrontare un tema così delicato e importante che ci riguarda da vicino come l’amministrazione del territorio.
Non capiamo perché si continua a sottovalutare il problema della rappresentanza democratica nelle istituzioni, continuando a eliminare tutti i processi elettivi, trasformando gli enti territoriali in rappresentanze di secondo livello. Dimenticando che così i cittadini saranno sempre più lontani dalla cosa pubblica e si sentiranno ancor più estranei dalla vita poltica.
Infine, se si deve mandare a casa il malgoverno della Lega, è più realizzante e democratico farlo con i cittadini accanto, che pongono nelle tue mani la loro speranza di cambiamento. Senza dover usare ” fantasiosi” processi di ingegneria istituzionale, di cui pochi o nessuno riesce a capire la vera utilità.
Luigi Amendola

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